lunedì, aprile 14, 2014

House of Cards, i primi due episodi.


C’è Kevin Spacey che fa Kevin Spacey. E va bene, eh, ci mancherebbe.
C’è anche Robin Wright non più Penn, che fa sua moglie. E poi ci sono gli altri, tra cui Fincher che produce e dirige i primi due episodi. La serie è scritta da Beau Willimon, che mi dicono essere drammaturgo e non semplice sceneggiatore.
E si vede.
Prima cosa: Kevin Spacey rompe la quarta parete e si rivolge al pubblico, televisivamente è molto Brecht e molto poco: La casa di Topolino. Accettare la metafinzione della rottura della quarta parete, un luogo narrativo-televisivo dove Kevin che parla con me coesiste con le risate registrate di Big Bang Theory, se ci pensi, è roba da far saltare i neurorecettori.
Seconda cosa: la politica americana. Come mi è già successo vedendo Lie To Me, la gestione dell’opinione pubblica, del giornalismo e di tutti gli annessi e connessi alla politica americana, vista da me, italiano post bunga bunga, fa ridere un sacco.
In modo amaro.
Siamo in un contesto politico dove basta dire la parola sbagliata in pubblico per giocarsi completamente la carriera.
Io, italiano post fuga in Libano, post servizio qualunque di Report, post olgettine, post scandalo quello che ti pare, la politica americana delle serie televisive la percepisco come un fantasy per 12enni.
Credo che per loro sia una questione di credibilità con l’elettorato ammerigano.
Mi rendo conto ora che: “credibilità con l’elettorato” in un contesto politico come il nostro dove ci sono i grillini vada oltre il fantasy. Siamo, più o meno, nella fantascienza sperimentale, ma tipo che Greg Egan in confronto è un banalotto romanziere cyberpunk da self publishing.
House of Cards, sulla carta, parla degli intrighi e dei complotti della politica. Dei giri e degli intrallazzi che ci sono dietro, davanti, di fianco, sopra e sotto la politica. Quella vera.
La politica deve proprio essere una brutta bestia, visto che questa è la versione americana di una serie inglese. Una bruttabestia adattabile e franchisabile.
Ma la vera forza della serie non sta nello scoprire l’acqua calda. Non è nell’intrallazzo, nei giochi di potere o nel mondo delle strette di mano, dei sorrisi e delle pugnalate.
House of Cards muove delle leve molto più psicologiche che politiche. Lavora su un aspetto universale, umano, quasi quotidiano.
Lascia perdere il contesto, dimenticati i partiti, il presidente, il congresso e Washington DC.
House of Cards parla di un uomo che non ha avuto ciò che gli era stato promesso.
La promessa può essere fatta dalla vita o dalle persone, non importa.
Quello che conta è la mancata realizzazione.
House of Cards parla di quello che ti succede dentro quando viene scelto un altro al tuo posto. Per fare qualsiasi-cosa, non soltanto il segretario di stato.
Parla delle tue aspettative che vengono tradite, del successo ottenuto da qualcuno che non sei tu.
Questa situazione è capitata a tutti. Nessuno escluso.
Ecco perché l’immedesimazione con Spacey-Perdente è così forte. Trascende il contesto narrativo, è una partecipazione empatica, umana, umorale e intima.
Poi, ovviamente, come è giusto che sia, arriva il lato aspirazionale.
Perché Spacey è si un perdente, come uno di noi, ma è al tempo stesso anche un uomo di potere e di grande esperienza.
Spacey decide di riversare la sua tremenda vendetta contro chi l’ha tradito.
Ma no, non è esatto. Non è nemmeno un tradimento vero e proprio. Hanno scelto un altro, tutto qui. Hanno cambiato idea. Capita. No?
Eh, sì, che ci vuoi fare, sarà per un'altra volta.
Un'altra volta un cazzo.
Spacey decide di riversare la sua tremenda vendetta contro chi ha scelto di mettere un qualcun’altro nel posto che voleva lui.
E anche qui. Fai tu i tuoi parallelismi. Politica, vita, professione, carriera, quel che ti pare.
Nella serie l’elemento aspirazionale diventa colossale perché, se è vero che tutti noi ci siamo trovati nella posizione di Spacey, è anche vero che in pochi o nessuno avevano il potere necessario per vendicarsi.
Spacey ce l’ha. Eccome se ce l’ha.
Inizia a farlo, con risultati immediati, a metà del primo episodio.
Sono curioso di vedere che cosa combina nei 13 episodi che compongono la prima stagione.
Comunque, non mi si dica che basta mettere una star di Hollywood per fare una buona serie televisiva. C'è Robin Williams in The Crazy Ones a dimostrare l'esatto contrario.


5 commenti:

illustrAutori ha detto...

L'hai detto!

Paolo Marchiori ha detto...

E vedrai cosa succede nella seconda.
Secondo me è LA serie. Una delle cose più belle viste negli ultimi dieci anni, recitata a livelli stellari (temo però che tu la stia guardando in italiano). Ma veramente una cosa da urlo.

felson79 ha detto...

A proposito di serie, che ne dici di True Detective, l'hai vista? Mi piacerebbe un tuo parere spassionato!

Officina Infernale ha detto...

...i primi due episodi li ha girati david fincher...

Massimo ha detto...

Ho iniziato a vederla dopo aver letto questo post, e ora sono al quarto episodio.
Bellissima, una di quelle rare cose che mi prendono e non riesco a smettere di guardare.
Questo 2014, con la terza di Sherlock, la prima del succitato True Detective e la scoperta di House of Cards è un grande anno per le serie.