martedì, aprile 09, 2013

Le regole minime


L’altro giorno, sulla mia scaletta “cose da fare prima di andare in studio”, c’era scritto:
. Passare in posta per spedire una bustona.
. Prendere le sigarette.
Per riuscire ad andare in posta, viste le mie precedenti esperienze che puoi leggere cliccando qui, devo sottopormi ad un training molto rigoroso. Un allenamento mentale che prevede l’ascolto per 48ore di musiche rilassanti new age, l’assunzione di grossi quantitativi di rasserenante erba pipa della Contea, il rientrare in contatto con il mio animale guida totemico, grazie al rito dell’Uomo Chiamato Cavallo, dove il mio vicino mi appende con dei ganci al soffitto, la lettura continuata di tutte le poesie e tutti gli aforismi di Khalil Gibran, quelli veri, quelli presunti e quelli attribuiti, nonché il pettinare la ghiaia del mio giardinetto Zen per almeno sei giorni. Soltanto dopo aver compiuto quei passi, riesco ad andare in posta senza diventare Michael Douglas in Un giorno di ordinaria follia.
Quindi, sereno e serafico, mi reco all’ufficio postale. Sono le otto e quarantatre di un giorno feriale qualsiasi. Prendo il mio numerino fischiettando. Lo leggo, e lui mi dice che ci sono soltanto centoventi persone davanti a me.
Saranno state le musichette, i ganci nel petto o gli aforismi di Gibran, fatto sta che non mi incazzo per niente. Rimango tranquillo e rilassato.
La prendo all’italiana.
Mi dico:
- Oh, pazienza. Sarà per un’altra volta.
Esco, con tutte le intenzioni di spuntare il secondo elemento della mia scaletta.
Comprare le sigarette. Una cosa facile. Vai dal tabaccaio e le compri.
Attraverso la strada felice. Saltello come l’agnello rimbalzello verso il tabaccaio, dove potrò comprare la mia razione di roba che mi fa male.
Il tabacchi è anche bar, e anche ricevitoria.
Ha due casse affiancate, una per il bar e i tabacchi, l’altra per il lotto, il superenalotto e tutte le altre tasse sulla speranza.
Dietro le casse ci sono lui e lei. Forse sono marito e moglie, forse fratello e sorella.
Non lo so.
Entrambi sulla quarantina abbondante, entrambi con l’aria di essere già abbastanza stanchi della normalità del vivere normale. È una sensazione che provo spesso nell’ultimo periodo. Percepisco nelle persone la stanchezza del vivere ordinario, quando avrebbero voluto/dovuto/potuto nascere miliardari, o diventare ricchissimi e famosissimi a quattro anni come Jordy, il bambino che cantava Dur Dur D'être Bébé.
Invece, sfiga.
Gli tocca lavorare come tutti noi, e addirittura avere a che fare con delle persone comuni, invece che con il jet set internazionale.
Il jet set internazionale non è di casa a Baggio, ma fa niente. Per loro è comunque fonte di tristezza e uggia avere di fronte alla cassa me e non Paris Hilton. (Ho mirato alto, credo che essere amici del Baffo basterebbe, tanto per capirci)
Arrivo per prendere la mia dose di roba che mi ammazzerà, mentre i due stanno parlando tra loro. Non so di che cosa. Sono seduti uno di fianco all’altra, con le cicche, le caramelle e i gratta e vinci stesi con le mollette a dividerli, e parlano. Di cose loro.
Io dico buongiorno.
Lei si volta verso di me, alza il sopracciglio destro. Quella è la sua risposta al mio saluto, quella sarà l’unica e la sola interazione che avrà con la mia persona.
Lui, dall’altro lato, va avanti a parlare con lei.
Mentre lei abbassa il sopracciglio ne approfitto per dirle quello che vorrei.
Da quel momento in poi, non mi degnerà più nemmeno di uno sguardo. Nemmeno con la cosa dell’occhio. Nemmeno per sbaglio e di sfuggita.
- unpachettodiguluasrosse
Metto i soldi sul piattino.
Lei va avanti a parlare con lui, dall’altro lato. Si sbirciano tra i Pocket Cofee e le stringhe di liquirizia.
Lei è ben truccata, ben vestita, pronta per un vernissage da Katia Arredamenti.
Ha l’atteggiamento e lo sguardo di una che sta dietro la cassa di una tabaccheria per un bizzarro scherzo del destino quando, invece, era predestinata ad una diversa e più nobile carriera. Da quella di Madeleine Albright a quella di Cristina D’Avena. A scelta.
O forse è una maga. Infatti, con un’abilità da prestigiatore, senza muovere la testa, continuando a parlare con lui dall’altro lato, prende il mio pacchetto di sigarette.
Lo mette accanto alla mia banconota e incassa.
Io arraffo il pacchetto.
Lei, senza neppure guardarmi mette il mio resto sul piattino.
Va avanti a parlare con lui mentre le monetine tintinnano sul piattino.
- cazzo, neanche le regole minime dell’educazione.
Sibilo, mentre prendo il mio resto. Parlando con una nuca.
Mi piacerebbe dirti che dalla mia risposta ne è nata una rissa, dove mi sono distinto seminando schiaffazzi. Oppure, potrei dirti che i due si sono pentiti e alla fine mi hanno offerto un caffè per scusarsi della loro cafonaggine.
La verità è che non mi hanno nemmeno sentito. Non hanno fatto caso a quello che ho detto.
Questa è la realtà, e la realtà va così. Non metterò più piede in quel tabaccaio, ma non credo che il mio gesto potrà cambiare qualcosa.
Oppure potrei tornarci.
Ma prima devo comprarmi un camicia bianca, e trovare il modo di recuperare un Uzi.

14 commenti:

Patrizia Mandanici ha detto...

Oddio, Jordy l'avevo rimosso!
Comunque ci sono diverse tipologie di commercianti e venditori che sembra ti stiano facendo un favore a venderti le cose: ci sono anche quelli che riescono magicamente a cambiare, e diventare gentili e affabili, a causa della crisi - almeno così ho interpretato il cambiamento di comportamento di una addetta in una rosticceria: prima non mi sorrideva e non mi salutava quasi, poi invece sono tornati i sorrisi e tutto quanto, una volta visto il calare dei clienti.

KarmaKoma ha detto...

Sto imparando Ezechiele 25,17 ... se vuoi ti do una mano ... ;)

rae ha detto...

un libero professionista che va in posta alle 8.43 o è scemo o è masochista.
Se puoi gestirti la tua giornata senza sottostare agli orari di ufficio, vai alle 11.30 o alle 15, in orari insomma in cui non dovresti beccare gente che fa lavoro d ufficio e che cerca di limitare le ore di permesso.

e magari vai pure a fare la spesa al supermercato il sabato.

l'amico Fritz ha detto...

... quanto ti capisco, ed è bello pensare che non sono l'unico maschio adulto con diritto di voto a far caso a queste cose...

Marco Bertoli ha detto...

Vivere in una città moderna è difficile e snervante, quale che sia la città, dovunque sia.

Però devo dire che tu mi sembri mettercela tutta per trovarti male, cosa da cui sembri ricavare un'amara soddisfazione - hai mai sentito Claudio Bisio raccontare la storiella di quello che si era visto rifiutare la bicicletta in prestito? Sarà senz'altro su Youtube.

Gua-sta Blog ha detto...

Come descrivi bene queste situazioni! Mi è venuto il nervoso per simpatia...

PerpliMas ha detto...

Facciamo così, evito una strage offrendomi di andare in posta al posto tuo! Tanto ci vado spesso, scazzo più, scazzo meno...

Però tu me fare disegno autografrato di vigor, si!?!

poggy ha detto...

Sono figlia di piccoli commercianti, per cui forse tendo a mettermi nei panni di chi sta dietro un bancone più della media degli altri clienti, e metto sempre in conto che chi mi serve può avere un botto di comprensibili cazzi suoi a disturbarlo - dal mal di testa a una sequela di clienti rompicazzo venuti prima di me - per cui magari, in quel momento lì, non gli viene proprio spontaneo essere tutto sorrisi e cortesia. E lavorare con la gente otto ore o più al giorno può essere semplicemente snervante (in tal senso i baristi di stazioni e autogrill mi sembrano spesso dei supereroi).

D'ALTRO CANTO, proprio perché conosco e rispetto questo lavoro, so anche che non tutti lo possono fare. O hai il fisico o non ce l'hai (io per esempio non ce l'ho), e gestire un'attività commerciale solo perché l'hai ereditata o perché potenzialmente redditizia come un tabaccaio/ricevitoria senza per questo fare il minimo sforzo per fornire un buon servizio non è il modo di lavorare. Dié, per non saper né leggere né scrivere: questi sopravvivono giusto perché stanno in città e possono contare sulla clientela di passaggio, in una realtà più piccola dove lo zoccolo duro è la clientela abituale non sopravviverebbero. Gli va bene giusto perché è un tipo di esercizio dove non è ancora emerso un equivalente nella grande distribuzione (tipo, che ne so, la vendita delle sigarette al supermercato come in Germania) che gli metta il pepe al culo costringendoli a fornire un servizio migliore, visto che il prodotto è uno di quelli che si vendono da sé.

CyberLuke ha detto...

A differenza di Poggy, qui sopra, io non ho molte giustificazioni per chi sta dietro il bancone.
Mi dispiace.
A volte neanche a me piace il mio lavoro. Ma non per questo mi trasformo in uno stronzo o in un maleducato.
Fai un lavoro che prevede tu stia a contatto col pubblico?
Rassegnati: impara a sorridere. Esercitati allo specchio.
Impara a ripetere meccanicamente "buongiorno, buonasera, grazie, prego, non ce l'ho mi dispiace": cinque formulette, si può fare.
Non importa se non le pensi, se non ci credi.
Non mi frega niente se davvero vuoi augurarmi il buongiorno.
Ma se lavori in un negozio, devi salutarmi e devi ringraziarmi quando vado vai sia se ho comprato che se non ho comprato. Punto e basta.
Se non lo fai, sei uno stronzo due volte: una volta, perché te ne freghi del tuo prossimo.
E una seconda volta, perché danneggi anche la tua attività.
Quel giorno ti rode il culo?
Rassegnati: sei a contatto col pubblico.
Pensa se arrivi al pronto soccorso con una ferita e al medico di turno gli rode il culo e ti cura svogliatamente e guardando fuori dalla finestra.
Ok, un commesso svogliato fa meno danni di un medico.
Ma il concetto è quello.
Per fortuna, possiamo castigarli in maniera rapida ed efficace: non mettiamo più piede in quel posto.
E poi mi parlano di crisi dei commercianti: ma per afvore.

Diego Cajelli ha detto...

Io di base sono molto gentile, sempre e a prescindere.
Saluto, chiedo per favore, uso il vorrei.
Però, magari non capisco le sfumature di un'altra lingua, ma all'estero non ho mai avuto la sensazione di essere trattato come una merda.
Nemmeno quando sono andato, in jeans, felpa e scarpe da ginnastica in uno pluristellato ristorante di New York.
(Facevano un menù guidato a un prezzo fisso accettabile, non ho vinto al superenalotto!)

Marco Bertoli ha detto...

Nemmeno quando sono andato, in jeans, felpa e scarpe da ginnastica in uno pluristellato ristorante di New York.

Ecco: io non escluderei affatto che i camerieri di quel ristorante abbiano provato per te, in quel momento, quello che tu verso la tua sgarbata tabaccaia.

Diego Cajelli ha detto...

@Marco
Ti dirò... era un pranzo e non una cena, e all'ingresso non c'era alcuna indicazione per il dress code.

Marco Pellitteri ha detto...

è colpa tua. Hai esodrito con "cazzo" e questo ti rende peggio di loro, spiacente. Non ti eri letto Gibran per due giorni? Ti sei arrabbiato con una certa facilità. Non mi pare migliore delle persone che critichi tu, col sopracciglio alzato.

15.000 in C ha detto...

piena solidarietà

nella mia esperienza un buon 50% dei commercianti è esattamente come descrivi te

io pero' ribatto alla Fantozzi rag. Ugo: "non dà la mano"