venerdì, settembre 16, 2011

Dampyr 138!




Se non hai ancora letto l’albo, attenzione che questo post esonda spoiler!


Con “Valzer Cajun”, il cui titolo di lavorazione era : “ Il valzer di Saman Patou”, volevo fare una storia sulle conseguenze.
L’idea era quella di costruire un intreccio non sul “male”, non su un demone della Dimensione Nera, quanto sulle conseguenze portate dalla presenza del male nella nostra realtà.
Il protagonista non è Samanum, sono gli umani che hanno interagito con lui.
Sentinelle, aspetti fantasy, varchi, passaggi e quant’altro non mi interessavano. Tutto lo spazio narrativo è servito per costruire l’atmosfera pesantemente horror della palude e di quanto accade in quella baracca.
E’ una questione di tempi e di spazi. Bisogna, per un momento, riflettere bene sul media che si sta usando. Il fumetto.
Al cinema, per esempio, la costruzione della tensione e delle atmosfere è quasi immediata. Musiche, movimenti, effetti speciali, montaggio, suoni. Sono tutti elementi che in uno spazio narrativo brevissimo legano lo spettatore alla storia a livello emozionale.
Al cinema, per fare paura, basta fare BUUUU al momento giusto.
Nel fumetto non è la stessa cosa. Per ottenere un risultato vagamente simile è necessario costruire una corrispondenza di horrorosi sensi un pezzettino alla volta. Ci vuole tanto tempo, e tante vignette. Ma si può fare, perché il fumetto è un media potente.
E’ sempre difficile bilanciare i necessari spiegotti che vanno per forza di cose infilati in una storia. Non ci sono regole precise. Lo spiegone diventa un paradosso. Se è preciso e approfondito viene percepito come noiosissimo. Se non lo faccio, sono uno sceneggiatore scriteriato che non è capace di spiegare le cose. Ma va bene così, è parte del gioco.
Fatto sta che in “Valzer Cajun” forse, una cosa dovevo raccontarla nel modo più esplicito possibile. Nella storia ci sono degli indizi, dei particolari dai quali poi uno se vuole “se la racconta da solo”, ma se gli puntavo sopra una lampada alogena narrativa, esplicitando, forse era meglio.
A Samanum non dispiace la situazione in cui si trova. E’ un demone della sofferenza, e trae piacere dalla sua stessa sofferenza. No. Non c’è scritto così nero su bianco. Lo si poteva intuire.
In sostanza, in un gioco morboso di dolore e dominio, Samanum sfrutta l’allegra famigliola per i suoi scopi.
Ecco perché non usa fin dal primo momento l’energia vitale del colossale Elias. Altrimenti finirebbe il suo “gioco” nella nostra dimensione.
La canzone in realtà non esiste, l’ho scritta io. Serviva qualcosa di preciso e attinente, e di solito i cajun non scrivono canzoni che si collocano perfettamente nella trama di Dampyr.
Ho usato un bel po’ di documentazione, tra cui un bellissimo sito sulla tradizione musicale cajun, CLICCA QUI, e un dizionario sulla loro lingua, CLICCA QUI.
Oltre a un casino di altra roba che adesso non trovo.
(Uh, mi viene in mente adesso che forse potrei chiedere a Graziano Romani di scrivere le musiche di quella canzone. Così poi la cantiamo ai raduni fumettosi!)
Piccininno, a mio parere, ha fatto un lavoro eccezionale in quelle tavole. Alcune sequenze sono davvero disturbanti, e quando esplode l’azione ha saputo essere molto dinamico.
La faccenda dello spillo a pagina 29, è un “derivato”. E’ una citazione con tuffo carpiato del Malleus Maleficarum, il manuale di gestione delle streghe pubblicato nel 1487.
Sul testo, il libretto di istruzioni per gli inquisitori, si legge che alcune streghe sono insensibili al dolore, e bisogna, con grande fatica e varie prove, trovare l’unico punto sensibile del loro corpo.
Spesso non più grande di una capocchia di spillo.
Ho acchiappato quel concetto e l’ho capottato dentro la caratterizzazione di Elias.
Su tutto il resto pesano le atmosfere di film paludosi come “Un tranquillo week end di paura”, “I guerrieri della palude silenziosa” e il capolavoro: “ Senza Tregua” con Van Damme.
C’è “Non aprite quella porta”, “I Goonies” e parecchia altra roba. Soprattutto i cajun e la palude. Un sacco di palude.
A me i cajun sono simpatici. Ho potuto apprezzare la loro cucina a New York, in un ristorante ora chiuso. Le polpette di alligatore sono eccezionali e con i gamberi di fiume ci farei colazione. E poi si beveva nei barattoli, come nella migliore tradizione dell’immaginario collettivo paludoso.

7 commenti:

Lanterna ha detto...

Ecco, a me la palude non piace. Sarà che ci vivo (e non so se preferire le mie zanzare ai coccodrilli).
Però tutto il resto dell'albo mi è piaciuto, nonostante io sia tendenzialmente più per le storie in continuity.

Anonimo ha detto...

Ciao Dié,
letto e piaciuto.

"A Samanum non dispiace la situazione in cui si trova. E’ un demone della sofferenza, e trae piacere dalla sua stessa sofferenza. No. Non c’è scritto così nero su bianco. Lo si poteva intuire."
Io non l'ho intuito. Ho dedotto che non gli piacesse essere rimasto "preso in mezzo" e che la sofferenza prima psicologica e poi fisica dei "prigionieri" gli servisse per liberarsi, che accettasse il "sacrificio" del suo discepolo prediletto solo come extrema ratio quando la situazione (dei discepoli) diviene disperata a causa dell'intervento di Harlan & c.

Anyway, imho, albo nella media (sempre altissima) della produzione dampyriana.

CZ

MarPlace ha detto...

Una bella storia, coinvolgente e ben architettata. La riuscita dell'atmosfera davvero malsana è dovuta anche a Piccininno. Da "Il Penitenziario" è diventato qualcosa di incredibile il buon Giuliano!

Barga Kurosawa ha detto...

Ottimo numero davvero, sia come storia che come ambientazione, mi è piaciuto davvero molto!

Permetti una domanda?: ma la dimensione oscura e le sentinelle non stanno venendo un pò ridimensionate? Da che il nostro Dampyr aveva sempre bisogno di aiuto e ce la faceva comunque per il rotto della cuffia ora fa avanti e indietro fra i due mondi peggio di un pendolare :D

Davide ha detto...

"Sul testo, il libretto di istruzioni per gli inquisitori, si legge che alcune streghe sono insensibili al dolore, e bisogna, con grande fatica e varie prove, trovare l’unico punto sensibile del loro corpo.
Spesso non più grande di una capocchia di spillo."

ah, come questo!

http://www.youtube.com/watch?v=pS6GEqRMIM8
da 1:13 in poi

Anonimo ha detto...

intanto grazie a tutti per l'apprezzamento. Vorrei dire che anche a me non è stato esplicitamente spiegato nella sceneggiatura l'atteggiamento di Samanum. Diciamo che non ce ne è stato il bisogno, Diego ed io ormai ci capiamo al volo. Nemmeno io ho sentito il bisogno di un "faretto" puntato sullo stato d'animo del demone, basti vedere in quale posizione si presenta; la baracca costruita attorno a lui poteva anche avere qualche confort per Samanum e per i suoi adepti, un qualche anticipo delle beatitudini promesse ed invece è come se questi si beassero del marciume e del malessere provocati da una architettura impazzita.
Giuliano Piccininno

Fanboy ha detto...

Mi è piaciuto parecchio. Molto bella la rappresentazione grafica di Piccininno della ballata di Saman Patou. Forse è solo una mia impressione ma mi sembra che da parecchi anni i fumetti horror non si pongano più il problema di spaventare. Mentre tu questo problema te lo poni eccome. Perlomeno è quello che traspare dalle tue sceneggiature. E questo lo apprezzo davvero tanto.
Per quanto riguarda Samanum a cui "non dispiace la situazione in cui si trova", ecco mi pesa ammetterlo ma io non l'avevo capito. E infatti mi era sembrata assurda la situazione in cui lui assorbe l'energia del suo adepto per potersi muovere (ma non poteva farlo subito?).