giovedì, luglio 05, 2012

Asterios Polyp, la recensione che forse aspettavi.

Non so bene quando, ma una volta Cesare Pavese se ne è uscito con una battuta maschilista fin nel midollo: “ Nessuna donna farebbe un matrimonio d'interesse: prima di sposare un miliardario, se ne innamora!
Terminata la lettura di Asterios Polyp, quella frase è stata la prima cosa che mi è venuta in mente. Chiedo subito perdono per la mia sbandata uomale-maschiale-qualunquista.
Così come la ragazza di Pavese ama davvero il miliardario che la porta all’altare, e lo ama con un amore sincero, per estensione anche Mazzucchelli ti ama da matti.
Ti vuole bene, è sincero, non ti sta prendendo per il culo. E’ davvero convinto di quello che ti sta raccontando e di come te lo sta raccontando. E’ pronto a darti quello che vuoi in assoluta onestà, non sta barando. Questo, a scanso di equivoci, è il più grande complimento che si possa fare ad un autore. Essere sinceramente innamorato della propria opera e dei propri lettori.
Perché non è possibile concepire Asterios Polyp senza essere davvero, profondamente, meticolosamente convinti in modo genuino di quello che si sta raccontando.
Per dirla come se fossimo alle medie: Mazzucchelli non ci fa, ci è.
Il volume, nella carta, nella confezione, nei font, nella grafica, nel segno, nel testo è tanto esplicito da avvicinarsi alla pornografia. Poche cose al mondo sono sincere come un porno gonzo, e qui siamo al corrispettivo alto, impegnato, favolosamente chic, della poetica di John Stagliano.
Di nuovo, a scanso di equivoci, il paragone è da considerarsi come un complimento.
Tra Asterios Polyp e “Buttman's European Vacation” le uniche differenze si trovano nei contenuti, ma non nei metodi.
Entrambi vanno dritti al sodo, in modo diretto, hardcore ed esplicito danno al lettore esattamente quello che vuole, quello che si aspettava e quello che stava cercando.
La percezione di essere di fronte ad un libro importante viene evocata subito, basta guardare la copertina e già capisci che siamo ad anni luce di distanza concettuale da Naruto.
Poi apri il volume, e vieni travolto da un insieme narrativo che non lascia dubbi. Disegni e testi sono concepiti per essere i più diretti possibili, per farti capire immediatamente che quello che leggerai sarà un opera di valore, con personaggi favolosamente atipici, situazioni profondamente filosofiche, dialoghi per palati fini, percorsi verso il senso della vita, metafore illuminate, livelli di lettura differenti, verso il: prendiamo il fumetto e facciamoci altro.
Cazzo, dal mio punto di vista è tutto così cristallino, tutto così chiaro fin da subito, limpido nelle sue intenzioni, che mi sembra un passo indietro rispetto al precedente “Città di vetro”.
In “Città di Vetro” il lettore era costretto a un profondo lavoro di interpretazione, una sorta di detection narrativa che lo portava a dover analizzare il significato nascosto di quello che stava leggendo.
In Asterios Polyp di nascosto non c’è niente. E’ tutto fuori, in evidenza, posto nel punto più visibile possibile.
Perché?
Perché Mazzucchelli ama i suoi lettori. E non può correre il rischio che qualcuno non riconosca il senso profondissimo di quello che sta facendo, o che non ne colga le figaggini, o il lavoro di ricerca nel disegno. Se così non fosse, non svilupperebbe nell’ indotto una forte coscienza di gruppo. Succede, quando apri uno stile di vita e non un libro.
In Asterios Polyp l’imperativo è infondere sicurezza. La sicurezza di leggere il volume adatto, mentre sei in attesa di votare alle primarie del PD. La sicurezza che se per caso la copertina sbuca dalla tua borsa shabby chic, mentre fai la spesa al Naturasì, nessuno ti guarderà male.
La sicurezza che, recensendolo, finalmente potrai tirare fuori a cazzo duro tutte le nozioni che hai imparato al corso di semiotica.
Ed è giusto, giustissimo che sia così, perché è proprio quello che vuoi.
La necessaria esplicita chiarezza, l’immediata certezza per il lettore di essere di fronte ad un lavoro sul concetto di dualità, si manifesta da subito, fin dalle primissime pagine.
Nella mia supponenza tamarra, quando vengono esplicitate le istanze intrapsichiche, e viene detto in modo frontale e diretto: “E se la realtà (come la percepiamo) non fosse altro che un’estensione del sé?” mi sono girate subito le palle.
Mi sono detto: Ma come, mi fai un lavoro sul dualismo ontologico e tiri in mezzo il concetto di “sé” y junghiano che deriva da un modello strutturale a tre elementi?
Giuro, sono così cattivo nell’animo che pensavo di aver colto Mazzucchelli in castagna.
Invece no. Alla terza lettura mi sono reso conto che non si trattava di un errore, ma di una scelta precisa, e di nuovo: esplicita.
In Asterios Polyp manca, a livello simbolico, un qualsiasi tipo di mediazione. L’equilibrio dinamico dell’Ego viene messo da parte, in un certo senso viene idealizzato, raccontato in parallelo, ma risulta assente nel corpo centrale della narrazione. In quel “Sé” estensivo sul mondo dominano l’Es e il Super-Ego, fino a quando non si ritrova un equilibrio. Ritorna il contatto con l’Ego ma ci va di suprema sfiga.
Un meteorite ci piomba un testa.
Fine.
Questo dis-equilibrio domina su tutta la narrazione, sul protagonista, sulle situazioni e sui comprimari. Personaggi che se fossimo in un fumetto di genere definiremmo come personaggi-funzione, ma nel Polypverso assumono i ruoli di finissime metafore.
Lo sbilanciamento porta ad un’inevitabile estremizzazione del racconto. Cambiano i simboli, i linguaggi, le situazioni, le intenzioni, ma questo volume a me ricorda tantissimo “Crossed” di Garth Ennis.
Tolte le differenze formali, concetti come “architetto di carta” e “faccia moncone”, ai miei occhi appaiono come il risultato di un medesimo lavoro di estremizzazione. Poi sta a te decidere quale dei due squilibri è più adatto al tuo stile di vita e quale incontra il tuo gusto. Ma estremizzazioni rimangono. Poi, se il dis-equilibrio verso l’alto è più importante del dis-equilibrio verso il basso, non sta a me dirlo. Non sta neanche a te. Lo decide la società. E lo ha già fatto. Scegliendo l’alto.
Ecco perché Asterios Polyp è un opera importante, perché rappresenta in modo esemplare quello che la (buona) società vuole e si aspetta dal fumetto nel 2012.

Mi dicono spesso che nelle mie recensioni non sono abbastanza chiaro.
Allora ho pensato ad un sistema di valutazione. In squali vintage.
Minimo zero squaletti, massimo cinque.


David Mazzucchelli
Asterios Polyp
344 pagine
29,00 euri.
Coconino Press

12 commenti:

Gianluca Maconi ha detto...

Ti sei sbilanciato con 4 squaletti.

Io sono combattuto in proposito di questo libro. che definirei più un saggio semiologico.

In libreria lo metterei vicino ai fumetti di McCloud per intenderci.

Sembra una prova d'esame, un esercizio di stile. Ok, non può battere LMVDM sul livello di disinteresse del contenuto, ma è proprio a filo.

Alessandro Manzella ha detto...

Ammetto un mio problema, sono schiavo delle forme e delle formalità. La linea editoriale Coconino è costituita su un marketing del tipo "noi proponiamo cose stupende che se non ti piacciono sei una bestia che si nutre di merda". Asterios Polyp ne è bandiera. A me questo crea repulsione istintiva; provo ad analizzare le cose per quello che sono, ma il contesto e la forma si mangiano il contenuto.

La mia "bestialità" mi fa trovare noioso e inutile LMVDM (altre cose di Gipi sono molto più interessanti) e bellissimo Crossed di Ennis (il capitolo dedicato ai lupi è di un'intelligenza, armonia e capacità di bilanciamento emotivo all'interno dell'intera vicenda assolutamente raro).

Skull ha detto...

Ti giuro, fino agli squaletti ero convinto di aver letto la stroncatura ferocissima meglio scritta e meglio cammuffata di tutti i tempi!

Anonimo ha detto...

In effetti Asterios è un po' supponenente e autorefernziale, diciamolo, anche se la sua ricerca stilistica è più sofisticata -formalmente- di LMSDM. Appunto, ricerca. Quella cosa da cui sono fuorisciti maus, Fuochi, Watchmen. Io questa rece la interpreto così: Diegozilla ci ha voluto dimostrare non solo che quando vuole sa scrivere difficile (persino un po' troppo), che è esperto di Jung, e che il suo scrivere facile è dunque una scelta e non una limitazione. E che la sua ricerca stilistica va verso il basso mentre quella che va verso l'alto (o altrove) gli rompe un po' le balle. Ci ha messo anche un po' di fast-socialismo, parlando di una buona società ecc ecc..
Quindi c'è paraticamente tutto per soddisfare il fanm anche se io mi aspettavo almento un riferimento ai Valvoline e ai vecchi barbogi tipo Igort, ma forse è implicito.
Il pezzo forte, però è questo, a commento di un testo di Maz che è probabile contenga invece una forte autoironia: "Ma come, mi fai un lavoro sul dualismo ontologico e tiri in mezzo il concetto di “sé” yunghiano che deriva da un modello strutturale a tre elementi?" E' uno scherzo, vero?

Anonimo ha detto...

alla fine hai fatto in fretta!
e la recensione è molto divertente.
ti concentri sul tema e sulla pretenziosità del libro e non sulla forma, che secondo me è la parte più preziosa di asterios polyp. (in effetti dici che la forma è parte di quella stessa pretenziosità, mi pare) fare "altro" con il fumetto? Non so, a me sembra che Mazzucchelli abbia provato proprio a fare "fumetto": cioè a usare tutti i mezzi a disposizione del media per raccontare la sua storia. carachter design, font differenti, tipo di carta, composizione della tavola sono elementi fondamentali del "fumetto"... è il fumetto "commerciale" ad essere diventato altro, cioè imitazione del cinema.
poi, dove sta scritto che i personaggi di mazzucchelli non possano essere archetipici come quelli di un western? non penso che asterios sia perfetto, ma non mi sembra il prodotto di una moda o di una tendenza... e non sono neanche convinto che questo tipo di fumetti sia così popolare nell'intellighenzia italiana (se ne abbiamo una)

bob bazzecola

andrea voglino ha detto...

Recensione furbina: lo confermano i quattro squaletti su cinque del finale, pura inversione a U rispetto al meraviglioso passaggio sul fumetto con la effe moscia che tanto piace alla gente che piace.
Edita quel "Yunghiano", che grida vendetta, se lo sapesse Carl Gustav ti si presenta sotto casa con un cric.
Io il mio sereno giudizio su AP (in lingua originala, per giuntamente) l'ho rubato al Paz dei tempi che furono: "Aria buona, vino buono, due palle a questo modo". E, cazzo, confermo.

Diego Cajelli ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Diego Cajelli ha detto...

Step 2.
Sono all'editing dei messaggi, giornata lunga...


Nuuooooooohhhhhhhh!
Sono un citrone!
Quella Y mi è proprio scappata, altro che battuta.
Nuuuooooohhhhh!
Figuraccia.

Per quanto riguarda gli squaletti...
E'che ho un senso dell'umorismo davvero idiotissimo, ma a me faceva ridere un sacco un sistema di valutazione a colpi di "squali del fumetto trash anni '80".

andrea voglino ha detto...

Gli squaletti sono ottimi, ma il puntaggio mi pare bugiardo.
Bello "Citrone", non lo sentivo da quando? Millenovecentottanta e qualcosa, direi.
Da oggi lo uso anch'io!

S3Keno ha detto...

non so, Diego… la sensazione che ho nel leggere questa recensione (si può dire recensione?) è quella di uno che da una parte non può parlare davvero male del libro perché guai a farlo… perché SA che è comunque un libro "importante" che si stacca nettamente dal resto del panorama (avendo una sua identità molto forte)… perché Mazzucchelli in fondo, anche se proviamo a fingere distacco, ha STUPITO tutti, compreso te… quindi poi ci si butta convenientemente sul suo aspetto grafico/visivo, sull'impaginazione, la costruzione delle tavole, le minimali scelte cromatiche, le font, etc.

Dall'altro, al contempo, quell'ironia smaliziata, che è essa stessa un po' snob, di uno che - dichiarando la propria "tamarraggine" (si, certo) - vuole farlo passare per un'accondiscendente operazione di estetica culturale, molto "New Yorker", che strizza l'occhio a quell'intellighenzia il cui effettivo peso (tanto più nell'ambiente del fumetto) è messo in dubbio anche dal Bob Bazzecola di qualche commento fa…
mettendone insomma in discussione la forma e il fine, con un abile uso di parole che - allo stesso modo del libro che si sta analizzando - diventano però anche esse puro esercizio di stile.

Ovvio che ognuno di noi (tutta gente opera con questo stesso media, che legge e vede tanto, quindi con notevoli strumenti di analisi) è LIBERO di farsene una propria opinione, anche strutturata… e io, credimi, ancora non so se "Asterios Polyp" sia davvero da considerare un capolavoro o meno (anche se tendo a pensarlo)… ma so di certo - questo si! - che MAGARI uscissero più spesso libri del genere, se penso alla valanga di merda che viene mediamente/regolarmente proposta dal mercato!!!

sergionappo ha detto...

Confesso che non ho capito molto la tua recensione, anche se come al solito, tutto quello che scrivi me lo gusto. Ma da quel poco che ho capito ho deciso che questa roba qui non la comprerò mai. Mi puzza di seghe mentali e personalmente sono un seguace di bertoli pierangelo, mi piace masturbarmi per il gusto.
jester

Anonimo ha detto...

E comunque non esiste un modello junghiano a tre elementi, a meno che non derivi dal cambio della Vespa, che però è successivo.