giovedì, marzo 31, 2011

I bei film di una volta...



Non penso ci sia altro da aggiungere.

mercoledì, marzo 30, 2011

Leggendarie leggende metropolitane!


La notizia è grossa. Pantagruelica, direi.
La leggenda metropolitana dei tappi di bottiglia, quella che secondo i criteri di archiviazione dell’esimio professor Jan Harold Brunvand è da sempre catalogata come: “voci infondate di raccolte benefiche”, invece è vera.
Il corrierone ha scovato il tizio che raccoglie i tappi per conto della Caritas. Clicca qui per leggere l’articolo.
Ora, se volessi fare il precisetti, direi che si sono messi a raccogliere i tappi dopo la diffusione della leggenda, e non prima. E’ scritto nell’articolo. Per cui, in un certo senso, hanno trasformato in vera una leggenda metropolitana esistente.
Ora, quelli che hanno tappi di bottiglia fin sotto le ascelle, sanno finalmente dove portarli.
Mi aspetto nei prossimi giorni un’epidemia di uncini da pirata agganciati ai paraurti, veterinari che si ritrovano a dover visitare topi giganti messicani, e milioni di borsette di ragazze defunte dimenticate sui sedili posteriori dei taxi durante il turno di notte.

Fumetti al telefono 6


[The names were changed to protect the innocent]

- Ciao, Diè!
- Ciao caro, come stai?
- Così così... E’ un periodaccio, sono un po’ giù.
- Mi dispiace...
- Vorrei un consiglio, sì insomma, sapere che cosa faresti tu al mio posto!
- Dimmi tutto, se posso ti aiuto volentieri!
- Ecco. Ho mandato dei soggetti alla Turbo Bomba Edizioni, per la serie Amerigo Atlantico... Me li hanno bocciati tutti!
- Capita...
- Succede anche a te? Anche a te bocciano dei soggetti per Salamandro?
- Hai voglia!
- Ma tipo quanti? No, perchè, dico... A me ne hanno segati due!
- Nella cartella dei soggetti bocciati ne ho circa una sessantina.
- Ah.
- Ma è una cosa normale, succede a tutti...
- Uh. Sì... No perchè io pensavo di prendere i soggetti per Amerigo Atlantico che mi hanno bocciato e trasformarli in soggetti per Salamandro, tanto le redazioni sono diverse, no?
- Si però...
- Tanto il genere è lo stesso, no? E allora...
- Non è una pratica tanto apprezzata in casa editrice... E comunque Amerigo e Salamandro hanno atmosfere e regole narrative molto diverse. Non sono sicuro che un soggetto pensato per una serie vada bene anche per l’altra.
- Dici?
- Sì... Salamandro tra l’altro ha una continuity molto serrata, hai presente?
- No, non lo leggo.
Click.

lunedì, marzo 28, 2011

Chi cerca casa disperatamente?


I Maya, in un momento di ottimismo, hanno deciso che nel 2012 ci sarà la fine del mondo. Un vero dramma se nascondi palate di milioni di euri dentro il materasso. In effetti, l’esplosione della crosta terrestre ridurrebbe tantissimo il tuo potere d’acquisto.
Non c’è problema. In tuo aiuto arriva la tivvù. Su Real Time, va in onda: Cerco casa disperatamente. Telegenici milionari che cercano disperatamente casa prima che arrivi il 2012.
Per trovare la casa dei loro sogni servono una mediatrice immobiliare e due cuccioli di architetto.
Lei è favolosa. Paola Marella, un elegantissimo cyborg costruito nei laboratori della Milano da bere. Una vera dominatrix del mattone. Riesce a rimanere impassibile mentre parla di cifre a sei zeri, percepite con la medesima spensieratezza dei soldini del Monopoli.
Paola è bravissima. E’ in grado di trovarti un agile bilocale in centro per unmilioneettrè. Quando sfora, trovandotene uno da unmilioneennove, è così carina che te lo dice: è un po’ fuori dal vostro budget, ma ci tenevo a farvelo vedere. Così rosicate, è sottointeso.
I due architetti che si alternano vegetano sotto il dominio assoluto della loro padrona. A loro modo geniali, grandi declamatori dell’ovvio, esperti nel trasformare ogni cosa funzionale in uno scorcio adatto per una bella foto da rivista. Lo spazio di un set architettonico/fotografico, viene sovrapposto con forza a quello di un ambiente in cui qualcuno poi ci dovrebbe vivere.
Però i clienti se lo meritano. La simpatia media dei milionari che cercano casa disperatamente è pari a quella di uno Yorkshire strafatto di Ritalin. Coi fiocchetti, profumato, dal latrato acuto e pervaso da un fortissimo senso di adorazione verso sé stesso.
Un programma da guardare nella sala relax si una caserma della Guardia di Finanza, prendendo appunti.

giovedì, marzo 24, 2011

Manovre da vero uomo.


Il mio box è un rettangolo di cinque metri per due e mezzo. Misurati col metro. In fondo ho messo una scaffalatura metallica. Il primo ripiano è a un metro e cinquanta da terra. Misurati col metro. Così ci infilo sotto il motorino e ci metto la macchina davanti. In inverno o quando piove. E tutti stanno buoni buoni nel box.
Ma adesso che la stagione è cambiata e piove un po' di meno, questo sistema non è più pratico, visto che uso sempre di più Motozilla e sempre meno Autozilla.
Sono riuscito a compiere una di quelle manovre che accrescono la tua autostima maschiale, facendoti sentire un vero maschio alfa.
Ho infilato l'auto nel box perfettamente dritta. Ma proprio che guarda, manco avessi avuto una guida laser. Il muso è passato giusto giusto tra i montanti della scaffalatura. Ora il cofano occupa lo spazio occupato prima dal motorino. Così adesso, apri il box e prima c'è il motorino, poi la macchina. E io ho meno sbattimenti di sposta-prendi-sposta-prendi.
Mi sono sentito un autentico maschio dominante. Cammino sulle nocche delle zampe davanti. Batto i pugni sul petto per difendere il mio territorio.
Sono il silverback del mio condominio.

mercoledì, marzo 23, 2011

La politica delle pazze risate.



Ho visto su un muro il manifesto qui sopra. Sono rimasto a fissarlo per ventiquattro minuti, cercando di capire la battuta. Purtroppo sono refrattario alle freddure e non l’ho mica capita.
Allora ho cominciato a ragionarci. Però, non avendone colto il ridanciano senso, è probabile che la stia prendendo con troppa serietà.
Fatto sta che non ho capito. E quando non capisco mi arrovello. Aiuto.
Partiamo da Oltre. Anzi da Oltre Oltre, perché è scritto due volte.
Io ho capito che devi andare oltre il problema di essere un precario. Devi essere felice di fare il lavoro che fai nelle condizioni contrattuali in cui sei, perché lavorare, come concetto astratto, è proprio una figata.
Per cui, smettila di cercare di risolvere una situazione lavorativa irrisolvibile, e goditi il privilegio di fare parte della forza-lavoro in ovvio senso marxista.
Se avessi studiato, aggiungerei: Il tuo lavoro è assoggettato al capitale, la tua unica funzione è quella di incrementare il plusvalore assoluto. Vorrei mica un contratto migliore?!
Ma va. A te ti tocca la forza del lavoro, agli altri, la forza di un conto alle Cayman.
Ma tutto questo non succederà adesso. Succederà oltre, ovvero dopo.
Adesso siamo ancora alla precarietà. Lo step successivo, è oltre. Dopo. Se e quando l'autista di autobus che vediamo in fotografia vincerà le elezioni.

Io l’ho capita così.
E non mi fa ridere per niente.

martedì, marzo 22, 2011

Dirti Darty


A casa mia si materializza un volantino. Mi annuncia dei favolosi scontissimi da Darty.
Lo sfoglio e vaccabomba! Il Macbook, quello bianco, a cento euri di meno rispetto al solito prezzo che fa la Apple.
Da quando ho spostato il mio iMac in studio, a casa lavoricchio con un EEE da sette pollici, oppure con un PC antidiluviano, e dopo un po’ che scrivi la tastiera impazzisce.
Mi servirebbe proprio un portatile. Essì. Eggià. Lo punto da un bel po’ il Macbook. Proprio quellolì, quello “vecchio”. Bianco. 13 pollici.
Mi faccio due conti. Valuto quanti giorni consecutivi posso nutrirmi con tonno e cipolle. Calcolo quanto ho risparmiato negli ultimi sei mesi passando dalle Marlboro Bianche alle Gauloises Rosse.
Verifico i prossimi pagamenti che devo ricevere, mi faccio due conti, un esame di coscienza, un forecast sugli incassi previsti fino al 2015, e decido di farmi un regalo. Deciso. Andrò da Darty e il Macbook in sconto sarà mio.
Mi reco nel punto vendita che si trova all’inferno suburbano per subumani noto come: Auchan di Cesano Boscone. La cattedrale dove si è celebrata numerose volte la mia depressione, eretta nel centro dell’hinterland involuto. Non ci vado da mesi. Me lo aveva proibito l’analista.
Mi ricordo che dentro a quel Darty ci sono già entrato un paio di volte. Senza mai riuscire a comprare nulla. I commessi sono stati selezionati per impedirti di spendere i tuoi soldi anche se sei li apposta. Il tutto grazie al loro delizioso modo di fare, la loro competenza, educazione e disponibilità.
Entro. Anche se le righe che scriverò ti sembreranno frutto della mia fantasia, ti assicuro che non mi sto inventando nulla. Riporto la cronaca di ciò che ho visto, cercando di essere il più possibile fedele alla realtà che ho incontrato.
Nel reparto computer ci sono delle persone che passano il tempo libero davanti a un iMac da 27 pollici. Hanno aperto Photo Booth, si scattano le fotine, le deformano, e ridono a crepapelle.
Il commesso prima spiega a una signora che sì, le testine dello spazzolino elettrico si possono sostituire.
Poi si mette a raccontare a 4 persone le caratteristiche di un mini pc. Uno dei tre chiede “specificatamente” (parole sue) che differenze ci sono tra quello e quegli altri, indicando i notebook di fascia alta.
La spiegazione dura poco, il commesso dice subito che ne sono rimasti tre. I quattro iniziano a guardarsi cagnescamente tra loro, ringhiando.
Dico al commesso che vorrei il Macbook.
E’ l’ultimo, mi dice.
- E’ rimasto solo quello esposto,vado a prenderti la scatola.
- Ma me lo metti a meno?
- No.
- Allora niente, grazie.
Saluto e me ne vado. Anche se poteva essere divertente passare un pomeriggio a cancellare le foto di tutti i cesanobosconesi che si erano fatti le fotine con il Macbook, spendere quella cifra per una cosa che hanno già stoccacciato tutti, proprio non mi andava.
E poi non aveva più il suo odore.
L’odore di cosanuova, fragranza con cui le mie nari si sollazzano.
Torno a casa, guardo sul volantino. Trovo un altro punto vendita. Corso Vercelli.
- Ci andrò domani in motorino.
Dico a me stesso. Celebrando la felicità di andare a spasso con Motozilla.
Apre alle 10. Alle 09.57 sono lì.
Aiuto a tirare su la serranda ed entro. Sono il primo cliente delle giornata.
Non dico che mi sarei aspettato una cerimonia di benvenuto e un vassoio di tartine, ma perlomeno un buongiorno sì.
Niente. Mi faccio forza, tanto lo so che i commessi di Darty vengono selezionati in base al loro delizioso modo di fare, la loro competenza, educazione e disponibilità.
La faccio breve. Non voglio esagerare, potrei, ma lascio perdere.
Anche in corso Vercelli è finito, c’è solo quello esposto.
- Si può ordinare, anzi no, vedo qui che no c’è in nessun altro negozio.
Esco.
Vagamente incazzato.
Sono così rognoso che decido di punirmi. Vado alla Mondadori in piazza De Angeli, dentro c’è un Apple Store. Vaffangala, me lo compro a prezzo pieno per ripicca!
(Sì, lo so che non ha senso, ma quel giorno lì mi sembrava che ce l’avesse.)
Entro alla Mondadori e cosa scopro?
Anche lì c’è lo sconto sul Macbook bianco da 13 pollici. Cento euri in meno anche loro, come da Darty, però senza volantini di mezzo.
- Vorrei quellollì.
Aspetto che l’ iCommesso mi dica: non ce ne sono più, ti incarto quello esposto con la stagnola.
Invece no. l’uomo mela, sereno e lieto, mi dice:
- Te lo vado a prendere!
Apre un armadietto, dentro c’è il mio futuro portatile in compagnia di tutti i suoi fratellini.
Ecco.
Tutto questo per dire che: se anche tu vuoi comprarti il Macbook a cento euri di meno, non perdere tempo da Darty, vai alla Mondadori in De Angeli.

Emma Watson vs. Kristen Stewart

mercoledì, marzo 16, 2011

Lorenzo, dal Giappone.


Mi permetto di rimbalzare qui un post tutto intero.
Arriva dal blog del mio amico Lorenzo, che ci scrive direttamente da laggiù.

Mi chiamo Lorenzo Barassi e vivo a Kawasaki, nella periferia di Tokyo, e come molti italiani, leggo la vostra testata sul sito web corriere.it.
Sulla home page di oggi avete pubblicato un articolo dal titolo “il caos calmo di Tokyo in fila per fuggire sul treno”.
Credo di non aver mai letto un articolo cosi’ sconcertante e pieno di sciocchezze.

– Tokyo non e’ una citta’ in fuga.

- La gente esce normalmente di casa, va a lavorare, fa la spesa: conducono una vita normale, anche se ovviamente sotto un fortissimo stress emotivo.

- I livelli di radioattivita’ sono superiori alla norma, ma abbondantemente al disotto delle soglie considerate pericolose, e oggi tra l’altro soffia un vento fortissimo che sta facendo scendere le concentrazioni.

- Molti italiani hanno lasciato la citta’, altrettanti rimangono: sono tutte scelte personali e non dettate dall’Ambasciata, la quale per inciso, e’ molto presente e segue con attenzione gli eventi.

- Le file in Giappone sono endemiche, come le mascherine sul viso (e’ la stagione del polline) e gli inchini.

- Quando si salgono le scale mobili, e’ cortesia tenere la sinistra (a Osaka invece la destra), per far passare le persone che hanno fretta. Sempre.

- I giapponesi non credono al loro governo per definizione: non ne fanno un grosso problema e vivono la loro vita.

- Il premier Kan, alcuni uomini del suo esecutivo e molti giornalisti, nei giorni scorsi si sono pubblicamente imbestialiti con la TEPCO, per le scarse e vaghe informazioni. La cosa che pero’ adesso conta e’ risolvere il problema.

- Gli Shinkansen vengono puliti ogni volta che finiscono un viaggio e, francamente, mi pare molto strano che il treno fosse in servizio a nord, visto che quella linea e’ interrotta da venerdi scorso.

- 450 km orari di velocita’ sulla linea ordinaria dello shinkansen, credo che sia il sogno degli ingegneri progettisti.

Mi sembra piu’ un racconto di fantascienza o l’imbastitura della sceneggiatura di un telefilm.
Non mi sembra un messaggio molto corretto da dare alle nostre famiglie in Italia: sono gia’ preoccupati, non credo sia il caso di aggiungere angoscia.
Siete il Corriere della Sera, non un blog qualunque e avete delle responsabilita’: mi auguro ne farete buon uso.

Un saluto dal Giappone,
Lorenzo Barassi

Diegozilla e il Texas Hold’em.


Superando il senso di rigetto verso un gergo tanto orrendo che uccide all’istante i membri dell’Accademia della Crusca, mi sono avvicinato al Texas Hold’em.
Un paio di mesi fa ho ceduto al ricatto morale di tutto questo parlare di poker. Come una teenager
in tre quarti dall’alto, ho seguito la moda imperante. Mi sono messo a giocare On Line.
Il poker ti viene buttato addosso con tanto metodo che un pensierino ce lo fai. Poi, se non sei proprio un ignavo quel pensiero lo tramuti in azione, prendendoti i tuoi rischi.
La moda del poker è un segno dei tempi in cui viviamo. Ormai anche il più tonto a capito che i sssoldi con la SSS in grassetto non li puoi fare esercitando onestamente la tua professione. Non in questo paese perlomeno. Se sei minorenne puoi sempre sdraiarti sotto un anziano, e comunque sia non possiamo essere tutti figli di Bossi. Allora ti tocca trovare un altro sistema per arrotondare e forse, incrementare un pochetto il tuo conto in banca.
Ecco che arriva il poker, accompagnato dai Gratta e Vinci, dal Supernalotto e da tutte quelle menate lì.
Io, nella vasta gamma di chimere a mia disposizione, ho scelto il Texas Hold’em.
Prima ho studiato un po’, facendo a cazzotti con quel gergo lì. Forse soltanto i Paninari negli anni ’80 parlavano peggio. Ma forse. Perché alla fine: “mi sdruma un drigo”, e: “ho cuccato una sfitinzia” erano frasi con una loro poetica. Poetica che non trovo in: folda se tribetta, ma check reisa se setti e spera nel runner runner se sei committed, se floppi la top pair allora mandalo ai resti, ma ricordati sempre la maledizione della Kurnikova.
Io facoffo la mano, anche con american airlines.
Ecco.
Linguaggi a parte, veniamo al tuo Diegozilla preferito che gioca a Poker.
Mettiamo le cose in chiaro fin da subito, per ora sono in pari. Tanto ho messo, tanto ho vinto, in poco più di 3 mesi di gioco, giocando tipo una volta al giorno.
Come ho fatto?
Ho avuto culo quando era il momento giusto, e sono riuscito a perdere il minimo quando era il momento sbagliato.
Perché vedila come ti pare, leggi tutti i libri che vuoi, guarda per una settimana di fila il canale del digitale terrestre, segui tutti i tornei, i blog, i forum, eccetera, ma alla fine:
Si.
Tratta.
Di.
Culo.
Anzi no. Nel paradosso della trappola per gonzi quale è il Poker On Line, fomentato da tutta la propaganda pokeristica fuori dalla rete, è una roba molto più fine.
Come diceva Palahniuk in Fight Club a proposito delle linee aeree?
Illusione della sicurezza.
Ecco. Nel Poker On Line hai l’illusione che la fortuna degli altri possa essere contenuta dalla tua bravura personale.
Hai l’illusione di poter intervenire con le tue capacità in un sistema estremamente complesso, dove la fortuna domina la sua parte più rilevante.
Viene fatto di tutto per farti credere che non sia così, e per farlo si usano i numeri, tecniche, strategie, calcolo delle percentuali.
A me i numeri non fanno effetto. Li so a malapena leggere e faccio i conti con le dita, per cui non subisco la fascinazione della plausibilità numerico/percentuale.
Quei numeri sono parte del sistema illusorio. Mi spiego meglio. Nel Texas Hold’em tutti ricevono due carte coperte. Poi arrivano le cinque carte comuni.
Per cui, sapendo quante carte ci sono nel mazzo, ti calcoli la percentuale di vincita del punto che hai mano. In televisione ti viene addirittura calcolata in tempo reale e messa in sovrimpressione.
I commentatori, di solito, si fanno i loro conti matematici, e bim bum bam.
Peccato che manchi sempre il dato più importante di tutti, che quei numeri non possono, il alcun modo indicare.
Facciamo un esempio. Siamo in Italia e userò il calcio, così ci capiamo.
Possiamo dire, a grandi linee che le possibilità di fare goal su rigore sono al 50%, giusto?
Bene. Quanto cambiano le percentuali se in porta ci sono io e il rigore me lo tira Eto'o?
Con il poker è uguale.
Non importa con quale punto giochi, ci sarà sempre un fortunello che riuscirà a chiudere una funambolica mano migliore della tua.
Dato che prima o poi in All In dovrai andarci, altrimenti non lo vinci mica il torneo, anche se le probabilità di vittoria con i tuoi due Re contro i suoi 3 e 9 sono schiaccianti, c’è la sostanziale componente fortunazza.
Pronti via, sul flop arrivano prima due 9, poi un 2 e per finire un altro 3.
Cerchi di mandarlo via nelle altre fasi di gioco, come ti dicono di fare i profffesssionisti?
Lui ti segue. Sempre. Fino all’ultima carta. Dove chiude.
Allora giochi con un buy-in più alto. Ti dici: forse aumentando la quota di ingresso ci saranno meno galoppatori. Sì è vero. Per le prime quattro mani. Poi è la stessa identica cosa dei tavoli piccoli, solo che perdi molto di più.
Dirante una partita ti può capitare di vincere, magari eliminando qualcuno. Logico, al Mondo esistono per forza dei giocatori più sfigati di te con le carte. Ma poi, verso la fine, rimangono loro: gli Eto'o del runner runner.
Lo dico dall’alto della mia esperienza dei miei 12 tris con carte buone, disintegrati puntualmente da un colore bassissimo chiuso con le ultime due carte. Sono preciso. Dopo un po’ ho cominciato a prendere appunti.
Oppure ricordo con piacere, ho segnati anche quelli, gli 87 due che ho avuto in mano in una partita. In mano, sia chiaro. Anche provandoci, sul board non si sono mai legati.
Per cui, se sei tu il fortunello, diventerai un campione anche se giochi amminchia.
Ti diranno che sei bravo e fai bene a crederci. Io per esempio, credo negli alieni.
Se il fortunello non sei tu… Fa conto che sia un gratta e vinci che dura parecchio e, sotto certi aspetti, più divertente.
Ma veniamo al Poker. Tutti sono capaci di farsi belli e di raccontare le loro vincite.
Tutti si ricordano di chi vince un torneo e non, per dire, dei 4000 (quattromila) che ci hanno partecipato. E c’è tutto l’interesse a non rammentarti che per un tavolo finale da dieci giocatori, ci sono state intere tavolate dell’Oktoberfest di gente che è tornata a casa con le pive nel sacco.
Per cui, ho deciso di raccontarti le mani che ho perso. (Se ce la faccio diventerà una rubrica ricorrente.)

1. Diegozilla contro Uno di Pavia.
Foldo qualcosa come diciotto mani, perché la carta più alta che vedo è il quattro, quella che mi capita più spesso è il tre, ma mai assieme o dello stesso seme. Non che cambi qualcosa, ma avere due carte suited sarebbe stata una vera emozione. Al tavolo giocano aggressivi, e con le carte che ho in mano mi conviene lasciare anche quando sono di small o di big blind.
(Scusate il gergo, ma ho deciso di uccidere a distanza il mio prof di lettere delle superiori.)
Nel frattempo i bui si alzano. Parecchio. Qualcuno esce. Da nove rimaniamo in cinque e io non ho giocato una mano.
I bui arrivano a 50 e 100.
Sono di small. Mi arrivano Asso e Donna di quadri. Controllo tre volte che le carte siano davvero le mie.
Chiedo conferma al santino di Phil Ivey, lui mi dice: sì, sono le tue.
Allora aspetto il mio turno per giocare.
Il tavolo aggressive, improvvisamente vede Samara di The Ring e tutti si cagano addosso. Forse hanno avuto le carte che ho avuto io fino a quella mano, fatto sta che foldano tutti.
Rimaniamo io e il big blind, uno di Pavia. Abbiamo più o meno lo stesso stack. Che faccio?
Rilancio fino a 200.
Pavia vede.
Il flop è: 2 di quadri, 6 di picche e una Donna di cuori. Accarezzo il santino di Phil Ivey, ci penso. Punto altre 200. Pavia vede. Deve avere una donna, penso.
Il turn è una Donna di fiori.
Ho un tris. Forse Pavia ha l’altra Donna, ma io ho comunque l’Asso. Metti che abbiamo le stesse identiche carte, finisce che si divide. Phil Ivey mi guarda male dal santino. Mi dice di chiuderla in fretta. Allora vado all-in.
Pavia vede.
Ha in mano un 3 e un 5 di semi diversi.
Quante probabilità ci sono che sul river scenda un 4?
Te lo dico io. il 100%.

martedì, marzo 15, 2011

Cose difficili da spiegare.


A volte mi capita di dover rispondere a delle domande dirette, oppure mi infilo in quelle ginepraiche discussioni che spippettano i massimi sistemi.
I miei interlocutori variano. Possono essere lettori, appassionati, curiosi che si avvicinano alla Grande Città dei Fumetti. Possono essere giovanotti abbronzati dal furore artistico che, dalle campagne delle belle speranze, arrivano qui nella metropoli. A volte sono quelli che della Città dei Fumetti frequentano soltanto le tangenziali periferiche, dove gareggiano con altri, rombando su auto alimentate a rancore.
Il mio problema invece è sempre lo stesso. Mi è molto difficile spiegare che in un lavoro creativo, gli eventuali problemi riguardano raramente la parte creativa. Di quella ne abbiamo a sufficienza, grazie.
Se anche tu razzoli in un ambiente ar ar ar artistico, ma non ci pigoli per hobby o per assuefazione, capisci benissimo che cosa intendo.
Mi è quasi impossibile spiegare che l’idea, il progetto, il talento, da soli non valgono un cazzo. Devono appoggiarsi per forza a una struttura produttiva adeguata. Il che non significa necessariamente ricevere carriolate di denaro, perché un buon risultato non si misura soltanto con i bonifici.
Mi è impossibilissimo spiegare che tra la faticosa, irta di compromessi concretizzazione di una qualunque cosa, e lo spararsi le pose nelle fotografie del duro e puro costi quello che costi, è sicuramente più comoda e calda la posizione del genio incompreso.
Perché è facile dire: quello disegna da schifo, quello scrive che manco li cani, quell’altro pubblica guano… E’ molto più difficile capire a che tipo di gioco hanno accettato di giocare, e quali carte avevano in mano.

lunedì, marzo 14, 2011

Come è andata Cartoomics?


Domanda semplice, risposta oltremodo complessa.
Cartoomics è a Milano, quindi bisogna parlare un po' della città che ha ospitato la manifestazione, la mia città.
Milano è una città a misura di niente.
Vorrei sapere in quale altra metropoli civilizzata, l’unico padiglione attivo di un polo fieristico, è quello più lontano dalla “sua” fermata della metrò.
Per andare a Cartoomics, Milano ti costringeva a una lunga marcia nel nulla, facendoti camminare di fianco al muro che separa la città dall’incubatrice della speculazione edilizia.
La Fiera, con la “effe” maiuscola, intesa come area nella sua globalità è un sito in disfacimento. Le narici ti si riempiono di quell’atmosfera posticcia, decadente, semi abbandonata, che hanno tutti quei luoghi in via di trasformazione a colpi di ruspe.
Nessuna logica al mondo, anche la più perversa e obliqua, potrebbe spiegare come mai, la zona viene chiamata ancora Zona Fiera. Con la conseguente presenza di migliaia di metri quadri di parcheggi blù, a pagamento, con rischio multa. Rettangoli sull’asfalto a testimonianza della bell’epoca che fu.
Ora non servono a nulla. Non è più Zona Fiera, è Zona Niente. Strade deserte, con i tuoi passi che rimbombano nelle vie deserte.
Vorrei sapere chi sono gli scugnizzi che stazionano davanti agli ingressi. Quelli che ti fermano, cercando di accalappiarti dei denari con la scusa delle cartoline beneficenza. Non si capisce mai bene a favore di chi. Vorrei sapere come mai si muovono, parlano e si atteggiano come un branco molto ben organizzato, e come mai li ritrovo sempre a TUTTE le convention di fumetti.
Entri a Cartoomics. Nonostante tutto. Entri perché ti piacciono i fumetti e non ti importa quello che sei costretto a sopportare per loro.
Va bene.

(il Maestro Ferri, con un altro supereroe)

A Cartoomics c’era parecchia gente. Abbastanza per fare casino, ma non abbastanza per farti rimanere dentro uno stand a forza perché fuori non ci si riesce a muovere.
Per cui ho girato, guardato, comprato, speso soldi. Parlato con amici, scattato foto. In sostanza, ho fatto tutte quelle cose che all’ultima Lucca non ero nelle condizioni spazio-fisiche di fare.
Ho scoperto che i 40 si avvicinano. E che inizio a subire il fascino delle teenager vestite da Lamù o da demonesse gonagaiane.

(dettagli di Lorenzo Bartoli)

Il terzo volume di Milano Criminale è andato alla grande. E te credo, con tutta quell’attesa. Ho scoperto con piacere che un sacco di gente si è giocata “la tripletta”. Prendendo tutti e tre i volumi assieme. Sono stati molti di più di quanti avevo previsto.
La conferenza di Gang Bang è andata molto bene. Tutti i presenti erano molto interessati. Vauro in formissima. Qualcuno si è fatto fare un disegno, io gli ho scroccato una sigaretta.

(Voglino, pre conferenza)

Si sono palesati molti membri del Diegozillab. Spero che sia stata una lieta sorpresa scoprire che la tessera del Lab da anche diritto a un bello sconto sui volumi del sottoscritto!
Dare un volto a chi conosci soltanto internettianamente è sempre un piacere.
Ho rivisto amici, chiacchierato, cenato e bazzicato serenamente nella pause tra una sessione di firmette e l’altra.

(presenze diabolike)

Per cui…
Come è andata Cartoomics?
Bene.
Nonostante Milano.

venerdì, marzo 11, 2011

Fumetti che vorrei leggere.

In posta non fanno mica apposta.


Ho preso una multa in motorello. Tipo che c’è una strada, dalle parti del Duomo, ma proprio un pezzettino ino ino, che ci possono andare soltanto i mezzi pubblici, i taxi e la polizia.
Io forse seguivo un taxi, non mi ricordo. Fatto sta che ho preso la multa. Fanniente, dovevo state attento ai cartelli. (Poi ci torno, e guardo bene dove sono sti cazzi di cartelli.)
Mi è arrivato a casa un avviso che sembrava uno dei rotoli della pergamena del mar morto.
Uno scontrino lungo mezzo metro, scritto in un italiano studiato per incutere il terrore al ricevente.
Il giorno dopo vado in posta.
Masticando i ricordi dell’ultima volta che ci sono andato.
Ci vado. Convinto di essere indagato dalla CIA per questioni di traffico d’armi, affiliazioni a cellule anarcoinsurrezionaliste, caudofoveataefilia, circonvenzione dell’albume.
Scopro invece che mi ha fotografato una telecamera: multa. Meglio che essere rapiti e rinchiusi a Guantanamo.
Ieri trovo un altro avviso in posta. Una raccomandata. Oggi sono andato a ritirarla.
Parcheggio fuori motozilla e mi metto in fila. Poca, per fortuna.
Consegno il mio modulo giallo, e scopro un gigantesco problema.
Le raccomandate hanno dei numeri di riferimento.
Quel numero il postino lo scrive a mano sull’avviso che ti lascia in casella.
Quello stesso numero è scritto sull’elencone della posta da consegnare. (Quello che firmi quando ritiri) Tutti quei numeri sono dentro un computer. Uno li digita e il piccì gli dice in che armadio si trova la tua raccomandata.
Così tu vai lì, cercano la tua roba in base al numero e te la consegnano.
Ecco.
Il postino di ieri ha fatto casino a scrivere i numeri. Le due operatrici lo sanno. Sanno che ne ha scritto qualcuno in più. (Si vede che il postino ha confessato. Non so.)
I suoi avvisi non corrispondono, subito, a una raccomandata in giacenza.
Non subito.
Perché le postaie fanno dei test. Tipo degli hacker che devono craccare una password.
E se ci azzeccano, le postazzine trovano la tua raccomandata.
- Forse ha messo due volte il sei.
- Prova con lo zero.
- Aspetta, ti aiuto.
Si mettono in tre. Per trovare la mia posta.
Io sono sereno. Ho deciso che affronterò il grande mistero delle poste con un sorriso.
Mentre cercano di craccare il loro stesso sistema di archiviazione, vulnerabilissimo all’errore umano, mi viene in mente una cosa e la dico alle tre postaiole:
- Per quei numeri ci vorrebbero degli adesivi riposizionabili. Con i numeri prestampati sul modulo per la raccomandata. Due etichette che riportano lo stesso numero. Una la stacchi dalla raccomandata e la incolli all’avviso che lasci in casella. Un altra la stacchi e la metti nel faldone con tutta la giacenza. In questo modo, non dovendo ricopiare a mano nulla, si perderebbe meno roba.
Ecco. Magari tu non leggi fumetti, per cui perdona la mia similitudine “per addetti ai lavori”.
Ecco. Mi hanno guardato come se si trovassero di fronte non me, ma il Dottor Manhattan irradiante di azzurrina energia quantica.
Ah.
Mi sono crogiolato per istanti infiniti in quello sguardo denso di ammirazione verso colui che è oltre l’umano.
Ah.
Dopo un quarto d’ora hanno trovato la mia raccomandata.
Era un avviso ulteriore della multa che avevo già ritirato.
Così ho compresso la materia e lo spazio tempo e mi sono teletrasportato sulla Luna.




Aggiunta dell'ultimo minuto che mi è venuta in mente adesso una cosa.
La stessa cosa si può fare con dei codici a barre al posto dei numeri, sempre su etichette adesive.
A quel punto basta un lettore laser e non devi digitare niente.
Se suggerivo una cosa simile, probabilmente implodeva l'ufficio postale.

La illu e opera di King Simon.
Finalmente ho trovato il modo di usarla!
Graaaazie Simon!

giovedì, marzo 10, 2011

Milano Criminale, tutti a Cartoomics!


Eccoloooooh!
Io da domani alle 14 sarò allo stand di Edizioni BD a guardarmi per bene il volume.
Metti che passi, mi trovi lì.
Metti che sei indeciso, ci sono le prime otto pagine in anteprima sul sito di BD.
Milano Criminale, la vendetta esige una preview. Basta cliccare qui, ed eccole lì, a sinistra, in basso.

Diegozillab: Fase 2_Scrivere Fumetti_Lezione 3.


Per cui, tieni bene in mente le vignette.
Le vignette saranno il tuo mondo, il tuo spazio, le coniugazioni del linguaggio che vuoi usare.
La storia passa attraverso quello spazio, uno spazio preciso, delimitato e delimitante.
La vignetta è la nostra unità narrativa, fa parte di un flusso, avrà altre vignette di fianco e altre vignette sopra e sotto.
La vignetta è l’occhio con cui guardi la storia. Ha una sua dimensione reale e una sua dimensione “virtuale”. E’ necessario dominarle entrambe per raccontare una storia attraverso la giustapposizione di vignette.
Dimensione reale: Una vignetta ha dei confini. Ha un margine alto, uno basso, uno destro e uno sinistro. Ha un “fondo”, e un “davanti”.
Le cose possono essere vicine al margine destro, sinistro, alto o basso. Le cose possono essere sul fondo della vignetta, o molto vicino a noi, verso il davanti.
Quando descrivi quello che va messo dentro la vignetta, ricordati di usare questi punti come riferimento. Se serve. Posizionare le cose relazionandosi ai margini è utile e rende tutto immediatamente chiaro.
Paolino di spalle, vicino al margine sinistro, in secondo piano, per noi frontale c’è il Drago Piero.
I punti di riferimento quindi, sono i confini della vignetta stessa.
Questi confini ti servono per scrivere con chiarezza. Ti servono per descrivere quello che hai visto mentalmente, per dare indicazioni comprensibili, prima di tutto a te stesso.
Perché, ripeto, se quello che ti è venuto in mente non può essere raccontato attraverso vignette, allora non è un fumetto. E’ qualcos’altro.
Dimensione virtuale.
Sei a teatro. In terza fila. Quello che vedi è un inquadratura fissa. L’unica cosa che cambia nel tuo punto di vista, è che ogni tanto si inserisce la nuca del tipo seduto davanti a te.
E se a teatro tu potessi staccarti testa, teleguidandola come ti pare per osservare la scena come ti piace di più, a seconda di quello che succede?
Monologo drammatico? Mi stacco la testa e lo osservo dal basso.
Scena epica di lotta tra antichi egizi? Mi stacco la testa, volo e osservo tutto dall’alto.
Poi scendo, seguo il protagonista. Infilza uno. Lo guardo più da vicino.
Ecco. Il fumetto, come il cinema, i videoclip, e quellecoselì, basa la sua forza narrativa sul variare del punto di vista. Inquadrature non fisse. Non uguali, ma diverse l’una dall’altra, soprattutto se sono vignette vicine.
Lo spazio virtuale della vignetta, ovvero il “come” inquadro quello che inquadro, è uno spazio virtualmente infinito.
E’ prendere la propria testa, staccarla, e andare in giro a guardare le cose dal punto di vista che ci piace di più. Non ci sono limiti.
Anzi, siccome il fumetto è un campo ricco di paradossi, ci sono un sacco di limiti.
Per descrivere il “come”, si usa un linguaggio tecnico, ereditato in parte dal cinema. Purtroppo, spesso, si fanno i conti senza l’oste.
Le cose dentro le vignette sono cose ferme. Immobili.
Il tuo immaginario, come abbiamo già visto, è invece in movimento.
Il linguaggio che usi per sceneggiare è, in parte, derivato da un linguaggio che si usa per descrivere cose in movimento. Il cinema.
Capisci perché ci si incasina così facilmente?
In nostro aiuto arriva la Settimana Enigmistica.
- Che cazzo c’entra la Settimana Enigmistica, adesso?!
C’entra… C’entra.
Bisognava leggere un po’ di più la Settimana Enigmistica e un po’ meno (mettere nome a caso di autore di culto, imprescindibile per le nuove generazioni di sceneggiatori) e tutto era chiaro.
Vignette.
Una di fianco all’altra. Una sotto l’altra, eccetera.
Dentro le vignette cose immobili.
Pensaci.
Ti è chiaro che l’unico modo che hai per percepire dei movimenti, dei personaggi o del “modo” con cui inquadri le cose, è legato al percepire le differenze tra una vignetta e l’altra.
Come il giochino.
Solo che siccome siamo grandicelli, il nostro gioco delle differenze tra il primo e il secondo disegno è molto più complesso. Riguarda il che cosa è disegnato e contemporaneamente anche il come è disegnato.
Azione e reazione.
Vignetta 1: Azione. Vignetta 2: Reazione.
Questo rapporto dinamico, portato ai suoi massimi livelli, è il racconto a vignette.
Prima di passare, con la prossima lezione, al famigerrimo linguaggio tecnico, devi avere ben chiaro la semplicità delle "differenze" tra una vignetta e l'altra.
Capire il concetto di Azione e Reazione.
Vederlo su: vignetta 1: Gino che spara, vignetta 2: Titti che muore, è abbastanza semplice.
Ma prova, come esercizio, a smontare una sequenza del tuo fumetto preferito, notano, annotando mentalmente tutte le differenze tra una vignetta e l'altra, e vedi un po' che cosa si scatena.
Fotocopia una pagina.
Prendi un pennarello rosso, e segnati le differenze di cosa e di come. Come se fosse una versione complessa del giochino della Settimana Enigmistica.
Se ti va, mandamelo.


Prossima lezione, il primo giovedì di Aprile.
Eventuali domande, come sempre nei commenti, grazie!

Gang Bang Manifesto.


Uno spettro si aggira per l'Europa: lo spettro di una rivista di fumetti.
Una bolscevica coedizione che vede unirsi il Manifesto e Edizioni BD. Una rivista a fumetti, con dentro fumetti. Tanti.
Non satira, quanto una ri-evocazione del tipico fumetto-da-rivista. Storie. Tante storie su un formato enorme da 100 e rotti pagine, che vede Il Manifesto come nucleo centrale dei racconti.
Racconti di genere, di ogni genere.
Uscirà a per la fine dell’anno, ma se ne parlerà in occasione di Cartoomics.
Sabato 12 marzo, alle ore 12.00, Gabriele Polo, direttore editoriale de Il Manifesto, Andrea Voglino ideatore del progetto, e il Tito Faraci nazionale, presenteranno l’antologia.
Essiateci!
Io ci essierò.
Maggiori info sul blog fumettico manifestico: Nuoletta Rossa.
- Ma Cajelli ci sarà su Gang Bang?
Si domanda l'uomo della strada.
- Sì.
La risposta cajellica.

lunedì, marzo 07, 2011

Milano Criminale, il nuovo trailer!





Per guardarlo groooosso, clicca qui.

Ci si vede venerdì a Cartoomics.
Un grazie grosso grosso a Max per il video!

giovedì, marzo 03, 2011

Milano Criminale Stradale.




Beccato!

mercoledì, marzo 02, 2011

Milano Criminale, il cinese!


Tra le altre cose...
Nel terzo volume di Milano Criminale, l'ottimo Davide Barzi si esibisce in uno spettacolare articolo su Bruce Lee e sul cinema di arti marziali degli anni '70.
Quello che andavi a vedere all'oratorio e poi ti picchiavi con i tamarri, facendo mosse a caso credendo che fosse Kung Fu.

Milano Criminale, cover in anteprima!


Giusto per non farci mancare niente...
La mai-ancora-vista-da-nessuno, prova di copertina per il volume conclusivo della miniserie!

Milano Criminale, il riassunto (ultima parte)



Continua e finisce l'articolo "spiegone" su Milano Criminale

Nel 2005, Milano Criminale, La banda del Muto, viene inserito nell’antologia: “Alta Criminalità, il meglio del noir italiano a fumetti”, pubblicata nella collana Piccola Biblioteca Oscar Mondadori.
Il volume, curato da Marco Schiavone e Tito Faraci, si rivela un grandissimo successo di vendite e di critica, e porta i nostri due poliziotti degli anni ’70 alla conoscenza di un vastissimo pubblico di lettori.


Veniamo ora al capolavoro della raccolta: Milano criminale sembra scritto da Giorgio Scerbanenco e trasposto in immagini da Fernando Di Leo… e chi ha visto Milano Calibro 9 o La mala ordina avrà già l’acquolina. Autori di questo gioiellino sono Diego Cajelli e Marco Guerrieri, cui ogni cultore dei poliziotteschi anni ’70 dovrebbe erigere un piccolo monumento…
(Antonio Benedetto, Thriller magazine, Settembre 2005)

Nella sceneggiatura originale, a pagina 60, quando De Falco annuncia che prima o poi riuscirà a ritrovare Vittorio L’Obitorio, un ex legionario al soldo della mala, c’era un didascalia. Sulla didascalia si poteva leggere: “ Succederà nel prossimo episodio di Milano Criminale: Milano Criminale, La Città esige vendetta.”
Per scaramanzia, vista la precedente esperienza, quella didascalia venne omessa.
Cajelli iniziò a scrivere il soggetto della terza avventura di Milano Criminale, intanto che il volume edito da Mondadori procedeva nella sua avventura editoriale.

Ammiccando al cinema italiano degli anni 70, lo sceneggiatore Diego Cajelli (Dampyr, Zagor, Diabolik) e il disegnatore Marco Guerrieri, hanno messo in scena un'avventura di violenza e giustizia sommaria, ambientata in un'accuratissima Milano Criminale di quegli anni…"
(Noir, Settembre 2006)

Cajelli si rimette a studiare il periodo, strutturando un plot in cui per la prima volta, la componente politica di quegli anni entra di diritto nella narrazione.
Mentre il plot del terzo episodio inizia a strutturarsi, inaspettatamente si ritorna a parlare del primo albo di Milano Criminale e dei suoi colori Pop.
Nel Giugno del 2006, sul sito ComicUs, appare questa notizia:

Cajelli & Rosenzweig go to America La No Shame Films, sotto la supervisione di Giona Nazzaro, è impegnata nella realizzazione per il mercato statunitense di edizioni in dvd di film italiani. Navigando sul sito della casa produttrice, ci si imbatte in "Convoy Busters", versione in inglese di "Un Poliziotto Scomodo". Tra gli extra di questo dvd, troviamo, con grande piacere, un booklet a fumetti che porta le firme di due talenti nostrani: Diego Cajelli (Milano Criminale, Zagor, Nick Raider) e Maurizio Rosenzweig (Davide Golia, John Doe). Si tratta di un albetto di 16 pagine, contenente la storia "Crime Story: The De Falco solution", ambientata nella Milano degli anni '70, vale a dire la ristampa in inglese di "Milano Criminale, il gioco del falco", ripresa dall'introvabile albo Factory del 1999, precedente alla versione poi pubblicata su "Alta Criminalità" (Mondadori)... ” (Carlo Del Grande)

De Falco e Lorusso, emigrano negli Stati Uniti, in una versione dell’albo Factory adattata e tradotta da Michele Foschini, una coproduzione Alta Fedeltà/No Shame Films.
I due sbirri degli anni ’70, nati come omaggio alla cinematografia del periodo, diventano un contenuto speciale, ed è una sorta di anello che si chiude.
La primaria fonte di ispirazione: il cinema, e ciò che quelle atmosfere hanno prodotto: un fumetto, si ritrovano seduti allo stesso tavolo. Uscire nel booklet di un DVD, consente a Milano Criminale di entrare in contatto con un pubblico molto selezionato, la platea dei cinefili americani, appassionati del genere, che accolgono con grande entusiasmo i due piedipiatti di Milano.




"…My favorite of all the extras, is a sixteen-page comic book entitled Milano Criminale: The De Falco Solution, written and drawn by two popular Italian comic book artists, Diego Cajelli and Maurizio Rosenzweig, that is inspired by the Italian crime films of the '70s and is also designed in the style of Italian comic books from the '70s. It's a cool addition that rounds out this excellent NoShame release quite nicely... " (Horrorview.com)

"Most unique in this package is "Crime Story: The De Falco Solution," a 16 page color comic by Maurizio Rosenzweig and Diego Cajelli. A graphic ode to European crime, this illustrated story is a refreshing change from the usual liner notes, and captures the extravagance and exploitative fever of the genre. A fitting end to what can only be described as an innovative tribute to the Italian crime film!… " (William P. Simmons, Dvddrive-in.com)

L’ultima incarnazione di Milano Criminale avviene nel 2007. Anno di uscita del primo volume della trilogia: Milano Criminale, La città esige vendetta, edito da Edizioni BD.
Con Diego Cajelli, questa volta c’è Giuseppe Ferrario, un disegnatore dal tratto particolare, da anni al soldo dell’editoria per l’infanzia e per ragazzi, che per la prima volta si misura con le tematiche violente del poliziottesco.



Il suo segno, a metà tra il realistico e il grottesco, amplifica ancora di più l’effetto del “salto nel tempo”, esaspera le espressioni e le atmosfere vintage, portandole ai massimi livelli.
Tornano i colori, e questa volta è una scelta più filmica che fumettistica. Ferrario infatti, coadiuvato da Flavio Fausone, mira a ricreare la saturazione cromatica tipica delle pellicole di quegli anni.
Il progetto è ambizioso. Tre volumi a colori con in appendice una storia autoconclusiva, che vede protagonista Luciana Cassini, ispettrice del corpo di polizia femminile. Il personaggio, inserito nella continuity principale di Milano Criminale, vede la reunion di Cajelli e Rosenzweig.



La storia principale della trilogia vede unirsi due tematiche molto importanti per la cronaca del periodo: i rapimenti e l’antagonismo politico.
L’intreccio, che vede un susseguirsi di personaggi e situazioni, ha di nuovo una Milano “ricostruita nel dettaglio” come sfondo.
La scelta operata di Giuseppe Ferrario è stata quella di integrare, amalgamare, fondere i suoi disegni con fotografie d’epoca e singoli frame dei film del periodo.


I primi due volumi escono con cadenza annuale.
Nel 2009, Milano Criminale La città esige vendetta, vince il premio Ayaaak come migliore serie.





Ma i tempi di attesa per il terzo volume, purtroppo si dilatano.
Devono passare due lunghi anni prima che l’ultima parte della trilogia sia pronta per le stampe.
Marzo 2011.
Il volume conclusivo di Milano Criminale, la città esige vendetta, verrà presentato ufficialmente a Cartoomics.
Per chiudere in bellezza, è stato deciso di aumentare il numero di pagine del volume, inserendo come storia in appendice l’intero episodio Factory del 1999. Ormai introvabile.
Questo è il passato e il presente di Milano Criminale.
Quale sarà il suo futuro, è ancora da scoprire.


Clicca qui per la prima parte dell'articolo.

martedì, marzo 01, 2011

Milano Criminale, il riassunto.


Ci siamo quasi. Tra poco uscirà il terzo e ultimo volume di: Milano Criminale, la città esige vendetta. Olè. Cazzo. Era ora.
Mi sembra il momento giusto per riordinare i ricordi e fare il punto della situazione.
Tempo fa, avevamo dato alle stampe un albetto gratuito, con la presentazione della serie. Era stato scritto un lungo articolo che raccontava per filo e per segno tutta l’epopea di Milano Criminale.
Eccolo qua, sul blog, in due agili puntate. Una oggi e l’altra domani.

Per raccontare Milano Criminale bisogna partire dall’inizio, dalla Factory.
La Factory, definita come il primo nucleo del fumetto indipendente italiano, era un’etichetta ombrello sotto la quale, dal 1998 al 2000, si era radunato un folto gruppo di autori: Walter Venturi,
Stefano Piccoli, Roberto Recchioni, Paolo “Ottokin”Campana, Marco Farinelli, Luca Bertelè, Leomacs, Flavia Scuderi e Diego Cajelli.
All’insegna dell’indipendenza e dell’autoproduzione, la Factory, pubblicò una ormai mitica serie di albi, divisi tra One Shot e Miniserie: Battaglia, Lost Kidz, Zelda, Il Massacratore, Simbolo, Lele, Sabry & Tobia e L’Uomo Atomico.
Nel 1999, per la Factory, Diego Cajelli e Maurizio Rosenzweig pubblicarono un volumetto a colori di 16 pagine, dal titolo: Milano Criminale, il Gioco Del Falco.
L’intenzione degli autori era quella di celebrare con un fumetto, le atmosfere, i personaggi, il modo di raccontare dei film polizieschi italiani degli anni ’70.
In quel periodo, pellicole come “Milano odia la polizia non può sparare” , “La mala ordina” o “Milano Calibro 9” non erano ancora state sdoganate dalla critica. Il termine poliziottesco era ancora da inventare, e quei film si potevano vedere soltanto alle tre di notte su Rete4, sgranati e deformati dalla decompressione del widescreen.
Cajelli e Rosenzweig si misero al lavoro, spinti dalla passione per quel genere cinematografico e per l’estetica, oggi diremmo vintage, degli anni ’70.
Molti anni dopo (nel 2006) Roberto Recchioni, ricordando in una serie di articoli quel periodo, scrisse:

“…Non solo aveva captato con parecchi anni di anticipo il ritorno in voga dei poliziotteschi, ma lo aveva fatto con un approccio passionale e non solo cerebrale.
In sostanza, Milano Criminale non era solo uno sterile esercizio si stile, era una storia realizzata con amore. A parte questo, era la storia tecnicamente meglio scritta che la Factory avesse mai dato alle stampe e, a tutt'oggi, rimane uno dei gioielli di Diego in termini assoluti.
Un meccanismo narrativo perfetto che si snoda in sedici misere paginette e che racconta di più e meglio di molti albi Bonelli o Bonelliani che trovate tutti i mesi in edicola.
I disegni di Maurizio e i bei colori non facevano altro che rendere il tutto ancora più pregevole.
Ovviamente fu uno degli albi meno capiti della Factory... ma anni dopo si prese la sua rivalsa.”


Il fumetto, un poliziesco ambientato a Milano nel 1973, vedeva come protagonisti Il Commissario Simone De Falco e l’Ispettore Rosario Lorusso, due sbirri duri e puri, come lo erano i piedipiatti della cinematografia di riferimento.
Per ambientare le vicende in un contesto storico corretto, venne fatto un lunghissimo lavoro di documentazione, si ricostruirono visivamente la città, gli ambienti, gli oggetti, i vestiti, i volti…
La cura quasi maniacale della componente storico/estetica dell’immagine, portò alla decisione di colorare l’albo usando tonalità decisamente Pop, unite ad un particolare effetto di stampa, il puntinato tipico della colorazione dei fumetti degli anni ’70.
L’effetto è quello di un viaggio nel tempo, il lettore viene preso per mano e portato nella Milano degli anni settanta. La ricostruzione storica prende gli elementi che di solito rimangono solo sullo sfondo, e li colloca in primo piano, al centro dell’attenzione del lettore. Trasformando così l’ambiente in un vero e proprio attore, al pari dei personaggi.
Questa è la caratteristica più forte di Milano Criminale, assieme alle psicologie dei personaggi e all’intreccio delle vicende, sono proprio l’ambiente e i dettagli ad essere notati, ed è con quel contesto che il lettore stabilisce quel feedback di solito riservato unicamente ai protagonisti.


“Anni '70, pantaloni a zampa, baffi ... ma non è il solito revival modaiolo, è un vero e proprio flash, un ritorno completo a quell'epoca. Faccendieri, droga, discoteche, poliziotti di una Milano non da bere, lontana dai plasticosi anni '80. Di questa Milano criminale si sente tutto a mille, i riferimenti al cinema poliziesco dell'epoca, i colori, i vestiti, il modo di parlare e di muoversi. .. un mondo, insomma, un mondo sparito nella realtà, ma riapparso fortissimo sulle pagine di questo albo…” (V.V. Mondo Naif Aprile 1999)

Con uno slancio di ottimismo, in terza di copertina dell’albo Factory, veniva annunciato il secondo numero della “serie”: Milano Criminale, La Banda del Muto.
C’era una tavola di presentazione realizzata a matita da Rosenzweig, e Cajelli aveva già scritto quasi tutta la sceneggiatura. Slancio di ottimismo. Infatti, la seconda storia di De Falco e Lorusso, uscì molto più tardi, nel Novembre del 2003.
L’avventura della Factory era finita, e i due autori accantonarono Milano Criminale, dedicandosi ad altri progetti.
Gli anni passarono, ma De Falco e Lorusso scalpitavano per tornare in azione.
Milano Criminale non è mai stata una serie regolare con precise cadenze di pubblicazione, non è mai stato un appuntamento fisso in edicola o in libreria, eppure aveva fatto breccia nel cuore e nell’immaginario dei lettori, trovando uno spazio preciso e una sua schiera di appassionati.
Milano Criminale non è mai stata una serie, me è come se lo fosse, è un fenomeno molto particolare, dalle caratteristiche inusuali per il mondo del fumetto, che ha come suo punto di forza la puntuale serialità.
Nel 2003, a tre anni di distanza dall’uscita del “virtuale numero uno”, Cajelli propone a Marco Schiavone, direttore della neonata casa editrice Alta Fedeltà, il secondo episodio: Milano Criminale, La Banda del Muto, una storia in bianco e nero di oltre 60 tavole, dove il lavoro di documentazione è stato ampliato e veicolato alla narrazione in maniera ancora più precisa.
Per realizzare il volume, venne ingaggiato un nuovo disegnatore, Marco Guerrieri.


“Cajelli e Guerrieri rivitalizzano lo spirito che la città viveva in quegli anni: le rapine colossali, gli inseguimenti fatti a bordo delle Alfette all´ombra della Madonnina con poliziotti che non conoscono le mezze misure. La rappresentazione della città è fedelissima.
Lo si nota dai dettagli che aiutano a identificare l´atmosfera, siano essi un poster dell´Inter sullo sfondo o la marca di un liquore evidenziata su un posacenere. La storia narrata ripercorre in pieno il genere del poliziesco…” (Beniamino Musto, Libero, Luglio 2004)

Questa seconda avventura è disegnata in modo molto diverso rispetto alla prima.
Un bianco e nero puro, quasi in linea chiara, dove Guerrieri punta molto sul realismo delle immagini più che sui toni grotteschi e di atmosfera usati da Rosenzweig.
Guerrieri, letteralmente, si mette al servizio della storia, esaltandone i contenuti realistici, ricreando il design delle automobili e degli ambienti, caratteristica che contraddistingue anche i successivi lavori del disegnatore, John Doe e Jonathan Steel.
Il suo tratto, frontale ed efficace, colpisce nel segno.

Storie sporche di sangue e pallottole, rapine, inseguimenti e scazzottate. Una prova decisamente maiuscola da parte dello sceneggiatore Diego Cajelli e del disegnatore Marco Guerrieri….” (Fausto Ruffolo, ComicUs, Novembre 2003)



Nel frattempo, dal 1999 al 2003, il poliziesco italiano degli anni ’70 era diventato ufficialmente il Poliziottesco, quei film erano stati riscoperti, restaurati, distribuiti in collane di DVD e videocassette. Il vintage cinematografico era diventato di moda, punto di forza di numerose riviste specializzate e di siti internet dedicati a Maurizio Merli, Tomas Milian, Fernando Di Leo, Stelvio Massi, e tutte le star del periodo.
Il volume edito da Alta Fedeltà, era corredato da un articolo molto approfondito sulla cinematografia poliziesca del periodo, e si concludeva con un ricco elenco di note, dove l’autore rivelava tutte le fonti di ispirazione e di documentazione usate per realizzare la storia.
Milano Criminale, La Banda del Muto, esaurisce presto la tiratura, diventando, come per il precedente albo della Factory, una vera e propria chicca per collezionisti, ma le sorprese riservate alle avventure di De Falco e Lorusso non erano finite...


(Continua domani!)
Anzi no, clicca qui per la seconda parte dell'articolo.
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