lunedì, febbraio 28, 2011

Quando uno se le chiama.


Mi vanto, a sproposito, del mio passato tamarrico. Neanche ventiquattro ore dopo, rischio come minimo di essere rapinato, e come massimo un paio di coltellate.
Tranquilli. Sto benissimo e sono tutto intero.
Sto benissimo e sono tutto intero perché ho avuto un’educazione da maranza di periferia. Ma andiamo con ordine.
Sabato pomeriggio. Appuntamento con Fedezilla alla fermata Conciliazione del metrò. Fermata abbastanza in centro, nella Milano inside alla circonvallazione. Per cui, per come la vede la Moratti, l’unica Milano che conta.
Eppure, il sabato pomeriggio alle quattro, la fermata Conciliazione è un avamposto abbandonato nel gelido deserto milanotto. Eppure il cenacolo è lì a due passi, il super posh Corso Vercelli è a un tiro di schioppo, e per non farci mancare niente c’è anche una gelaterissima alla modissima. Sopra, quindi, c’è vita. Sotto no.
Sotto l’unico bar è chiuso. L’edicola è accerchiata dal silenzio, e la tipa al suo interno si meraviglia quando altri esseri umani le si parano davanti. Il capitano dell’ATM, nella sua trincea sorveglia i tornelli pensando alle sue scarpe.
Qualcuno entra, qualcuno esce, di corsa. Perché a Milano si fa così.
Io sono lì. Che aspetto Fedezilla.
Arriva una metro, e osservo quelli che escono. Lei non c’è, però il mio senso di ragno pizzica.
Li noto subito, sono in tre. Camminate spavalde, linguaggio del corpo inequivocabile, sguardi malandrini. Pericolo, dice la voce della mia esperienza di strada.
Evito, come ho imparato in Piazza Prealpi, gli sguardi diretti. Li osservo e li valuto con la coda dell’occhio. I tre Bravi escono dai tornelli. Si guardano attorno. Non c’è nessuno tranne che il sottoscritto. Ovvio, vengono da me.
Il Griso mi chiede da accendere. Tanabuso e Grignapoco sono alle sue spalle, guardano in direzioni diverse, mentre il Griso mi parla.
Già visto, già fatto… Se i sottoposti danno l’ok, quello che parla poi ti si fa sotto. Ma arriva qualcuno per prendere la metro.
Passo l’accendino, mentre analizzo e valuto una serie di possibilità. Passerò per razzista again, ma questi tre sono zingari. Non dovevo passargli l’accendino, dovevo scattare con un diretto in faccia nell’istante in cui mi rivolgeva parola. Adesso, quello che sta usando per accendersi una sigaretta non è più un accendino. E’ un segnale della mia debolezza.
Mi sposto verso l’edicola. Il Griso fa finta di usare la macchinetta dei biglietti che c’è lì vicino. Tanabuso mi si piazza alle spalle, e guarda assieme a me i giornalini per i bambini.
Grignapoco è poco più in la, in posizione centrale.
Faccio un passo, lo fa anche Tanabuso.
La fermata di Conciliazione ha un architettura particolare. Alle uscite ci arrivi percorrendo dei lunghi corridoi. Nessuno ti può vedere in quei corridoi. Lo registro mentalmente, mentre a turno, i Bravi mi osservano. Io e Tanabuso abbiamo gli stessi gusti per quando riguarda le riviste. E’ al mio fianco, spalla a spalla.
Grignapoco si muove, secondo me mi si piazzerà dall’altro lato. Giro su me stesso.
Una famiglia indiana in vacanza esce dai tornelli. Il padre, in inglese, si rivolge all’unico essere umano presente che non sembri uscito di galera tre giorni fa.
Io.
Mi chiede dov’è il cenacolo vinciano. Ci sono lui, un figlio sui sedici, una figlia sui quindici, la moglie e forse la sorella della moglie.
Colgo l’occasione.
- Vi accompagno, che spiegarvelo da qui è complicato.
Percorriamo assieme i corridoi deserti fino alle scale. Saliamo, mi guardo attorno. Gli spiego dove devono andare, quelli ringraziano.
Sopra c’è vita.
Ma il mio appuntamento è sotto.
Ci penso. Suppongo che i Bravi se ne siano andati. Del resto, non è che a Milano c’è soltanto il sottoscritto a cui rompere il cazzo, no?
Scendo. Percorro il corridoio, in un senso. Loro arrivano nell’altro. Si strattonano, si dicono qualcosa. Dopodichè si girano e mi seguono di nuovo.
Analizzo. Sono fuori forma. Ho fatto svariate arti marziali, ma per tenere a bada tre persone ci vuole fiato. Non ne ho. Fumo troppo. Cerco un arma con gli occhi. Una qualsiasi. L’espositore dell’edicola non va bene è troppo grosso. C’è un paletto rosso e bianco, ma è di plastica. La mia cintura non va bene, ha la fibbia troppo piccola.
Decido, e lo faccio in fretta. Userò il kung fu: lo stile del coniglio.
Tiro fuori un biglietto, timbro. Entro. Sta arrivando un metrò che prendo al volo.
Chiamo Fedezilla.
- Senti, troviamoci a Pagano… Te lo dico dopo il perché… E' lunga da spiegare. Diciamo che tutti quei pomeriggi che ho passato a fare il pirla per strada sono serviti a quacosa, ecco.

venerdì, febbraio 25, 2011

Dalle parti del torto.


L’ho detto più e più volte che ormai mi sono civilizzato.
Mi sono urbanizzato, vagamente imborghesito, dato una regolata. Ormai da anni. Troppi.
Un sacco delle cose che facevo una volta non le faccio più.
Non so perché, ma è arrivata una cazzo di vocina interiore che si fa sentire sempre più spesso. Questa detta regole, norme, e direttive.
A volte ho dei pensieri. Per forza di cose, essendo miei, sono tali e quali a quelli che facevo quando ero un selvaggio. In passato, quei pensieri lì poi li mettevo in pratica.
Tipo lo spiegare i ragionevoli limiti delle relazioni interpersonali a suon di mazzate.
Nei tamarrici anni delle mia gioventù, al parchetto o in piazzetta, una testata era il modo migliore per dimostrare che non ci si può nascondere più di tanto dietro gli artifici retorici, i condizionali, le trappoline dialettiche, le capriole linguistiche, le distorsioni della realtà, i tentativi di portare il discorso da un’altra parte, o cose così.
Se ti comportavi da stronzo, prima o poi, due schiaffi te li prendevi.
Adesso c’è una vocina, che mi dice:
- No. Non lo puoi fare, che poi passi dalla parte del torto.
Io gli chiedo spesso che cosa ci sia di così sbagliato dalle parti del torto, ma quella non mi risponde. Mistero.
Che poi, secondo me, bisognerebbe anche capire chi ha deciso quali sono le parti del torto e le parti della ragione.
Non basta dare un paio di schiaffi per salire sul treno che porta a tortolandia.
Magari, quelle manate in faccia servono per infondere la consapevolezza che uno può fare il cazzone fino a un certo punto.
Poi basta.
- No. Niente schiaffi. Era già un comportamento sbagliato quando avevi sedici anni e facevi il tamarro per strada, figurati adesso, che ne hai quaranta.
Va bene. Non ci vado dalle parti del torto.
La vocina però non mi ha ancora spiegato l’origine dell’estremo fastidio che sto provando, nonostante il mio rimanere dalle parti della ragione.

Salve, sono un test.


Questo è un post di servizio, che serve soltanto per controllare se un programma di esportazione funziona bene oppure no.
Ne approfitto per raccontarvi la barzelletta più brutta del mio repertorio:

Un cavallo entra in un bar, il barista lo guarda e gli dice:
- Beh, che cos’è quel muso lungo?

(Fedezilla dice che ne conosco di più brutte, però…)

giovedì, febbraio 24, 2011

Diegozillab_Fase 2_Scrivere Fumetti_Lezione 2



Mi scuso per l’attesa e ringrazio per la pazienza dimostrata di fronte ai miei triboli.
Allora. Dicevamo:
Semplifica il tuo pensiero. Apri un fumetto qualsiasi, guardaci dentro, che cosa vedi?
Dopo le varie fasi di assestamento mentale, in molti ci sono andati vicini.
Io l’avevo detto nel commenti. Nelle pagine dei fumetti ci sono:
Quadrati, rettangoli e altre forme.
Sono messi uno accanto all'altro.
Dentro ci sono delle cose.
Ecco.
Quella è la radice del linguaggio del fumetto.
Rettangoli e quadrati con dentro delle cose.
Quelle forme le chiamiamo vignette. Anche solo per sentito dire, sappiamo che le vignette dei fumetti sono giustapposte l’una con l’altra.
Ovvero: accostate non a minchia, ma con una logica. Le vignette giustapposte sono, in pratica, messe: “al posto giusto”.
Anche solo per sentito dire, sappiamo che tra una vignetta e l’altra c’è uno spazio bianco, la closure, ed è importantissimo perché lì dentro succedono cose. Lo dice McCloud.
Non ho capito se lo dice prima di andare al Madison Square Garden a vedere il wrestling, o prima di affrontare il Kurgan. Ma adesso non importa, credo.
Scott McCloud: “Capire il Fumetto”, Vittorio Pavesio Production. Te la racconta a fumetti, in duecentoerottipagine. Siccome “Capire il Fumetto” per un fumettista o un aspirante tale, equivale al Manuale delle Giovani Marmotte per i nipoti pennuti, presumo che tu l’abbia già letto.
[Parentesi. Come per la faccenda de: “Il viaggio dell’eroe” premetto che non ho nulla contro Scott e i suoi libri. Provo un certo fastidio nei confronti di chi, soprattutto in ambito didattico, ha sfogliato “Capire il Fumetto”, ci ha visto la luce, e usa il libro come lo scudo di Capitan America. (Parentesi nella parentesi. A mio avviso, la parte più interessante di “Capire il Fumetto”, è l’analisi dei passaggi tra vignetta e vignetta. Se facciamo un corso avanzato, ne parleremo sicuramente)]
Torniamo davanti alle nostre vignette. Guardale bene. Assapora la loro giustapposizione.
Poche righe fa ho detto che la vignetta è la radice del linguaggio del fumetto.
La vignetta è il nostro mondo, la vignetta è l’unica dimensione che esiste se vuoi raccontare una storia usando il fumetto.
Da scrittore, la vignetta diventa l’unico e il solo spazio mentale dentro al quale ti puoi muovere. Se vuoi scrivere fumetti devi iniziare a ragionare direttamente in vignette.
La storia che vuoi raccontare, che nasce come flusso unico di pensiero narrativo, devi parcellizzarla, giustapporla in immagini singole. Ricordandoti di non perdere mai di vista il senso di quella storia nel insieme.
E’ come spingere un uovo sodo attraverso una zanzariera.
Se prendi un uovo sodo e inizi a premerlo contro la griglia della zanzariera, vedrai che alcune cose passano dall’altro lato, altre no.
Alcune parti dell’uovo non attraversano i piccoli buchi della zanzariera, e ti rimangono in mano.
Quello che passa dall’altro lato, sotto un certo punto di vista, è l’essenziale dell’uovo sodo.
La stessa cosa succede quando, ragionando in vignette, giustapponi e parcellizzi un flusso narrativo.
Devi buttare via qualcosa. O meglio: Come dicevo nell’altra lezione, devi scegliere.
Scrivere fumetti significa scegliere.
Scegliere l’immagine mentale migliore, la scena migliore, il concetto imprescindibile, il momento drammatico fondamentale, la cosa più giusta da mettere in quella vignetta in quel preciso momento della giustapposizione.
Scegliere. Tenendo presente la vignetta precedente, quella successiva, quella sotto, la sequenza, la pagina, e l’intera storia nel suo complesso.
(Mi sono ripetuto. Si. Ma non fa mai male ribadire le cose importanti)
La vignetta determina e condiziona il tuo spazio narrativo. Perché, se l’unico spazio che hai per raccontare le cose che vuoi raccontare è la vignetta, è logico che più elementi hai, più vignette di serviranno. E più vignette ti servono, più lo spazio si dilata, le pagine aumentano, le sequenze si allungano, e via discorrendo.
In un mondo editoriale dove, di norma, se fai fumetti di un certo tipo, hai a disposizione un numero limitato e prestabilito di pagine, lo spazio è una cosa che devi gestire in modo cosciente e razionale.
Soprattutto se hai una formazione letteraria.
Mi spiego meglio. Esempio:

“ Quasi tutti pensavano che l’uomo e il ragazzino fossero padre e figlio.
Attraversavano il paese diretti a sudovest su una vecchia Citroen, tenendosi sulle strade secondarie, sostando spesso. Si fermarono in tre luoghi prima di giungere a destinazione; la prima volta nel Rhode Island, dove l’uomo alto coi capelli neri lavorò in una fabbrica tessile; quindi a Youngstown, nell’Ohio, dove passò tre mesi alla catena di montaggio d’una fabbrica di trattori; e infine in una piccola città californiana vicino al confine con il Messico, dove fece il benzinaio e si mise a riparare le piccole auto europee con un successo che gli riuscì del tutto imprevisto e gradito.”
(Stephen King , Le Notti di Salem, Bompiani)

Una manciata di righe. Le informazioni sono tantissime in pochissimo spazio. Il flusso di pensiero narrativo è ampio e articolato.
E’ una mezza paginetta di un romanzo di oltre quattrocento pagine. E’ “poco” in termini di spazio occupato, ok?
Funziona per immagini evocative, come abbiamo detto. Sono immagini che nella mente di chi legge si formano in movimento, come abbiamo detto.
Che cosa succede quando prendo quella manciata di righe e la trasformo in fumetto?
Per prima cosa succede che cambia il lettore.
A leggere la mia sceneggiatura non sarà “l’utente finale”, il lettore. Il lettore che comprerà il fumetto si leggerà il fumetto completo, quando sarà realizzato, non la mia sceneggiatura.
Lo sceneggiatore quindi, scrive per un lettore intermedio. Anzi due.
L’editor che valuterà la sceneggiatura e il disegnatore che la disegnerà.
Questo cambia un sacco di cose. (Ma le vedremo nella lezione 3)
Poi. Devo trasformare le immagini indirette in immagini dirette.
Poi. Devo parcellizzare, giustapporre, scegliere. Spalmare l’uovo contro la zanzariera.
Devo scegliere.
Come tutte le cose che si scelgono, per qualcun altro le scelte compiute possono essere giuste o sbagliate, e su questo non ci piove.
Per trasformare quel pezzettino di romanzo in un fumetto potrei usare delle belle didascalie giganti, infilandoci il testo così com’è, con un illustrazione generica. Ma a me quel sistema fa cagare, perché non significa sceneggiare.
Sceneggiare equivale a scegliere e a tradurre un linguaggio narrativo in un altro linguaggio narrativo.
Con delle modifiche necessarie.
Quella manciata di righe, probabilmente sbagliando, la sceneggerei così:


Vignetta 1: Vediamo l’interno di un’ officina, un uomo sui 35 anni in tuta blu, sta lavorando, ha le mani nel cofano di una 2 Cavalli, sta trafficando con degli attrezzi.
L’officina è abbastanza ordinata, un po’ buia, con attrezzi e pezzi di ricambio messi su degli scaffali che vediamo sullo sfondo.
Vediamo una donna di spalle, avvicinarsi all’uomo che sta trafficando nel cofano della 2 Cavalli.

Donna: Disturbo?… tuo figlio mi ha detto che eri qua dentro…


Vignetta 2: L’uomo alza la testa e ci guarda, sorride, ha un sorriso aperto e gentile.


Uomo: Non è mio figlio…


Vignetta 3: L’uomo e la donna in piedi, nel centro dell’officina.
L’uomo si pulisce le mani con uno straccio che ha visto tempo migliori, guarda verso la donna, lei si guarda attorno, come se volesse esaminare lo stato di salute dell’officina.


Donna: Credevo lo fosse…
Uomo: Lo pensano in molti… Di che cosa hai bisogno?

Ho usato una zanzariera ipotetica, senza coniugarla a un formato vero ed esistente.
Noti che lo spazio narrativo è aumentato in modo esponenziale?
Non ho ancora raccontato tutto quello che c’era un quelle righe, e non siamo nemmeno vicini ai confini del plot. Spazio. Serve spazio.
Da qui, l’errore comune secondo cui a fumetti puoi raccontare solo minchiate.
Non è vero.
Avendo lo spazio adatto, puoi raccontare tutto quello che vuoi.
E se non hai lo spazio adatto?
BEEEEP!
Errore.
Non è lo spazio ad essere sbagliato, l’errore è nella storia che vuoi raccontare.
Per scrivere fumetti, oltre a pensare in vignette, devi anche pensare alla storia in funzione dello spazio che hai.
Sbagliatissimo infognare e comprimere una storia, in un fumetto che non ci sta.
Partendo da un approccio letterario, spesso è proprio questo il primo errore.
Certo, puoi cambiare le dimensioni dei fori della zanzariera, forzandoli, ottenendo spesso risultati disastrosi. Vignette densissime, dialoghi torrenziali, spiegotti infinti e via discorrendo.
Eppure, attraverso quella zanzariera può passarci una Sequoia, ma devi saperlo prima che l’albero che hai mano devi farlo passare attraverso quei fori.


Eventuali domande, nei commenti. Grazie.
Se qualche domanda necessita di una risposta lunghissima, verrà trasformata in una lezione 2 bis.
La lezione 3 è prevista per Giovedì 10 Marzo.

martedì, febbraio 22, 2011

lunedì, febbraio 21, 2011

Nel nome del cognome.


C’è una logica, tutta italiannna, densa di malcelata acredine, di sparare sempre e comunque al bersaglio grosso. Se poi c’è di mezzo la possibilità di fare uno scoop, in questo paese di uomini piccoli, si scatena la frenesia di Decapod 10.
Saltano anche le più banali norme del giornalismo. Tipo verificare le fonti. Controllare. Fare una telefonata.
Arrivo per terzo, dopo gli interventi di Roberto e di Tito, a segnalare che il Sergio Bonelli coinvolto nella faccenda del Trivulzio non è il Bonelli editore.
Se vivessimo in un paese dove le smentite occupano lo stesso spazio giornalistico occupato dai condizionali furbetti, non servirebbero tre post di tre blog differenti sullo stesso argomento.

Egocentrismo spinto.


Capita. Una catena, uno spamming, un invito automatizzato mandato a tutti i contatti di faccialibro o prendendo indirizzi mail con la pesca a strascico.
Un invito a partecipare a un qualcosa di fumettoso. Un concorso, un’antologia, una vendita per beneficenza, una mostra. Quel che ti pare. Fumetti, illustrazioni, disegni, eccetera.
Ecco. A me girano i coglioni a manetta quando chiedono “uno dei tuoi disegni”, o “una delle tue tavole”, oppure di partecipare con “una delle tue illustrazioni”.
Scrivo. Non disegno.
E se ti prendi la briga di scrivermi per chiedermi di partecipare ai cazzetti tuoi, informati prima su che cosa faccio.

Alessandro Baggi regna!


Dal blog in portoghese di Tex, rimbalzato in italico idioma, ecco una lunga intervista al grandissimo Alessandro Baggi.
Per leggerla basta cliccare qui.
Nell'intervista, Alessandro si lascia scappare parecchie indiscrezioni su una storia di Dampyr su cui stiamo lavorando.
Ci sono alcune tavole e alcuni accenni del plot.
In due parole, posso dirti che è una versione horror pesantissima di: "Il Profumo" di Süskind.
Tra me e Baggicus c'è una collaborazione lunga e piacevole. Sono parecchie ormai le storie che abbiamo fatto assieme. Tipo il prossimo numero di Dampyr. 
Il Dampyr di marzo, ambientato a Belgrado, è una roba torbida da psicothriller.
Perchè Belgrado?
Perchè ci sono stato, cacchio! E abbiamo usato un sacco delle foto che ho fatto come documentazione.
Ma ne parleremo quando l'albo sarà in edicola.




(Nota: Questo è il primo post che scrivo dallo studio. Sì, finalmente abbiamo una connessione!)

giovedì, febbraio 17, 2011

Un po' qui, un po' la...



La transizione da lavoro-a-casa a lavoro-in-studio sta procedendo.
Siamo ancora senza connessione, perchè a quanto pare, farsi dare retta da Fastweb è una delle cose più difficili del mondo. Ora siamo allo step 2. Stiamo aspettando che chiamino i tennìci pieni di fibre e di ottiche.
Purtroppo, sono abituato a avere ogni cosa a portata di mano, e mi sono accorto adesso che non potrà più essere così. Ho portato di la il Mac con dentro tutto, e qui a casa mi mancano un sacco di cose. Che sono di la. Cazzo.
Tra le cose che mi mancano ci sono tutti i miei appunti del Lab. Pensavo di averli messi sulla pendrive che fa avanti e indietro da la a qua, ma non ci sono.
Volevo scrivere adesso la lezione, sui settepollicini dell'EEE, ma invece no.
Ho le foto per il blog, però. Devo capire per quale cazzo di processo mentale ho caricato l'archivietto fotografico del blog, e non gli appunti per i prossimi post.
Vai a capire.
Però sono contento. Di la lavoro di brutto.

mercoledì, febbraio 16, 2011

Il più grande statista di tutti i tempi.


Non penso cose belle. Mi dispiace.
Attorno a me c’è euforia, speranze e aria di vittoria in seguito alle ultime faccende giudiziarie. Io non riesco a entusiasmarmi. Permane in me un cosmico pessimismo quasi leopardiano.
Non cambierà nulla e non succederà niente. Nemmeno questa volta.
Perché?
Perché Silvio rappresenta in pieno quello che è la maggioranza degli ittagliani. Lui è la nostra nazione. Lui è come siamo, come agiamo, come pensiamo. Tolta la piccola e quasi insignificante minoranza di quelli che la pensano diverso, quello che resta è tutto lui.
Guardi mai fuori dalla finestra?
Ascolti mai quello che dice la gente?
L’Italia, Silvio se lo merita.
I discorsi sul lavaggio del cervello mediatico propinato alle masse non regge. La televisione si può spegnere. Se uno oggi guarda dei programmi di merda, è perché vuole guardare dei programmi di merda.
Se uno oggi si beve tutta la propaganda, la strategia di comunicazione dei Ferrara, degli Sgarbi, e delle Santenchè, significa che vuole essere manipolato. Gli sta bene così.
E infatti poi vota. Se uno vota quello che vota, oggi, è perché gli va benissimo quello che ha votato.
Punto.
Per cui, mi dispiace, ma se nella maggioranza italica ha attecchito la logica del golpe dei magistrati, e del dobbiamo lasciarlo lavorare, che cosa vuoi spiegare/raccontare/ricostruite a questa gente qui?
Non si può nemmeno parlare di sindrome di Stoccolma. Non siamo stati rapiti, siamo stati convinti o comprati.
Come Paese ci meritiamo Silvio. E lo si vede nelle piccole cose.
Lo si vede da come facciamo la fila, da come guidiamo, dalla pasta che ci ostiniamo a mangiare all’estero, dal nostro essere furbetti, dagli scontrini che non chiediamo, dall’amico dell’amico del cugino che forse ci può levare una multa.
E ora. Sul serio. Pensi davvero di poter parlare con tutti questi qui, spiegando la differenza tra morale, moralismo ed etica?

lunedì, febbraio 14, 2011

Spataro e Cajelli son sempre più belli!


Con onore e giubilo annuncio che:
Diego Cajelli e Alessio Spataro presentano
BERLUSCOITI [ed. Castelvecchi] & LA MINISTRONZA [ed. Grrržetic]
i libri satirici più esauriti del 2010 - mostra e vendita di stampe


venerdì 18 febbraio 2011 - ore 21:30
CASALOCA / SPAZIO LA CEIBA
[v.le sarca 183 - Milano]
dalle 20:00 mostra e bar aperti

Venerdì.
Dai, siici che ci divertiamo!

venerdì, febbraio 11, 2011

Assestamenti!


Due giorni lavorativi nello studio. Pochi. Per ora la separazione netta tra lo spazio "casa" e lo spazio "lavoro", sta dando i suoi fruttini. Ma due giorni per capire come va sono comunque pochini.
Nello studio senza nome non siamo operativi al 100%. Quelli sotto stretta consegna stanno ancora lavorando a casa.
Questo lavoro va così. Quando sei nel vortice, non puoi permetterti di perdere tempo. Nemmeno il tempo necessario per ambientarti su una nuova scrivania.
La settimana prossima credo che ci saremo tutti e sei.
Non abbiamo ancora una connessione, ed è per questo motivo che gli aggiornamenti bloggosi languono. (Zero internet. Che sia questo il motivo motivo per cui mi distraggo di meno?)
Spazi e pareti si stanno via via riempiendo, e l'ambiente prende una forma definita giorno dopo giorno. E' un processo molto figo da vedere.
Appena posso, con il permesso dei miei soci, e connessione permettendo, posterò un po' di foto.
Mi assesto, e poi via verso nuove e incredibili avventure.
Ora scusami, ma è arrivato il momento di zompare sulla muturetta e andare a lavurà.


(Nota: post breve, brevissimo. Sto usando da casa un EEE da 7 pollici e non ho più il fisico oculare per certe cose.)

mercoledì, febbraio 09, 2011

Trasloco!



Ladies and Gentlemen, dopo due settimane di lavori, dopo aver scoperto che sono un pessimo garzone elettricista, dopo pulizie, sistemaggi, questo e quest'altro, oggi è il grande giorno.
Si trasloca!
Un traslochino esseziale, giusto le cose indispensabili per scrivere.
Finisco il caffè, e con il Mac sottobraccio oggi vado a lavorare in studio!
Lo studio non ha ancora un nome, ma lo troveremo presto.
Non abbiamo ancora una connessione, ma rimedieremo.
Non abbiamo ancora la macchinetta per il caffè, ma porto il mio thermos in alluminio dell'FBI.

lunedì, febbraio 07, 2011

Tura Luna Pascual Yamaguchi


Con estremo ritardo, scopro che Tura Satana ci ha lasciati.
Ora ho un icona di meno.
Anzi. Sono senza l'icona principale del mio immaginario femmineo, ragione per cui detesto la velinocrazia e le donne senza curve.

venerdì, febbraio 04, 2011

Una che non capisce.


Nel mio palazzo vive una signora che non capisce.
Immagino ci siano altre signore così che vivono in altri palazzi, ma questa è quella che è toccata a me. Fatto sta che non capisce. Ma proprio niente.
Io credo che sia legittimo non capire un cazzo, anzi. Spesso io sono il primo a non capire un cazzo.
La questione non è sulle doti di comprendonio della signora. Liberissima di non capire, ci mancherebbe. Se non capisci chiedi, ti informi, dialoghi e magari poi ci arrivi.
Il problema della signora è che non capisce un cazzo, però è convinta di capire tutto.
E se ne vanta.
Si muove nell’universo con una spocchia selvaggia e un'idiozia sopraffina.
Sessantacinque anni abbondanti, fanali sul naso, capelli cotonati con il 220, vocino stridulo.
Nella mediezza assoluta del suo non capire, ogni volta che la incontro si lamenta di qualcosa. Qualunque cosa. Dagli zingari alla cintura di Orione, dai mezzi pubblici, al che fa freddo, che fa caldo, che fa medio, che è tutto sporco e che negli angoli ci pisciano.
Non a caso infatti, è un acerrima nemica del signor Curti.
L’altro giorno, appesi ai muri del mio quartiere c’erano dei volantini. Uno era attaccato alla porta di ingresso del mio palazzo. L’ho letto.
Era una cosa simpatica. Un gruppo di anziani ha trovato un posto dove ritrovarsi. Per il tressette immagino. In grosso c’era scritto: A tutti gli anziani del quartiere, e sotto tutto il resto. Il tressette, i numeri di telefono, gente simpatica, la merenda si porta a turno.
Arriva quella che non capisce un cazzo. Legge le prime due righe.
- A tutti gli anziani del quartiere…
Dopodichè sostituisce la sua realtà di una che non capisce un cazzo, con la realtà effettiva, scritta nera su bianco poche righe più sotto, e aggiunge:
- Ci sarà scritto di stare attentissimi e di non aprire agli sconosciuti. Ma io lo so già.
Ed entra.
Io sono allibito.
Bene. Ora, nella realtà di quella che non capisce un cazzo, il mio quartiere è stato tappezzato di volantini terroristici che avvertono gli anziani di barricarsi in casa.
L’esatto contrario di quanto c’era scritto nel messaggio divulgato.
Ma anche questo non è il problema.
Il problema è che quella vota.

Diegozillab_Intervallo!



Siccome non sono un uomo vero, ieri ho fatto del lavoro fisico e ho le mani tutte rotte.
Vesciche, tagli, sbreghi e cose così.
Per cui, ho copiato e incollato i miei commenti alle mail e ho risposto a tutti uno per uno, che mi fa meno male che scrivere sulla tastiera.
Penso di aver risposto a tutti.
Se manca qualcuno, me lo dica qui nei commenti che rimedio.
Vado a cambiare i cerotti.

La lezione di oggi, che poi era di ieri, è molto semplice.
E' una pre-lezione.
Prima di andare avanti dobbiamo capire una cosa, e l'unico modo per capire quella cosa è usare il metodo del Maestro Kesuke Miyagi:

Apri un fumetto.
Dimmi che cosa vedi.
Ma per vedere devi dimenticare tutto quello che sai.
Se lo "vedi", hai in mano le chiavi del regno della sceneggiatura.


Le risposte, qui nei commenti, please!

mercoledì, febbraio 02, 2011

Diegozzilab_ Esercizi_Cumulativo!


Bene.
Si fanno i conti senza l'oste, mentre l'orso si staglia su un cielo a pecorelle con davanti i buoi, pieni di botti ubriache e di mogli dei paesi che hanno le loro usanze.
Tutto questo per dire che la mia mail di Yahoo ha dato i numeri. Tipo che non mi fa più fare reply, ma devo ogni volta digitare l'indirizzo da capo.
Sono pigro. Lo so che dovevo farlo solo cento e passa volte, ma sono pigro.
Per cui i compiti vengono commentati qui.
Allora:
SONO MOLTO SORPRESO.
Nel senso buono.
Avete fatto un lavoro molto valido, la media è piuttosto alta e con un paio di vette.
Mi verrebbe voglia di aprire un blog parallelo e postare i vari racconti. Ma, per ora, non ho il tempo di farlo.
Comunque, tornando a noi...
In termini generali ve la siete cavata di "italiano".
Avete gestito la cosa usando linguaggi, stili e forme molto interessanti.
Il che vale per l'universo: "racconti", ma potrebbe essere un problema per l'universo: "fumetto".
Molti dei vostri racconti sono buoni per come sono stati scritti, hanno uno stile fluido e nonostante la limitazione delle battute, lasciano un buon sapore alla fine della lettura.
Sappiate che sarà molto molto molto difficile, se non impossibile, trasformare quel mood in un fumetto.
Lo so che l'esercizio era un racconto, ma io mi porto avanti, no?
Di base, a occhio, posso dire che l'atmosfera del racconto può essere, in parte, evocata anche da un eventuale fumetto se chi scrive se lo disegna anche.
Gli autori completi partono in vantaggio su questo genere di cose.
Notevole anche il fatto che quasi tutti avete optato per un unico colpo di scena che esplode sul finale.
Ne sapete, ragazzi... Ne sapete.
Ecco.
Se hai bisogno di qualche mio commento più specifico possiamo parlarne, se non ti scoccia, nei commenti. Facciamo prima.
Mentre se qualcuno vuole farsi avanti per aprire e gestire il blog parallelo, che si manifesti e sarà accolto con un applauso!

Domani.
Anticipo subito che la lezione di domani sarà un Diegozillab serale.

martedì, febbraio 01, 2011

Milano Criminale chiama, Cartoomics risponde.


Si dice che il terzo volume di "Milano Criminale, la città esige vendetta", verrà presentato in assoluta anteprimissima a Cartoomics.
Nel frattempo è stato annunciato e messo a catalogo.
Altre succose novità sono in arrivo.

Angouleme 2011


Gita molto interessante. Da outsider del mercato francese quale sono, gita istruttiva e divertente sotto parecchi punti di vista.
Non posso fare un analisi del mercato francese dopo essere stato cinque giorni ad Angouleme. E’ come se un francese si facesse l’idea del mercato italiano dopo la kermesse lucchese.
Però una cosa la posso dire.
L’italico e il franzoso sono due mercati molto differenti. Che uno sia meglio e uno sia peggio, è un discorso che lascia il tempo che trova. Però bisogna capire che cosa crea veramente il mercato.
Le case editrici? Gli autori? I personaggi?
Siccome sono ignorante e non ho studiato economia, secondo me il mercato lo fanno i lettori.
Ovvero è la domanda a cui bisogna guardare, e non sempre e solo l’offerta. In questo senso, ho notato un aspetto molto interessante nei lettori francesi.
La consapevolezza.
Da quel poco che ho visto con il mio people watching il lettore d’oltralpe sa che cosa sta comprando, sa quale casa editrice lo edita, sa che cosa ha in mano. Ma soprattuto: legge.
Cazzo.
Legge.
Non c’è lo sguardo : macheminchiaè?!
Non c’è l’urletto: Oh, i fumettiii! Che cariiiini!
Non si va in fiera a vedere le scimmie dello zoo, che sono bbrave a disegnare anche mia nipote è brava fa snùpi uguale uguale come fai a farlo come mestiere ma hai lo stipendio.
Il padiglione che ho bazzicato di più è stato quello della BD alternativa. Con un sacco di roba molto bella, strana, post-punk, e cose così.
Anche in quel caso, il lettore, di fronte ad un qualcosa di completamente diverso dal loro standard classico, sapeva che cosa stava guardando. Un fumetto, diverso. Non aveva bisogno di qualcuno che gli spiegasse qualcosa. Ecco che con la consapevolezza del sistema di comunicazione fumetto, diventa possibile offrire, avendo forse una chance di successo, un prodotto non a 4 strisce cartonato.
Per cui, tornando a un mio vecchio discorso, mi sembra, che oltralpe dei fumetti freghi ancora qualcosa a parecchia gente.
Noi abbiamo qualcosa da imparare?
Sì. Di brutto anche.
Per esempio, la gestione del festival, inteso proprio come gestione logistico/pratica è stata affidata a degli scienziati della NASA.
Hanno capito, grazie ai loro geniali cervelli da milioni di dollari, che il flusso di visitatori che accedono ai padiglioni si gestisce meglio se si usa una porta solo per entrare, e una porta solo per uscire.
(Sì, sono sarcastico. E’ meglio dirlo, visto che nel mio ambientino c’è l’assenza quasi totale di senso dell’umorismo)
Forse, se si assumessero i geni che hanno avuto quell’idea, il sabato e la domenica a Lucca la sopravvivenza media di un visitatore supererebbe gli attuali quindici minuti.
Chiudo con la domanda che qualcuno si sta fancendo.
Ho un progetto per la Francia?
Ovvio. E chi sono? Il cugino idiota che vive nella baracca accanto alla palude?
Ghost dovrebbe uscire quest’estate. Ho dato un volto ai ragazzi di Ankama con cui ho collaborato e abbiamo parlato un po’ del futuro.
Però, Ankama non è la classica casa editrice francese. Fa cose molto diverse.
Ho deciso che l’anno prossimo andrò ad Angouleme con un bel progetto cartonato quadristrisciato con tutti i crismi e fiocchetti francesi.
Lo porto alla Glénat.
Indossando la maglia di Materazzi.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...