martedì, gennaio 25, 2011
Me ne vè in Franzs!
Dopo giorni frenetici per finire cose, fare cose, sistemare e brigare, sono pronto alla partenza.
Me ne vado ad Angouleme!
Anzi no, vado al Festival International de la Bande Dessinée, pereppe peppe pè.
Parto con una grande domanda:
Riusciranno due uomini che parlano una parola di francese a prendere un treno da Bordeaux fino ad Angouleme e ritorno?
Mah!
Se trovo un uai fai frì, forse aggiorno.
Se passi di là anche tu, manifestati che ci prendiamo una baguette.
venerdì, gennaio 21, 2011
Una che se ne va... Indovina dove?
"Santanchè: “Lei è un giornalista da poco, infatti l’hanno mandata a New York”.
Zucconi: “Veramente alle mie spalle può vedere la Casa Bianca che come tutti sanno si trova a Washington"
— Anno zero 200111, via ffvia Nipresa
giovedì, gennaio 20, 2011
Diegozillab: Fase 2._Scrivere Fumetti_Lezione 1
Houston abbiamo un problema.
Scrivere e Scrivere Fumetti non sono la stessa “cosa”. Il pensiero comune è che per scrivere fumetti sia sufficiente scrivere in modo diverso. L’errore è dovuto al fatto che alla base di entrambe le macchine narrative ci sia un telaio comune.
Eppure, quando gli scrittori “normali” si lanciano nella scrittura dei fumetti, si accorgono subito che la situazione non è così semplice come appariva a prima vista.
Non è soltanto una questione di linguaggi. C’è altro, molto altro.
Il primo elemento da prendere in considerazione è che per scrivere fumetti si devono maneggiare delle immagini dirette e non delle immagini evocative.
Mi spiego meglio: romanzi, racconti, eccetera utilizzano le parole per costruire una serie di immagini nella mente del lettore. Lo stile di scrittura, gli aggettivi, le similitudini e tutto quello che compone la prosa generano una serie di immagini che il lettore visualizza dentro di sè. Il primo problema, quello più facilmente individuabile, è che queste immagini cambiano a seconda del lettore. In ogni lettore vengono evocate delle immagini personali, proprie, dettate dal film che si sta facendo nella testa. Ecco perché a volte, quando vedi al cinema la versione filmica del tuo romanzo preferito ne rimani deluso. Perché non te lo immaginavi così.
Tu ora mi dirai: occhei ma tutto questo c’entra con il leggere, noi qui stavamo parlando di scrivere.
E no.
No perché nella mente dello scrittore la storia si genera nel medesimo modo. Il punto di partenza, le immagini evocative, valgono sia per chi scrive, sia per chi legge. Lo scrittore, che è il primo lettore di se stesso, utilizza quel tipo di richiamo visivo interiore per raccontare e raccontarsi la storia.
Le immagini evocative sono il punto di partenza, la guida e la “voce” dello scrittore mentre scrive.
Che male c’è a usarle?
Hai mai provato a guardare bene bene bene le immagini evocative che ti vengono in mentre pensi/scrivi una storia?
Ci hai fatto caso?
Ti lascio un paio di minuti. Chiudi gli occhi e pensa a “una notte buia e tempestosa”, pensa alla tua storia, al romanzo che stai leggendo, a quel che ti pare.
Guarda bene quelle immagini evocative…. Ecco.
Cazzo. Sono immagini in movimento.
Ecco il problema. La differenza abissale e sostanziale tra scrivere e scrivere fumetti. Per scrivere fumetti non basta imparare un banale linguaggio tecnico, bisogna pensare la storia in modo completamente diverso.
Perchè i fumetti non possono essere scritti attraverso delle immagini in movimento.
Non si lavora più su una serie di immagini in moto che evocano qualcosa nella mente di chi legge, bisogna lavorare su una singola immagine diretta, ferma, immobile, che va inserita in uno spazio preciso chiamato vignetta.
Lo sceneggiatore sceglie. Sceglie l’immagine migliore, l’inquadratura più adatta, la cosa più giusta da mettere in quella vignetta lì, in quel momento lì della storia.
L’insieme di tutte quelle vignette, giustapposte come diceva il Maestro, una accanto all’altra, creerà poi “l’immagine complessiva” della storia che si sta raccontando.
E’ un “macro” raccontato attraverso tanti “micro”. E’ un puzzle che si compone via via, per singoli elementi in relazione l’uno con l’altro.
La scrittura normale è un elefante. Questo elefante viene descritto nel suo insieme, intanto che si muove lentamente verso di noi.
Lo vedi tutto, lo vedi muoversi, attraverso la struttura per immagini dirette.
La scrittura in prosa è così:
La scrittura per fumetti invece, è così:
Lo scoglio più grande da affrontare quando si scrive un fumetto è raccontare una storia attraverso la parcellizzazione degli elementi narrativi per immagini fisse.
Diventa difficile quando, per abitudine, per logiche consolidate, la storia la si immagina in scene in movimento. In sequenze mentali simili a un film che viene proiettato sul grande schermo della propria immaginazione.
Bisogna quindi fare un passo indietro “tecnologico”. Lasciare a casa la cinepresa mentale e immaginare la storia come se fosse raccontata attraverso una serie di fotografie. O di singoli frame.
I frame fondamentali.
Eventuali domande, nei commenti. Grazie.
Se qualche domanda necessita di una risposta lunghissima, verrà trasformata in una lezione 1 bis.
Nota sulle mie risposte alle vostre domande:
Ripeto. Qui non stiamo facendo matematica. 2 più 2 può fare peperone. Per cui, ogni ipotesi sollevata nelle domande, tipo quella sul prologo fatta da Andrea, necessita di tempo e di analisi sul campo per una mia risposta.
Devo provare, sperimentare, studiare, che mica nasco con la scienza infusa!
La prossima lezione è il primo giovedì di Febbraio.
I compiti, questa volta, li faccio io.
Per quella data avrò letto e commentato tutti i vostri racconti.
mercoledì, gennaio 19, 2011
Degozillab_Supplemento_L'esercizio!
Tranquilli cari che i racconti in 2000 battute sono arrivati.
Ha consegnato un buon due terzi degl iscritti, e il termine per la consegna rimane fissato a domani.
(Alla pubblicazione del primo post sulla fase due.)
Ho cominciato a correggere e a rispondere uno per uno, ma ci vuole il suo tempo.Ok?
Per cui. Se hai inviato e non ho ancora risposto, tranquillo che risponderò.
Aspetta che forse, questa volta, magari che, insomma, quasi.
Su queste vicende, di norma, sono pervaso da un marmoreo pessimismo cosmico, tra Leopardi e Galactus. Emetto il mantra del tanto-non-succede-niente, e ho anche smesso di dirmi che per molto molto molto molto molto molto meno, nel resto del mondo c’è gente che è dovuto scappare su Marte.
Però ieri, seguendo le avventure di Silviosex (di solito i titoli dei miei fumetti non sono così profetici) sono finito davanti a due articoli interessanti.
Uno sul Sole 24 Ore e l’altro su Avvenire.
Ti giuro che ho dovuto controllare quattro volte il nome della testata su cui ero capitato perché, leggendo quei due articoli mi sembrava di leggere le pagine del Manifesto e di Lotta Continua.
Per cui forse, metti che, insomma, quasi, ecco, tipo che a ‘sto giro le cose forse andranno in modo diverso.
Poi.
Non credo che tutti gli elettori del PDL siano come i beoti pantagruelici che in questi giorni stanno seminando in rete dei commenti di rara idiozia. Gli esempi te li cerchi da solo, nei commenti sul Corriere. Oppure, se ti senti pronto a guardare in faccia La Bestia, fatti un giro su Spazio Azzurro.
Credo che ci siano anche delle persone onestamente di destra, o di centro-destra che a dir si voglia.
Ecco. Mi piacerebbe sapere che cosa ne pensano loro.
Poi 2.
Il lato più testosteronico e maschiale della mia personalità, sotto sotto, in quel trogolo di pulsioni inguinali che sussurra nei corpi cavernosi di ogni maschietto etero, mi aveva fatto credere che il bunga bunga, sotto sotto, alla fine, fosse una cosa piuttosto divertente.
Divertente sta minchia. Leggendo le intercettazioni e l’articolo di Colaprico e D’Avanzo su Repubblica, mi è calata addosso una tristezza abissale. (Non riesco a ritrovarlo quell’articolo, altrimenti lo linkerei.)
La desolazione, la pochezza dei coinvolti, la desertificazione cerebrale che dimostra il linguaggio che usano, l’arraffa arraffa, l’arrivismo tra il concubinato, mi hanno stordito a colpi di mestizia.
L'albero degli X Men
Eccolo qua.
(clicca per ingrandire)
Capita anche a fagiolissimo perchè la mia signora, beccando in giro per casa un volume con le storie di Claremont ci si è infilata dentro e ne esce ogni tanto con domande del tipo:
- Ma in che senso Il Fenomeno è il fratellastro di Xavier?!
Il family tree qui sopra, disegnato da Joe Stone, l'ho beccato qui.
lunedì, gennaio 17, 2011
I dieci momenti più shockanti nella storia del fumetto!
L’idea arriva da qui.
(E shockanti invece di scioccanti arriva dal correttore di Word)
The List Blog ha compilato l’elenco di quelle che, secondo loro, sono le scene più traumatiche di tutti i tempi.
Se segui il link, oltre all’elenco c’è una spiegazione sommaria della storia e dei perché e dei percomi.
La lista nuda e cruda, ovviamente molto fumetto-americanocentrica, è questa qui:
10: Spiderman che uccide lo scassinatore. Il tizio che anni prima gli ha ucciso lo zio, okay?
9: Ozymandias che scaraventa su New York il mostrone spaziale psicoattivo.
8: Joker che scanna Jason Todd.
7: Magneto che strappa via l’adamantio da Wolverine.
6: La saga sulla dipendenza da eroina di Green Lantern - Green Arrow.
5: Lone Wolf and Cub. Così, in generale, non un episodio specifico.
4: Bane che spezza la schiena a Batman.
3: Il numero 1 di Action Comics.
2: La morte di Gwen Stacy.
1: La morte di Superman.
La morte di Gwen, per il sottoscritto quando era bambino, ha significato la morte in assoluto delle “ragazze bionde”. Da allora in poi, soltanto more e rosse. A parte quindi il numero 2, per il resto l’elenco è un cosìcosì.
Andrebbe integrato con momenti non prettamente supereroistici, guardando alla storia del fumetto mondiale. Difficile tirarne fuori soltanto dieci, quindi. Molto difficile.
La perquisa di Pazienza in Pompeo, la chiusura di Psycho Patia di Miguel Angel Martin, Perramus di Breccia, o Gli Innocenti di Gipi.
Tante scene, tantissime. Il Dylan di Attraverso lo specchio o di La casa degli uomini perduti, ma anche le oscure componenti demoniacocarnali di Berserk, tanto per dire.
Allora.
Quali sono i tuoi dieci momenti più shockanti della storia del fumetto?
Incontro alla FNAC!
Sabato 15, alla Fnac, Maurizio Rosenzweig ha presentato il suo ultimo volume: Zigo Stella in compagnia di Manuel Agnelli degli Afterhours.
Io ci sono andato in veste di paparazzo. Lo so che il bianco e nero non è adatto per Novella 2000, e infatti ai diretti interessati le ho date a colori.
Però lo sgranato dovuto agli Iso alti, secondo me rende bene in b/n. Fine del discorso tecnico.
Ecco alcuni scatti del Diegozilla Paparazzo!
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venerdì, gennaio 14, 2011
Ufficio Postale Milano 65, seconda parte.
Passa un mese. Ovvio, i soldi ad Angouleme non arrivano. La signora mi tiene lo stesso la camera, perché ho dei buoni contatti nel giro degli affittacamere.
Scrivo sulla mia agenda: andare a litigare in posta.
Via Gozzoli. Ci vado la prima volta. Prendo il numerino. Ci sono 140 persone davanti a me. Non ho abbastanza tempo per passarci mezza giornata. Ci rinuncio.
Via Gozzoli. Ci vado una seconda volta. Mercoledì 12 Gennaio 2011. Verso mezzogiorno. Prendo il numerino. Ci sono solo 100 persone davanti a me. Ho due ore di tempo. Spero siano sufficienti. Mi siedo e aspetto. Eliminacode. Un nome strano per un sistema che non elimina affatto le code, semmai gestisce un disservizio coordinando i bovini in attesa. Siamo lì, in 100 persone, con lo sguardo fisso ai numerini rossi che scorrono lentamente.
Poi, ad un certo punto, si spegne tutto. Si spengono gli schermi generali con le chiamate e i numeri sugli sportelli corrispondenti. Silenzio. Il silenzio che precede un disastro naturale. Cani che ululano, gatti che si rintanano sotto i letti. Per alcuni secondi non vola una mosca. Gli sguardi sono fissi ai monitor spenti, e all’ormai inutile numerino strizzato tra le dita. Poi, come se fosse stato lanciato un comando postipnotico, le 100 persone si alzano tutte assieme, inveendo.
La terra trema. Panico. Panico vero da nave che affonda, corri corri verso la scialuppa. E’ il Titanic. Ma non c’è nessun marinaio che ti dice che cosa succede, perché succede e come si risolverà il problema. E’ il Grande Mistero delle Poste. Non arriva nessuno a coordinare 100 persone che si stanno per uccidere per pagare una bolletta.
Una sviene. Gente che sbraita. Inizia un’assemblea spontanea tra gli utenti per decidere come procedere. Chi è per l’autogestione, chi per l’occupazione, chi per l’esproprio proletario . Altri, passettino dopo passettino, con atteggiamento furtivo, cominciano ad avvicinarsi agli sportelli, facendo finta di niente. Fischiettando, pronti a prendere il primo posto che si libera, in barba a i numeri e al dibattito in corso.
All’improvviso uno urla:
- Vale tuttoooh!
E si lancia verso gli sportelli, viene abbattuto da una pensionata che lo falcia con le borse della Coop. Anarchia. Anzi no, semi-anarchia, che è peggio.
Se fosse anarchia vera sarebbe più semplice. L’anarchia assoluta dello stadio di New Orleans dopo l’alluvione era più semplice da gestire. Vince il più forte, punto. Se fosse così prenderei il mio posto a cazzotti, farei valere la mia volontà con la violenza, calci in culo a tutti fino allo sportello.
Invece no. Non può essere così semplice, altrimenti non sarebbe il Grande Mistero delle Poste di via Gozzoli. Si rispettano i numeri originali, chiamandoli a voce, a memoria, più o meno, circa quasi.
La fila è gestita dal sistema Las Vegas Hold'em. Ti metti su una fila unica con il tuo numerino in mano. L’operatore urla un numero che secondo lui è più o meno quello a cui è arrivato. Allora sfidi il tuo vicino di coda, estrai il tuo numerino, fai all in. Se hai un numero più basso del tuo avversario vinci tu. Per circa un minuto, chiamandosi a gran voce, tipo Tombola di Fantozzi il sistema funzionicchia.
- 289! Il pennello!
- 292! La macchina da corsa!
- 293 Il Vagabondo!
Poi si manifesta un nuovo problema. Quelli che arrivano adesso, che non hanno il numero perché la macchinetta che li crea non funziona. Come fanno quelli?
Si mettono in fila? Si mettono in una fila a parte? E se con il numerino mi metto nella fila di quelli che il numerino non ce l’hanno?
Panico. Matrone che litigano. Pensionati che si prendono a ombrellate. Bambini che urlano, immigrati sudamericani che ne approfittano per cucinare l’Asado. Un vecchietto che si avvicina alla
macchina automatica che vende i gratta e vinci e dice:
- Sta puttana però funziona sempre.
- Come facciamo noi senza numeri come facciamo come facciaaaamoooo?
Chiede una tizia nervosissima a uno che lavora lì. L’impiegato ha la somma sfiga di dover attraversare il salone proprio in quel momento. Lui, con rassegnazione e fatalismo, alza le spalle al cielo. Come se non fosse un suo problema, come se non dovesse rendere conto del suo lavoro, come se passasse per caso, dove siamo? che cos’è questo posto? Bho! Mah! Papparapà!
Decido che ne ho abbastanza. Se ho voglia di vedere scene di vita quotidiana di un paese via di sviluppo vado a fare il volontario in Africa, non rimango nella Milano dell’Expo.
Prima di andarmene, regalo il mio numerino alla tizia nervosissima, così si placa.
Faccio quello che devo fare e torno nel pomeriggio.
Via Gozzoli. Ci vado per la terza volta. Mercoledì 12 Gennaio 2011. Verso le sedici e trenta. Il gestisci-bovini-in-attesa è stato riparato. Prendo il numerino. Ci sono solo 37 persone davanti a me.
Nel salone vedo le tracce della guerriglia avvenuta ore prima. I segni di un falò, le bottiglie d’acqua vuota della protezione civile, la sagoma di un cadavere disegnata con il gesso, una scarpa sinistra da uomo, marrone.
Noto che a uno degli sportelli c’è la stessa tizia che mi ha fatto il vaglia un mese fa. Quella che viene dal futuro. Purtroppo, il destino non mi sorride e finisco da un tipo con la barba. Aria gentile.
Gli mostro la ricevuta e gli dico che vorrei sapere se la cifra è stata incassata.
- Dovrebbe chiedere al destinatario.
- Dice di no.
- Ah. Per cui, lei vorrebbe sapere se è stato incassato, giusto? Vado a chiedere che non lo so se si può.
Sorrido. Mentre il tizio va a chiedere al direttore incrocia una tipa e gli sottopone la questione.
Ora siamo in tre ad essere chiamati a rispondere al Grande Mistero delle Poste.
La tizia dice di no, mi guardano.
- Per cui è un servizio che si basa sulla fiducia reciproca?
Chiedo.
La tizia alza gli occhi al cielo e fa spallucce. Del resto, lei mica lavora lì, passava per caso, dove siamo? Che posto è questo? Perché state parlando con me?
Ma il tipo con la barba è gentile. Scarta la tipa e va dal direttore.
Torna dopo mezz’ora. Ha l’espressione di uno che ha appena sostenuto l’esame di Trattamento Numerico di Equazioni Differenziali. Lo ha tenuto in Swahili, bendato e con un gran mal di testa per aver mangiato il gelato troppo in fretta.
Gli voglio già bene.
- Allora, ho parlato con il direttore e con il vice direttore…
Il conteggio dei chiamati a rispondere al Grande Mistero delle Poste sale dunque a cinque.
- Non erano d’accordo sulla procedura da seguire…
- Benissimo.
Dico io.
- Fatto sta che noi non possiamo sapere se il vaglia è stato incassato. Non subito perlomeno.
Dato che non è educato ridere in faccia alla gente evito di farlo. Lo ascolta annuendo.
In quel preciso momento, io lo so benissimo che quei settanta euri io non li rivedrò mai più. Forse li rivedranno i miei nipoti, senza interessi, alla fine di una causa infinita.
Lo so che ho speso settanta euri soltanto per avere del buon materiale su cui scrivere un racconto.
Qualunque cosa mi dirà, lo so, lo so già che sarà del tutto inutile.
- Ho due moduli di reclamo. Per sicurezza li compili entrambi, includendo una fotocopia della sua ricevuta. Li invii a Roma con raccomandata. Forse li può mandare anche via internet.
- Due moduli?
- Uno è per la procedura suggerita dal direttore, l’altro è per la procedura suggerita dal vice. Li faccia entrambi per andare sul sicuro.
Ringrazio, saluto il gentile barbuto e me ne vado.
Non so perché ma esco dalla Posta sorridendo, nella Milano che si illumina per la sera.
Attraverso con il verde, ma guardo lo stesso a destra e a sinistra.
Per andare sul sicuro.
giovedì, gennaio 13, 2011
Ufficio Postale Milano 65, prima parte.
Quando ogni altra alternativa risulta impraticabile, quando è proprio impossibile trovare un’altra soluzione, quando le provi tutte, ma non c’è modo di fare altrimenti, scopro con ribrezzo che devo andare in Posta.
Dire che le Poste funzionano di merda è come dire che l’acqua è bagnata. Lo so. Però, smettere di dire che le Poste funzionano di merda equivale a essere complici di chi ti sta offrendo un servizio ignobile.
Io odio andare in Posta. Quando ci vado, non posso fare a meno di pensare ai magheggi, alle parentele, alle raccomandazioni, ai giri e agli intrallazzi messi in moto da chi lavora lì per ottenere il posto che occupa. Penso che se venissero catapultati in un’azienda vera, una di quelle che deve fare i conti con la realtà, nessuno di loro sopravviverebbe più di dieci minuti.
Sono forti quelli che lavorano lì. Se gli chiedi un informazione, o una qualunque cosa vagamente inerente al loro lavoro, scopri che hanno gli occhi pieni di fatalismo tribale. Ti guardano con lo stesso sguardo che può avere uno Yanomami quando gli chiedi perché piove.
L’atteggiamento non è quello di chi lavora in un posto e lavorandoci, ottenendo uno stipendio a fine mese, dovrebbe avere una qualsivoglia responsabilità sul suo operato, o sarebbe tenuto a comportarsi in una maniera tangenzialmente professionale. Il mood dell’impiegato postale è quello di uno che per ironia del destino, contro la sua volontà e i suoi interessi, si ritrova a lavorare, nulla sapendo, alle Poste.
Se fai notare un disservizio o un problema, la risposta è la rassegnazione. La risposta è il mettersi immediatamente sullo stesso piano del cliente, con la medesima rassegnazione del cliente: Eh, che cosa ci si può fare, le cose vanno così…
Perché le Poste non sono un luogo di lavoro, sono un mistero a cui si è chiamati a partecipare. Come clienti o come cerimonieri del mistero stesso.
Dovevo mandare dei soldi in Francia. Come ho già detto le avevo provate tutte, anche i piccioni viaggiatori, ma niente. L’unico modo era quello di mandare un vaglia.
Mioddddio. Un vaglia.
Mi reco all’ufficio postale di via Gozzoli. Armato di buone speranze, ottimismo, serenità e i dati della signora del B&B di Angouleme che deve ricevere la caparra per la mia camera.
Prendo il numerino. Trovo un modulo, lo compilo, aspetto.
Arriva il mio turno, vado allo sportello.
L’operatrice è una tipa dall’età e dallo svantaggio indefinibile. Credo che provenga direttamente dal futuro di Star Trek TNG. Un futuro ipertecnologico in cui i computer eseguono gli ordini su comando vocale. Infatti, la tipa, costretta nel nostro presente, ha dei grossi problemi con ogni tipo di interfaccia. Soprattutto con la tastiera. Ma io sono quieto. Dopo quarantaminuti la tipa ha finto di inserire i dati necessari.
- Controlli se è tutto giusto.
E’ una domanda retorica, dovrei dire di sì. Invece controllo e dico di no.
Sulla ricevuta è segnato tutto, tranne la città e l’indirizzo a cui bisogna mandare il vaglia. Ovvero, c’è il nome e il cognome della signora del B&B e un generico: Francia.
Tipo: Mario Rossi, Italia.
La prendo in assoluto contropiede e le faccio notare la cosa.
La tipa sbianca. Entra in gioco il Grande Mistero delle Poste. Ovvero, lei ha appena effettuato una prestazione di cui non sa nulla, non conosce nulla, non ha mai fatto prima, non sapeva nemmeno che esistesse prima che comparissi davanti lei con la pretesa di mandare un cazzo di vaglia. E’ colpa mia, quindi. Quello in difetto sono io. Mica lei.
Con l’espressione rassegnata/scocciata/densa di fatalismo che dovrei avere io, la tipa si rivolge al collega dello sportello vicino.
Ora siamo in tre a celebrare il Grande Mistero delle Poste.
Per prima cosa, lui si informa su chi ha materialmente effettuato l’operazione.
- Io
Dice lei.
Lui guarda me, poi lei, e poi di nuovo me.
Lo sento scartare mentalmente una serie di risposte possibili, tra cui quella giusta. Decide di coprire la collega, in un moto di corporativismo tra officianti del Grande Mistero delle Poste.
- No, no, ma va bene. Vede il numerino? Ecco è da quel numerino che poi sanno tutto quello che serve.
Sorrido. In quel preciso momento, io lo so benissimo che quei soldi non arriveranno mai.
Mai.
Lo so già che ho appena buttato via settanta euro.
Me lo dico da solo, quando esco dall’ufficio postale.
Fine prima parte.
mercoledì, gennaio 12, 2011
Mio cognato ha un'auto d'epoca.
La prenderò un po’ alla lontana.
Partiamo da mio cognato. Si chiama Marco e ha un’ Alfa GT Junior 1300 del 1971. E’ quella nella foto qui sopra, foto che gli ho scippato da Facebook.
E uno dice:
- Si vabbè, ma a noi, che Marco ha una macchina d’epoca che ci frega?
Allora diciamo che è finalmente arrivato il momento che molti, compreso me, stavano aspettando.
Allora diciamo che in quella macchina d’epoca oltre a mio cognato ci saliamo io e un certo disegnatore.
Oltre a noi, dentro, ci saranno parecchie copie di un certo fumetto.
Ti metto alcune vignette in assoluta anteprima.
Allora…
Che cosa ci facciamo con il terzo volume di Milano Criminale e la macchina d’epoca di Marco?
martedì, gennaio 11, 2011
Män som hatar kvinnor
Da buon ultimo, mi sono messo a leggere uno di quei libri che leggono tutti tutti tutti, ma proprio tutti e piacciono a tutti tutti tutti, ma proprio tutti. “Uomini che odiano le donne”.
Il superbestseller di Stieg Larsson, pace all’anima sua.
Confermo che ho dei grossi problemi. Cazzo, devo avere proprio qualcosa che non va. Mi sento anche profondamente inadeguato e molto a disagio.
La mia lettura di “Uomini che odiano le donne” terminerà dove sono arrivato: a pagina 56.
L’introduzione sulla personaggia Lisbeth Salander è così irritante, indisponente, sei figa solo tu, fastidiosa, forzata, e di un iperbolismo tanto maldirezionato che ha ottenuto lo splendido effetto di farmi stare sulle palle in tempo zero il personaggio principale. Tipo che di quello che può succederle nelle prossime seicentoerotti pagine e nei due volumi seguenti, non può fregarmene di meno.
lunedì, gennaio 10, 2011
Uno che mi ha fatto gli auguri.
Via mail mi sono arrivati gli auguri di uno che conosco. Non proprio un amico amico, non uno di quelli con cui mi vedo e mi sento spesso, ma tipo quasi. Uno che quando lo vedo sono contento di vederlo, ecco.
I suoi auguri per il 2011 facevano così:
Non ti auguro un 2011 fortunato, ti auguro un anno di successi ottenuti con merito.
In un primo momento ci sono rimasto un po’ male.
Poi ci ho pensato su. A lungo.
Una conclusione l’ho trovata.
Forse la morale è un ossimoro. La fortuna, la botta di culo, è una roba da sfigati?
Seguirà dibattito.
Credo.
giovedì, gennaio 06, 2011
Diegozillab_Fase 1_ Scrivere_Lezione 4
- Che giorno è oggi?
- La Befanìa! la Befanìa!
- E poi?
- La Befanìa!
Già, ma è anche il primo giovedì di gennaio, e dato che qui non si ha rispetto per le feste comandate, eccoci al quarto intervento del Diegozillab.
Siamo all’ultima parte sulla “scrittura creativa” in termini generali, poi si passerà alla sceneggiatura vera e propria. Per cui, ricapitolando:
Ci sono stati dei consigli spiccioli. Ti ho fatto vedere i punti attraverso i quali passa una storia di genere. L’ultima volta il discorso era sulle differenze tra i protagonisti.
Ci sarebbero ancora un casino di cose da dire, ma per forma mentis preferisco chiudere i capitoli, piuttosto che aprire innumerevoli approfondimenti.
Ora, sempre in termini di “scrittura creativa generica”, ho un paio di cose da dire su come inizia e su come finisce una storia. Prologo ed epilogo.
Così come per il righello, sperimentato sul campo, ci terrei a dirti che una storia comincia e finisce in un numero limitato di modi. Per la precisione, può cominciare in 6 maniere diverse, e può finire in 6 modi differenti. Non di più, non di meno.
Anche qui, ti esorto a sperimentare sul campo. Vai. Controlla. Studia. Smentiscimi.
Iniziamo dall’inizio.
Tieni conto che il concetto di Prologo io lo intendo in modo allargato. Può comprendere non soltanto una breve sequenzina iniziale, ma può comporre tutta la prima parte della narrazione, diciamo tutto il primo atto.
Sei modi di iniziare, dicevo. Eccoli:
Uno: Prologo Ambientale.
Apertura sull'ambiente inteso come geografico e storico, si apre raccontando in quale luogo e in quale tempo la storia è raccontata. Serve per calare lo spettatore in un ambiente preciso. Più l’ambiente non è comune, più ha bisogno di tempo narrativo. Fantasy, Fantascienza ambientale. Le aperture di questi generi sono un lungo spiegotto su dove siamo e quando siamo. Oppure, se l’ambente è noto, è una “cartolina” in modo da far capire subito dove ci troviamo.
Due: Identificativo.
Si riassumono, si spiegano, si introducono le caratteristiche dei personaggi, indipendentemente dal plot principale. L’interesse primario è sulla caratterizzazione dei protagonisti.
Oppure, identifica l'intreccio. Si apre subito sul plot principale, presentandolo come sarà e come verrà sviluppato nella narrazione successiva. Spesso è fatto in maniera esplicita, diretta, come nelle commedie.
Tre: Fusista.
Scherzo. Facciamo vedere che siamo persone serie e chiamiamolo: Apertura su una figura transitoria di caratterizzazione dell’antagonista.
Che cos’è? E’ un prologo estremamente abusato nell'horror e nel thriller. E' la prima vittima del mostro, è quello destinato a morire, che serve unicamente a evidenziare le caratteristiche del cattivo. Lo chiamo fusista per via dell'omino con la pila nei film di fantascienza anni 50. Quello che ispezionava da solo, nella notte con la piletta, una recinzione nel deserto e poi veniva fuso dal mostro alieno dallo spazio profondo.
E’ per dire, anche il tizio con la giacca rossa di Star Trek che arriva assieme agli altri su Deneva 2.
Il fusista è una figura così radicata nell’immaginario collettivo che con lui e la sua percezione da parte del pubblico si può giocare un casino.
Comunque, tutti gli horror elementari iniziano con un fusista.
Quattro: In medias res.
In pratica, il prologo non c’è. Si inizia al culmine del culmine dell’azione. Una botta di tensione e di “non capisco che cazzo sta succedendo”. Ti verrà spiegato dopo, in flashback.
Cinque: Fine episodio precedente.
Può essere sul serio un episodio precedente, se siamo su un seriale, oppure può anche essere un episodio precedente generico. Apriamo assistendo alla conclusione di un avventura a noi non nota, ma che non sarà quella della storia che ci racconteranno poi.
E’ tipico di 007, per dire. Serve a ricordare le qualità del protagonista.
Sei: Ospite.
Una figura esterna agli eventi narrativi che introduce la storia. Se apri con un ospite, poi devi anche chiudere con un ospite. L’importante è che questo presentatore non sia collegato agli eventi che verranno narrati poi. Un personaggio esterno, una figura morale che introduce gli eventi. Hitchcock, Zio Tibia, tipi di questo tipo.
Fine degli inizi.
E’ possibile, e lo puoi anche provare con un esperimento sul campo, che alcune narrazioni abbiano una maxi sequenza iniziale. La madre dei prologhi, con quasi tutti i prologhi visti qui sopra messi uno in fila all’altro.
Sei modi per finire, eccoli:
Uno: Finale Esaustivo.
E’ il finale più ambito nella produzione commerciale . E' il “vissero tutti felici e contenti” o il “vissero male, pochissimo e nella merda”. E' il finale definitivo, e prescinde dal fatto che sia lieto o tristo, prevede che tutto venga spiegato alla perfezione fino all'ultimo dettaglio di ogni sottotrama inserita. E' il finale dove tutti i nodi vengono al pettine. Spesso è dialettico, verbosetto, spiegottesco. Direi obbligatorio per molti tipi di generi, tipo il legal thriller o il giallo classico.
E' il finale più difficile da fare in maniera non stupida, richiederebbe un approccio più intelligente di un lungo monologo.
Due: Finale Aperto.
E’ quando decidi di non raccontare il finale dialetticamente, e di non rivelare ogni cosa. Lasci aperto qualcosa. Alcuni aspetti della storia che hai raccontato rimarranno ignoti.
Oppure, succede quando sposti un colpo di scena alla fine, ottieni un Turn. La storia si ribalta su se stessa a la chiudi con una domanda e non con una risposta.
Tre: Doppio finale a codino.
E’ un finale esaustivo parziale. Dai una spiegazione numero 1, alla quale fai seguire poco tempo dopo una spiegazione numero 2 che nega in parte la prima. Spesso la 1 è razionale, e la 2 è irrazionale, ma plausibile. Un esempio sono alcuni finali di X-Files. E’ un vampiro? No, è un povero pazzo. Scully Win. Stacco, manicomio, esami del sangue, il pazzo ha trecento anni. Mulder Win.
Quattro: Finale Circolare.
Il finale corrisponde al ricominciare delle vicende. Può essere un ricominciare legato alla forma del racconto e al montaggio. Oppure, è un nuovo inizio a livello di contenuto narrativo.
E’ un tipo di racconto extra-ordinario con un colpo di scena fortissimo che riporta tutto all'inizio. E' un finale buddista, karmico. E’ una ruota, un cerchio, non è il finale rettilineo cristiano.
Esempio di tipo 1: Pulp Fiction. Esempio di tipo 2: L’avvocato del Diavolo.
Cinque: Tagliato.
E’ il bizzarro finale interrotto tipico di alcuni film degli anni 70. Oggi quasi inaccettabile e pericoloso. E' un tipo di finale in cui la storia arriva al suo apice, sei al culmine degli eventi, al massimo del massimo della narrazione, e la molli lì. Fine. Taglio. Sospendo.
A volte taglio e sospendo in modo tragicissimo, tipo il finale di Easy Rider.
Farlo oggi a fumetti vorrebbe dire trovarsi sotto casa una pattuglia di nerd armati di motoseghe e assetati di spiegotti esaustivi.
Sei: Ospite.
Se apri con un ospite, devi anche chiudere con un ospite. Vorrai mica lasciare sfuggire al testimonial la possibilità di farci la morale?
E ora, è arrivato il momento del: COMPITO A CASA!
Test finale della Fase 1.
Un racconto autoconclusivo, del genere che pare a te.
Lunghezza massima: 2000 battute spazi compresi.
Il protagonista è il tuo Avatar. Quello della foto della tua tessera. Quello che ti ho detto di scoprire e imparare a conoscere. E’ il protagonista della storia che devi scrivere. Se è un attore o un' attrice, puoi anche usare uno dei personaggi che ha interpretato nella sua carriera.
Mi raccomando. Non oltre le 2000 battute.
Eventuali domande, nei commenti. Grazie.
Se qualche domanda necessita di una risposta lunghissima, verrà trasformata in una lezione 4 bis.
Questioni tecniche sulla consegna dei compiti.
Per i membri: Via mail, all’indirizzo solito.
Oggetto mail: Esercizio 4 di: nome/nick, numero tessera.
E’ FONDAMENTALE INDICARE IL NUMERO DELLA TESSERA!
(Ho fatto esperienza con gli esercizi precedenti, il numero please, il numero!!!)
Se non consegni entro la prossima lezione, giovedì 20 gennaio, perdi un bonus zilla.
Per gli osservatori: Possiamo parlarne nei commenti.
mercoledì, gennaio 05, 2011
Il tango dei Link!
Due segnalazioni nella mia mail.
La prima, il nuovo blog di Andrea Voglino: Nuvoletta Rossa. Direttamente sulle pagine del Manifesto.
(Nella foto, la festa che hanno fatto in redazione per l'apertura)
Trattasi di un blog di recensioni voglinesche. Inzia a postare proprio in questi giorni, roba nuova, signora!
Poi.
Zombi.
Lo sai che ho una passione per i Morti Viventi, per cui non potevo esimermi da segnalare una serie di strip e di tavole a tema zombesco: I Like Zombies!
(Se posso dare un consiglio... Il lettering santoccielo! Fate qualcosa per il lettering!)
Affari di Famiglia.
Ci sono tre tamarri consanguinei.
Tamarro Nonno, detto Il Vecchio.
Tamarro Babbo, detto La Volpe.
Tamarro Figlio, detto Lo Smilzo.
Tamarro Figlio bazzica con un suo amichetto, tale Chumlee.
L’acume di Chumlee è inversamente proporzionale alla vastità dell’universo.
I consanguinei più l’aggiunto, gestiscono un banco di pegni a Las Vegas. E’ un programma in onda su History Channel, dal titolo: Affari di Famiglia. In originale: Pawn Stars.
Il Vecchio e la Volpe sono due dai quali è meglio tenersi alla larga. Tipo che tu vuoi vendere i cimeli di famiglia per 100 dollari e loro te ne offrono 6.
Lo Smilzo e il suo compare sembrano più umani, ma soltanto perché devono ancora crescere e sviluppare più pelo sullo stomaco.
E’ un docu-reality dal banco di pegni di Las Vegas, con la sua varia umanità e un sacco di oggetti strani. Quando arriva qualcosa di veramente bizzarro, ecco che vengono chiamati gli esperti, per stime, valutazioni e quant’altro.
Il programma è divertente, nonostante la potenziale tristezza che può evocare un banco dei pegni.
Si evita volutamente di scivolare nell’amarezza lasvegasiana di chi ha perso tutto e va lì a vendersi la macchina. E’ molto fiction, e poco docu.
(Per il docu impegnatissimo e fighettissimo c’è Current, no?)
Da un punto di vista narrativo il banco dei pegni è un ambiente molto interessante e poco sfruttato.
A memoria, ricordo un vecchio film di Lumet, con Rod Steiger:" L’uomo del banco dei pegni". Non so perché ma per la generazione dei miei genitori quel film è molto famoso. Mistero.
Affari di Famiglia su History Channel ha un unico problema. L’edizione italiana.
Non riesco a trovare informazioni su chi ha curato l’adattamento nel nostro idioma, ma sono sicuro che hanno come supervisore ai testi una bella teiera in ceramica.
Non azzeccano un congiuntivo nemmeno per sbaglio.
Vanno proprio oltre la quantità media di congiuntivi sparati alla cazzo presenti in un comune programma tivvù. (E detto da me, che ne sbaglio uno ogni due, fa proprio ridere.)
Dato che non è in diretta, io penso alla catena.
Penso a chi ha tradotto i dialoghi. A chi li ha supervisionati. A chi ha scritto l’adattamento. A chi lo ha supervisionato. Agli speaker che leggono. A chi dice: Va bene. Alla visione finale da parte della rete. Al redattore che mette in onda il programma.
Penso a tutta ‘sta gente che non ha detto niente. Evabbè.
Ti avviso. Se ti da fastidio il congiuntivo imbizzarrito, non guardarlo. Dopo tre minuti rischi di schiumare fiele dalla bocca.
Peccato.
Forse per la prossima stagione affideranno l’adattamento a uno che ha finito le medie e le cose andranno meglio.
martedì, gennaio 04, 2011
Esperimenti di sociologia pratica.
Posseggo una camicia texana. Per la cronaca, è lo splendido capo di abbigliamento che puoi ammirare in questa sequenza fotografica.
Quella camicia, prima di essere indossata per la degustazione del budino al durian, è stata dimenticata a lungo sul fondo del mio armadio. Anni. Aveva accumulato polvere, schifezze varie, si era ridotta in uno stato di stropicciamento vicino a quello di uno straccio.
Decido quindi di portarla in lavanderia.
Opto per una lavanderia presente all’interno di uno di quegli abominevoli centri commerciali suburbani, per subumani, che le dinamiche delle vita mi hanno costretto a frequentare.
(Sto smettendo)
Porto la texana dalla lavandaia, che mi accoglie con usi e costumi da cafonazza quarantenne pasciuta nella certezza di aver dovuto rinunciare alla sua carriera da velina per colpa del destino mannaro. Quello che ti azzanna i sogni da cafonazza periferica.
Lascio la texana. Pago.
- Torna mercoledì.
Il mercoledì designato mi presento per il ritiro.
La lavandaia mi guarda storto. Mi consegna la texana stirata e chiusa nella sua plastica, aggiungendo una decina di sguardi giudicanti, accompagnati da una smorfietta.
Poi dice:
- Era veramente sporca, sai? Abbiamo fatto il possibile, ma era davvero conciata da fare schifo.
Io penso ai lavandai coreani di Bret Easton Ellis, che mai e poi mai si sarebbero permessi di esprimere un giudizio sulle lenzuola lorde di sangue.
Mi guarda ancora, con quegli occhietti giudicanti. E io non capisco se vuole una mancia.
- Sporca da fare schifo.
Aggiunge. Osservandomi come la principessa della suburba che vede una Nutria.
Al che rispondo:
- Mi scusi, ma l’abbiamo usata per una fiction.
Alla parola “fiction”, la truzza si illumina. Le sparisce lo sguardo da prima della classe al liceo serale per tamarri, e le compare un espressione tra l’ammirato e l’aspirazionale.
Sospira dicendo:
- Davvero?!
- Eh, si.
- Quale!?
- Deve ancora andare in onda. Ma se vuole faccio ancora in tempo a mettere il nome della sua lavanderia nei titoli di coda.
- Sarebbe bellissimo, signore! Davvero bellissimo!
Batte le manine, sorridendo.
Me ne sono andato con la texana appesa all’indice e con in tasca una lezione importante sul Paese in cui vivo.
Cambiamenti!
Il 2011 principia rivoluzionando le mie abitudini. Tra un po’, quando imbianchino/Ikea/trasloco lo permetteranno, andrò a lavorare in studio.
Siamo in sei: tre fumettisti, due graziose illustratrici, e un cane.
Ho fatto i conti, è dal 1995 che scrivo da solo chiuso in una stanzetta e non ne posso più. In questi anni sono cambiate soltanto le dimensioni della stanzetta. La mia capacità di concentrazione, in una solitudine piena di giochi, è diminuita in modo verticale. Ultimamente, lo so che è pericoloso scoprire così tanto il fianco, ho iniziato a soffrire la solitudine. Tipo che quando la Fede torna a casa dall’ufficio le faccio le feste come un bichon frisé. La tempesto di domande in un vortice di iperattività cucciolesca. Nessuna donna contemporanea dopo otto ore di ufficio e quaranta minuti di metropolitana è propensa al dialogo. Non ha nemmeno voglia di tirarmi la palletta che poi io riporto scodinzolando.
Da qui la decisione di separare gli spazi. Spazio casa, da spazio lavoro. Non più solo soletto, ma con qualcuno. E questi qualcuni sono amichetti, così si sta sereni.
Ho fatto degli esperimenti. Ho scoperto che se ho di fianco qualcuno che lavora, lavoro senza distrazioni. Funziono anche se si parla un po' o cose così. L'assoluta solitudine dello scrittore forse, può essere una solitudine mentale in uno spazio preposto al lavoro. Senza un divano con davanti una televisione e un toto di canali di documentari, per esempio.
Per cui, abbiamo affittato un bel posto, e durante il periodo pre natalizio sono andato con mio padre a farci dei necessari lavori elettrici. O meglio: lui li ha fatti. Io gli passavo i ferri.
E ora ci siamo.
Attendiamo l’imbianchino.
E poi via, verso una nuova mirabolante avventura.
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