martedì, giugno 19, 2012

Luigi Furini e la pizza che mi voleva vendere.


Lo so, arrivo in ritardo. “Volevo solo vendere la pizza” è un best seller del 2007 e questa recensione, per i frenetici ritmi internettosi, è roba-vecchia.
Però, nelle pagine interne mi dicono che il volume ha avuto cinque ristampe, una seconda edizione nel 2009, e una prima ristampa della seconda edizione nell’aprile del 2012.
Forse sono ancora abbastanza sul pezzo.
“Volevo solo vendere la pizza” in molte discussioni, è indicato come il brillante esempio in prima persona del perché e del percome l’Itaglia va male. Attirato da cotanta fama, ho letto il libro in questi giorni.
Premessa Uno: Ho cercato maggiori info su Luigi Furini soltanto dopo aver letto il volume. Ho visto le sue performance a: “Qui Studio a Voi Stadio” ieri su You Tube. Spero che non si offenda troppo, ma se le vedevo prima, mica lo compravo il suo libro.
Non capisco e non seguo il calcio, le trasmissioni calcistiche non mi divertono per un cazzo.
Mi diverto con altro. Dove per “altro” non intendo per forza qualcosa di più intelligente di alcuni adulti che si urlano addosso in uno studio televisivo.
Premessa Due: Chi mi conosce lo sa, sono schifosamente esterofilo. Di conseguenza, “Volevo solo vendere la pizza”, godeva di tutte le premesse per sfondare le mie porte aperte sull’esterofilia.
Il libro, come recita il sottotitolo, racconta le disavventure di un piccolo imprenditore. Il signor Furini stesso.
Un bel giorno decide di fare il giornalista/imprenditore e apre un piccolo negozio in quel di Pavia, con l’idea di vendere pizza al taglio. Una buona idea.
La buona idea diventa un epopea infernale, tra permessi, corsi inutili, carte bollate, dipendenti truffaldini, ispezioni, casini, multe, guai con i sindacati, burocrazia e tutto quello che ti viene in mente. Tutto quello che può andare male, va male. Chiude un anno dopo aver aperto.
Aggiungici una sottotrama. Un appartamento di proprietà a Treviso, che il nostro amico affitta con disastrosi risultati, dall’occupazione zingara, allo sfratto esecutivo. Tutto quello che può andare male, va male. Non si hanno altre notizie dell’appartamento a Treviso.
Aggiungici un fortissimo “ghost” psicologico/politico. Furini si dichiara di sinistra, vicino alle posizioni sindacali, uno che vuole fare le cose in regola, uno dalla parte dei lavoratori, con un passato di militanza nel PCI. Dato che tutto quello che può andare male, va male, gli eventi lo portano a mettere in forte discussione la sua fede politica.
Il libro è scritto in prima persona, con uno stile brillante, un diario di bordo verso il naufragio della fiducia in questo paese e dell’ideale politico.
Quando finisco di leggerlo sono schienato dall’amarezza. Quel libro istiga all’emigrazione.
Poi, succede qualcosa. Sento una vocina, è la vocina del mio lato razionale che mette a cuccia il mio lato emotivo.
Ho a che fare con prodotti narrativi ogni fottuto giorno della mia vita. Mi nutro di fiction, e te le so anche cucinare. Ecco perchè, dopo, a mentre fredda, riconosco “Volevo solo vendere la pizza” per quello che è in realtà.
Vendimelo pure come un libro-verità, non c’è problema, vendimelo pure come un’esperienza in prima persona, ma quello è un romanzo. Non metto in dubbio che possa basarsi su elementi reali, su fatti documentati o accaduti a qualcuno, ma quelle sono 193 pagine di fiction purissima.
E’ la sua perfezione a tradire la presenza di un forte intervento narrativo.
La vita vera va avanti un sacco per i cazzi suoi, e se ne frega della storia che vuoi raccontare tu.
Anche considerando i tagli, le omissioni e le invenzioni, è improbabile che tutte le vicende si posizionino da sole su una storyline dotata di tutti gli elementi necessari per raccontare una storia coerente ed elaborare una tesi precisa.
Nella vita vera, la maggior parte delle volte, la morale è: e che cazzo ne so?
Nel libro di Furini invece, come in un giallo di Grisham, ogni tassello del mosaico va al suo posto, componendo un disegno finale in cui vediamo i volti dei colpevoli del tracollo italico: la burocrazia e i sindacati.
Non dico che le cose raccontate da Furini non siano plausibili, anzi. Dal mio punto di vista, come i consulenti per le serie mediche, Furini si è documentato in modo approfondito, cercando i paradossi, i casi limite, tutti gli elementi reali che gli servivano per raccontare la storia che ti voleva raccontare.
Purtroppo, la fiction venduta per verità di: “Volevo solo vendere la pizza”, in un paese come il nostro, non fa altro che giustificare, in modo frontale e diretto, le lettere di licenziamento firmate in bianco, le partite IVA farlocche per fare un normale lavoro d’ufficio, i contratti a tempo determinatissimo e il lavoro in nero.
Perché sì, è sicuramente plausibile che una dipendente in maternità possa aprire un’attività concorrenziale alla tua, continuando a prendere lo stipendio che gli dai tu, ma in proporzione, quanti sono quelli assunti a “progetto” che in realtà svolgono un lavoro “normale”?
In più, come in ogni grande romanzo che si rispetti, nel libro c’è anche la componente legata alla risoluzione del “ghost psicologico”, in questo caso si tratta della conversione del comunista.
Verso cosa non si sa.
Verso “Qui Studio a Voi Stadio” probabilmente.

4 commenti:

S3Keno ha detto...

che poi a me della pizzeria a taglio, che chiude o meno, di uno così (che come casca, casca in piedi) non è che freghi molto, tantopiù se poi ti ci propina pure un "romanzo verità" che sa tanto di fiction… allora in termini di paradossi tutti italiani ("permessi, corsi inutili, carte bollate, ispezioni, casini, multe") mi colpiscono assai di più i guai che stanno passando quello dell'OSTELLO BELLO di Milano, una storia di gente che nel tentare di costruire qualcosa di unico (quantomeno in Italia) vengono continuamente ostacolati dalla peggior burocrazia possibile, cioè la vera "eccellenza italiana" il cui status è sempre egregiamente/convenientemente mantenuto…

Anonimo ha detto...

ueh...non ho capito....di sto libro consigli la lettura oppure no? La recensione è 6/10 palle 9/10....o semplicemente 2 palle?

omo os caras do slimpikinot ha detto...

Lo stipendio alla sua dipendente incinta glielo paghiamo noi tutti tramite l'INPS che paga l'80% dello stipendio alle dipendenti in maternità. Il datore di lavoro anticipa solo questa somma e in base al contratto nazionale paga o meno il restante 20%.
Ma tra l'altro...'sta tizia si è aperta una pizzeria in concorrenza con la sua mentre era incinta?!?

Count Zero ha detto...

Ha anche scritto un altro libro "docu-fiction" sul mobbing chiamato "Volevo solo lavorare".
Per carità bello e abbastanza interessante ma con le stesse caratteristiche del primo...