martedì, aprile 15, 2014

Manu Chao mi fa male.


È successo ancora. Un paio di giorni fa. Nell’autoradio parte Bongo Bong e io mi ritrovo con gli occhi pieni di lacrime. Mi ritrovo a dover combattere contro un feroce groppo alla gola.
Ho messo la freccia, ho accostato. Mi sono asciugato le guance, ho tirato un sospiro e ho spento la radio.
Non riesco più ad ascoltare Manu Chao.
Non resisto con quella vaccata di Me Gustas Tu, figurati con Welcome to Tijuana.
No, non ce la faccio, fa troppo male.
Manu Chao, una volta, era sempre nell’aria. Manu Chao, una volta, quando credevamo che un altro tipo di mondo fosse possibile era suonato ovunque. Tra la fine degli anni novanta e i primi anni del duemila. Si sentiva nei concerti prima che salissero i gruppi, ai festival, nei centri sociali, a Radio Popolare, nelle cascine, in Scaldasole, nei mercatini...
Clandestino, tutto l’album a ruota. Più volte. Manu Chao e infradito, mariagiovanna, pantaloni corti e le zanzare sataniche di Monluè.
Si sentiva così tanto che, alla fine, mi stava anche un po’ sul cazzo perché il troppo storpia.
Adesso invece, magone e dolore pantagruelici.
Manu Chao, per me, è la colonna sonora del massacro di Genova.
Manu Chao, per me, è la musica del Titanic che affonda, è il soundtrack di tutto quello in cui credevamo, giusto o sbagliato che fosse, fatto poi a pezzi e trasformato in quello che abbiamo adesso.
Il suono, profondo, ipnotico e devastante di una sconfitta totale, senza aver ottenuto nemmeno l’onore delle armi.
La resa, la fuga, il raccogliere i pezzi. L'adattarsi, il digitalizzarsi, il cercare e il non trovare.
Mai.
Non è la melanconia di quanto era bello quando eravamo giovani, apperò, musica come testimone della trasformazione da idealisti cenciosi in borghesotti urbanizzati.
Per niente.
Sono le note di una marcia che diventa oscena e funebre, che passa per Genova, attraversa l’undici settembre, e rotola per i dieci anni successivi. Anni che, mentre ascoltavamo Manu Chao, non immaginavamo così.
Proprio per niente.
Nobody'd like to be in my place instead of me.
Cause nobody go crazy when I'm bangin' on my boogie.

7 commenti:

zkinno ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
zkinno ha detto...

quanta verità

Marco Polenta ha detto...

Non ci avevo mai fatto mente locale, ma è così anche per me. Grazie.

Giorgio Salati ha detto...

A me Manu Chao non fa quell'effetto, ma sono purtroppo d'accordo con tutto il resto.

marcell_o ha detto...

se... pensa a quei poracci come me: ero un ragazzino negli anni '70, e a parte le popstar che morivano come mosche il mondo era fantastico e il futuro ancora migliore
poi il futuro è arrivato e faceva schifo e dopo quel futuro è arrivato ancora più schifo
a me vien da piangere solo ad accendere la tv e guardare la rassegna stampa
però penso che anche stare 70 e passa anni senza una guerra mondiale scatenata dalla germania non è male, ecc.

Marco Bertoli ha detto...

Forse se siete così delusi, amareggiati e disgustati è perché qualcosa avrete sbagliato anche voi, non solo perché lo spirito della storia a cavallo ha sbagliato strada, non seguendo quella indicata da Manu Chao.

biondesita ha detto...

A me Manu Chao ha sempre fatto schifo, però hai tantissima ragione. Avevo 17 anni all'epoca di Genova e delle Twin Towers. E sentivo proprio quelle cose lì. Poi, come dici tu, è finito tutto e mi ritrovo cinica, disillusa, più cattiva. Come il mondo, forse...