martedì, marzo 01, 2011

Milano Criminale, il riassunto.


Ci siamo quasi. Tra poco uscirà il terzo e ultimo volume di: Milano Criminale, la città esige vendetta. Olè. Cazzo. Era ora.
Mi sembra il momento giusto per riordinare i ricordi e fare il punto della situazione.
Tempo fa, avevamo dato alle stampe un albetto gratuito, con la presentazione della serie. Era stato scritto un lungo articolo che raccontava per filo e per segno tutta l’epopea di Milano Criminale.
Eccolo qua, sul blog, in due agili puntate. Una oggi e l’altra domani.

Per raccontare Milano Criminale bisogna partire dall’inizio, dalla Factory.
La Factory, definita come il primo nucleo del fumetto indipendente italiano, era un’etichetta ombrello sotto la quale, dal 1998 al 2000, si era radunato un folto gruppo di autori: Walter Venturi,
Stefano Piccoli, Roberto Recchioni, Paolo “Ottokin”Campana, Marco Farinelli, Luca Bertelè, Leomacs, Flavia Scuderi e Diego Cajelli.
All’insegna dell’indipendenza e dell’autoproduzione, la Factory, pubblicò una ormai mitica serie di albi, divisi tra One Shot e Miniserie: Battaglia, Lost Kidz, Zelda, Il Massacratore, Simbolo, Lele, Sabry & Tobia e L’Uomo Atomico.
Nel 1999, per la Factory, Diego Cajelli e Maurizio Rosenzweig pubblicarono un volumetto a colori di 16 pagine, dal titolo: Milano Criminale, il Gioco Del Falco.
L’intenzione degli autori era quella di celebrare con un fumetto, le atmosfere, i personaggi, il modo di raccontare dei film polizieschi italiani degli anni ’70.
In quel periodo, pellicole come “Milano odia la polizia non può sparare” , “La mala ordina” o “Milano Calibro 9” non erano ancora state sdoganate dalla critica. Il termine poliziottesco era ancora da inventare, e quei film si potevano vedere soltanto alle tre di notte su Rete4, sgranati e deformati dalla decompressione del widescreen.
Cajelli e Rosenzweig si misero al lavoro, spinti dalla passione per quel genere cinematografico e per l’estetica, oggi diremmo vintage, degli anni ’70.
Molti anni dopo (nel 2006) Roberto Recchioni, ricordando in una serie di articoli quel periodo, scrisse:

“…Non solo aveva captato con parecchi anni di anticipo il ritorno in voga dei poliziotteschi, ma lo aveva fatto con un approccio passionale e non solo cerebrale.
In sostanza, Milano Criminale non era solo uno sterile esercizio si stile, era una storia realizzata con amore. A parte questo, era la storia tecnicamente meglio scritta che la Factory avesse mai dato alle stampe e, a tutt'oggi, rimane uno dei gioielli di Diego in termini assoluti.
Un meccanismo narrativo perfetto che si snoda in sedici misere paginette e che racconta di più e meglio di molti albi Bonelli o Bonelliani che trovate tutti i mesi in edicola.
I disegni di Maurizio e i bei colori non facevano altro che rendere il tutto ancora più pregevole.
Ovviamente fu uno degli albi meno capiti della Factory... ma anni dopo si prese la sua rivalsa.”


Il fumetto, un poliziesco ambientato a Milano nel 1973, vedeva come protagonisti Il Commissario Simone De Falco e l’Ispettore Rosario Lorusso, due sbirri duri e puri, come lo erano i piedipiatti della cinematografia di riferimento.
Per ambientare le vicende in un contesto storico corretto, venne fatto un lunghissimo lavoro di documentazione, si ricostruirono visivamente la città, gli ambienti, gli oggetti, i vestiti, i volti…
La cura quasi maniacale della componente storico/estetica dell’immagine, portò alla decisione di colorare l’albo usando tonalità decisamente Pop, unite ad un particolare effetto di stampa, il puntinato tipico della colorazione dei fumetti degli anni ’70.
L’effetto è quello di un viaggio nel tempo, il lettore viene preso per mano e portato nella Milano degli anni settanta. La ricostruzione storica prende gli elementi che di solito rimangono solo sullo sfondo, e li colloca in primo piano, al centro dell’attenzione del lettore. Trasformando così l’ambiente in un vero e proprio attore, al pari dei personaggi.
Questa è la caratteristica più forte di Milano Criminale, assieme alle psicologie dei personaggi e all’intreccio delle vicende, sono proprio l’ambiente e i dettagli ad essere notati, ed è con quel contesto che il lettore stabilisce quel feedback di solito riservato unicamente ai protagonisti.


“Anni '70, pantaloni a zampa, baffi ... ma non è il solito revival modaiolo, è un vero e proprio flash, un ritorno completo a quell'epoca. Faccendieri, droga, discoteche, poliziotti di una Milano non da bere, lontana dai plasticosi anni '80. Di questa Milano criminale si sente tutto a mille, i riferimenti al cinema poliziesco dell'epoca, i colori, i vestiti, il modo di parlare e di muoversi. .. un mondo, insomma, un mondo sparito nella realtà, ma riapparso fortissimo sulle pagine di questo albo…” (V.V. Mondo Naif Aprile 1999)

Con uno slancio di ottimismo, in terza di copertina dell’albo Factory, veniva annunciato il secondo numero della “serie”: Milano Criminale, La Banda del Muto.
C’era una tavola di presentazione realizzata a matita da Rosenzweig, e Cajelli aveva già scritto quasi tutta la sceneggiatura. Slancio di ottimismo. Infatti, la seconda storia di De Falco e Lorusso, uscì molto più tardi, nel Novembre del 2003.
L’avventura della Factory era finita, e i due autori accantonarono Milano Criminale, dedicandosi ad altri progetti.
Gli anni passarono, ma De Falco e Lorusso scalpitavano per tornare in azione.
Milano Criminale non è mai stata una serie regolare con precise cadenze di pubblicazione, non è mai stato un appuntamento fisso in edicola o in libreria, eppure aveva fatto breccia nel cuore e nell’immaginario dei lettori, trovando uno spazio preciso e una sua schiera di appassionati.
Milano Criminale non è mai stata una serie, me è come se lo fosse, è un fenomeno molto particolare, dalle caratteristiche inusuali per il mondo del fumetto, che ha come suo punto di forza la puntuale serialità.
Nel 2003, a tre anni di distanza dall’uscita del “virtuale numero uno”, Cajelli propone a Marco Schiavone, direttore della neonata casa editrice Alta Fedeltà, il secondo episodio: Milano Criminale, La Banda del Muto, una storia in bianco e nero di oltre 60 tavole, dove il lavoro di documentazione è stato ampliato e veicolato alla narrazione in maniera ancora più precisa.
Per realizzare il volume, venne ingaggiato un nuovo disegnatore, Marco Guerrieri.


“Cajelli e Guerrieri rivitalizzano lo spirito che la città viveva in quegli anni: le rapine colossali, gli inseguimenti fatti a bordo delle Alfette all´ombra della Madonnina con poliziotti che non conoscono le mezze misure. La rappresentazione della città è fedelissima.
Lo si nota dai dettagli che aiutano a identificare l´atmosfera, siano essi un poster dell´Inter sullo sfondo o la marca di un liquore evidenziata su un posacenere. La storia narrata ripercorre in pieno il genere del poliziesco…” (Beniamino Musto, Libero, Luglio 2004)

Questa seconda avventura è disegnata in modo molto diverso rispetto alla prima.
Un bianco e nero puro, quasi in linea chiara, dove Guerrieri punta molto sul realismo delle immagini più che sui toni grotteschi e di atmosfera usati da Rosenzweig.
Guerrieri, letteralmente, si mette al servizio della storia, esaltandone i contenuti realistici, ricreando il design delle automobili e degli ambienti, caratteristica che contraddistingue anche i successivi lavori del disegnatore, John Doe e Jonathan Steel.
Il suo tratto, frontale ed efficace, colpisce nel segno.

Storie sporche di sangue e pallottole, rapine, inseguimenti e scazzottate. Una prova decisamente maiuscola da parte dello sceneggiatore Diego Cajelli e del disegnatore Marco Guerrieri….” (Fausto Ruffolo, ComicUs, Novembre 2003)



Nel frattempo, dal 1999 al 2003, il poliziesco italiano degli anni ’70 era diventato ufficialmente il Poliziottesco, quei film erano stati riscoperti, restaurati, distribuiti in collane di DVD e videocassette. Il vintage cinematografico era diventato di moda, punto di forza di numerose riviste specializzate e di siti internet dedicati a Maurizio Merli, Tomas Milian, Fernando Di Leo, Stelvio Massi, e tutte le star del periodo.
Il volume edito da Alta Fedeltà, era corredato da un articolo molto approfondito sulla cinematografia poliziesca del periodo, e si concludeva con un ricco elenco di note, dove l’autore rivelava tutte le fonti di ispirazione e di documentazione usate per realizzare la storia.
Milano Criminale, La Banda del Muto, esaurisce presto la tiratura, diventando, come per il precedente albo della Factory, una vera e propria chicca per collezionisti, ma le sorprese riservate alle avventure di De Falco e Lorusso non erano finite...


(Continua domani!)
Anzi no, clicca qui per la seconda parte dell'articolo.

3 commenti:

Officina Infernale ha detto...

...mi sono perso quello del 2003...

Anonimo ha detto...

un bella ristampa dei 3 capitoli esiste? Ciao Maco

Giacomo Michelon ha detto...

finalmente...vado a rileggermi i primi 2!