venerdì, gennaio 29, 2010

E il tuo romanzo?



Quad mi pone la domanda nei commenti al post su Lando, e a dire il vero non è l’unico che mi chiede notizie a riguardo.
Chiaramente è tutta colpa mia. E del blog. E del mio essere buffoncello.
Insomma, avevo sbandierato ai quattro venti che lo stavo scrivendo, e ora non posso lamentarmi se mi vengono poste delle domande sull’esito della questione.
Il romanzo l’ho finito più o meno quando dovevo finirlo, e l’ho consegnato più o meno quando dovevo consegnarlo.
Le mie duecentoeminchia pagine, con dei “buchi” da riempire nei capitoli finali. Immaginavo di farcire le parti vuote durante la fase riscrittura dopo aver ricevuto i commenti della casa editrice.
Invece c’è un invece.
Il romanzo non è piaciuto. Ma proprio per niente.
A posteriori, posso dire che l’aver bocciato quelle duecentoemichia pagine è stato il favore più grande che potessero farmi. Mi è stata evitata una pantagruelica figura di merda.
Al tempo, visto l’enorme investimento emotivo, è stata la madre di tutte la palate in faccia.
Sono stato male? Si.
Mi sono incazzato? Anche.
Ho spento il telefono per due giorni, e mi sono rosolato sul divano in un estasi di fallimento e armageddon.
Poi ho fatto l’unica cosa che potevo da fare.
Ho ricominciato a scrivere.
Sono immune al virus del genio incompreso. Ho ascoltato quello che avevano da dirmi, ho capito dov’era il problema e che non era risolvibile.
Mi ci sono voluti dei mesi per allontanarmi emotivamente dal mio romanzo e capire con chiarezza assoluta quanto facesse cagare. (Ho usato un termine forte, ma dato che si tratta di roba scritta da me posso permettermelo)
Un romanzo sbagliato, nel linguaggio, nelle intenzioni, nei ritmi e nel genere.
Penso che le prime quaranta pagine vennero approvate unicamente perché le avevo scritte io, nel senso: è roba sua, diamogli fiducia, prima o poi decolla. E invece no. Procede piatto e insipido fino alla fine, tipo che Moccia in confronto è Faulkner.
Da quelle duecentoeminchia pagine ci ho strappato fuori, a fatica, due racconti (questo qui e questo qua ) che ho pubblicato su una rivista.
Sono piaciuti. Sono contento, ma:
1) Erano in origine nel contesto sbagliato.
2) Se non riesco a cavare fuori sei pagine buone da 200eminchia cartelle mi conviene cambiare mestiere.
Tutte le volte che rileggo il malloppo mi chiedo come ho fatto a perdere così tanto il controllo sulla scrittura.
(No, scordatelo, non te lo farò leggere mai)
Che cosa è successo dopo?
Mi ripeto, ho fatto l’unica cosa che so fare.
Mi sono messo a scrivere. Ho presentato una nuova idea alla stessa casa editrice. E’ stata approvata.
Ho scritto un paio di volte l’attacco, sotto la supervisione amorevole di un editor che mi vuole bene.
Procedo con estrema lentezza e fatica, tra le mille cose che mi schizzano attorno.
Loro lo sanno, ogni tanto mi chiedono come va e io nicchio.
Poi arriva Lando.
Che cosa c’entra?
Lando mi sta facendo così incazzare che invece di fargli il culo rispondendo ai suoi commenti su un certo blog, ho riaperto il file del nuovo romanzo.
Tra una sequenza di Dampyr e una di Diabolik, tra una cosa che non posso dirti e una cosa che è presto per annunciare, mi sono rimesso a scrivere il romanzo nuovo.
Non mi interessa sapere se il pungolo che mi spunzona è giusto o sbagliato, l’unica cosa che so è che per adesso sta funzionando.
Però, questa volta, non rilascerò altre dichiarazioni in merito!
Scaramanzia.

giovedì, gennaio 28, 2010

Cercasi Illuminati disperatamente!



Giusto per ribadire, eh...
Forse Lady Rinco è destinata a soppiantare Madonna nei piani degli Illuminati?

mercoledì, gennaio 27, 2010

Lando 299



[The names were changed to protect the innocent]

Di Lando ho già parlato qui e qui e anche qui.
Lui mi ha tolto l’amicizia da Facebook, ma oggi ho scoperto non ha cancellato il mio indirizzo dalla sua rubrica. Infatti, mi arriva una mail in cui annuncia al mondo che ha messo on line il suo romanzo. Tralascio il fastidio di vedere la propria mail privata in chiaro, messa lì assieme a ottocento indirizzi di sconosciuti.
Tralascio il fastidio di immaginare che gli altri settecentonovantanove indirizzi siano di SimilLandi, e tremo al pensiero che domani mi arrivi qualcosa da leggere da parte di qualcuno.
Dato che non serbo rancore, scarico il PDF di Lando.
Sono 299 pagine di romanzo fantasy.
Leggo qua e là i commenti entusiasti dei suoi compari, e le piccate polemiche di Lando che denuncia il marcio nel sistema editoriale. Pare che dopo un sì di massima di una casa editrice, consegnato l’intero romanzo, poi la suddetta abbia fatto marcia indietro.
Allora, siccome il romanzo è una bomba ed è bellissimo, lui per ripicca lo ha pubblicato aggratis on line con licenza creative commons.
Bene. Io sotto sotto a Lando gli voglio bene e inizio a leggere.
Mi fermo a pagina 2.
Mi blocco davanti allo stesso verbo ripetuto nove volte in due pagine. Urge esempio.
L’errore non è ripetere nove volte: grugnire. L’errore è ripetere ossessivamente quel verbo senza farmi capire se è una tua scelta precisa per caratterizzare i personaggi, o se in quel momento il tuo dizionario dei sinonimi e dei contrari ti è stato rubato dagli Orchi Ciclotimici delle oscure paludi di Swaghnar e devi mandare due Elfe Indomite a riprenderlo.
Comunque, rimango impressionato dalla forza interiore di Lando.
Duecentoenovantaminchia pagine messe tutte assieme fanno paura. Al di là della qualità della scrittura o dell’evidente manifestazione di una mania ossessiva compulsiva.
Quando riprendo in mano il mio romanzo, dopo tre pagine di agonia, le prime due righe già non mi piacciono più. Torno indietro, riscrivo, cambio, trasformo e non riesco ad andare avanti.
Al che mi rompo le palle, chiudo il file e scrivo altro.
Da dove arriva la forza di Lando?
Ho paura di saperlo. Lando e il suo entourage sono in guerra. La loro forza è quella dei guerriglieri in battaglia. Lui e le sue armate sono in lotta contro l’editoria cartacea. Combattono con i loro blog, e si lanciano in intrepidi attacchi suicidi nei commenti ai post dei blog altrui.
E’ tutta colpa degli editor.
Dovrebbero essere molto più chiari.
La risposta non può più essere: il tuo manoscritto non ci interessa, o non rientra nei nostri piani editoriali.
Serve una risposta chiara e onesta, tipo : il tuo manoscritto non ci interessa perché è scritto di merda, per questo, questo e quest’altro motivo.

La grande cospirazione di Lady GaGa!



Nota introduttiva: Ho tradotto in italiano l’articolo: “Lady GaGa, The Illuminati Puppet”, scritto da The Vigilant Citizen. Lo trovi in originale cliccando qui. Non ho tradotto tutto l’articolo, ma solo le parti per me più interessanti. Dato che di mestiere non faccio il traduttore, mi sono preso alcune licenze. Tipo che quello che ho capito io, magari non è proprio uguale a quello che trovi scritto in inglese.
Ringrazio dibbrutto Buoni Presagi per la segnalazione.


Il simbolismo degli Illuminati che circonda Lady GaGa è così sfrontato che analizzandolo ci si ritrova a sottolineare l’ovvio, al punto che viene da dire: mannò, maddai, è uno scherzo!
Tutta la sua persona (non importa se è parte della costruzione del suo personaggio oppure no) è un omaggio al concetto di controllo mentale, dove la vacuità, l’incoerenza e la vuotezza mentale diventano degli elementi trendy da imitare.

INFORMAZIONI ESSENZIALI PER CAPIRSI MEGLIO
Che cosa si intende per "controllo mentale"?
Priova a cercare: "MK Ultra" per ottenere alcune informazioni di base.
Clicca qui che facciamo prima, Wikipedia basta e avanza.
Chi sono gli Illuminati?
Clicca qui again.

Una conseguenza dell’ Mk Ultra è ufficiosamente denominata: "Progetto Monarch".
Si tratta di una tecnica di controllo mentale che espone il soggetto ad un trauma così violento che nella sua mente si crea una dissociazione. Nel cervello della vittima emerge una nuova personalità, che viene plasmata ed educata dai manipolatori.
Monarch è un tipo di farfalla.



Monarch, farfalla Monarca, il nome del progetto non è stato scelto a caso.
Si dice che durante una traumatica seduta di lavaggio del cervello, il soggetto abbia la sensazione di svolazzare come una farfalla.
La farfalla è una rappresentazione simbolica della trasformazione e della metamorfosi.
Da un bruco a bozzolo (dormienza, inattività) a farfalla (nuova creazione)
Durante la loro rieducazione, pare che i soggetti siano esposti a numerosi simboli come gli alberi, ragnatele, maschere, labirinti, farfalle.
I supercospirazionisti trovano quegli specifici simboli anche in alcuni film della Diseny come il Mago di Oz, nei blockbuster hollywoodiani e nei video musicali. In un ottica dove il tutto diventa parte di un progetto globale di lavaggio del cervello e rieducazione di massa.

Ma che cazzo c’entra tutto questo con Lady GaGa? A me piaaaace un sacco!

La farfalla Monarca è soltanto uno dei tanti simboli che accompagnano Lady GaGa.
Nelle sue immagini e nei suoi video sono mescolati elementi simbolici che appartengono all’occultismo e alle società segrete.
La sua vacuità, il suo atteggiamento robotico e stralunato incarnano tutti i sintomi di una vittima di controllo mentale.
Diamo un'occhiata a ciò che Lady GaGa rappresenta, partendo dalle basi.

IL SUO NOME
In italiano Gaga diventa Gagà, e secondo il dizionario indica: “un bellimbusto che ostenta vanità, eleganza e raffinatezza”. Poco male quindi.
In inglese però, lo stesso termine assume significati inquietanti, come: testa vuota, disordine mentale, maniaco, pazzo, stupido, demente, insano, frivolo, capriccioso, sciocco.
To go gaga: rimabambire. Tornare bambino, forse legato al fatto che Gaga è spesso il primo suono emesso dai bambini che cercano di imitare il linguaggio.
E’ un po’ come se ci fosse una cantante italiana che si chiama: Signora Rintronata. O in slang: Lady Bamba, Lady Rinco, Signora Stordita.
Così il suo nome dice sostanzialmente: Sono una neo-bambina scema e ho la testa vuota.
Questo stato d'animo si raggiunge dopo un lavaggio del cervello eseguito con successo.
Il suo nome è legato anche a Radio Gaga dei Queen. Il video è una grande citazione del film Metropolis di Fritz Lang.
Il film racconta la storia di una donna dalla classe operaia, che è stato scelta da parte dell’elite per dare vita ad un robot, attraverso un mix di scienza e magia nera.
Questo robot diventa un esecutore sexy e seducente, a cui viene dato l'obiettivo di corrompere il ploretariato.
Se fosse girato oggi, il compito del robot sarebbe quello di corrompere i consumatori.

IL SUO LOGO

Un corpo femminile senza testa, un manichino da vetrina, trapassato da un fulmine che esce dai genitali.
Viene focalizzata la mancanza di pensiero cosciente del cantante.
Il fulmine implica che il suo corpo senza pensieri è stato "caricato" con una forza che dà la vita, ed è molto interessante se si considera il fatto che il controllo mentale può essere ottenuto con delle sedute di elettro-shock.

L’OCCHIO ONNIVEGGENTE


L’occhio nella piramide, l’occhio che vede tutto, è il grande sigillo simbolo degli Illuminati.
Tanto per farla breve, per i cospirazionisti gli Illuminati sono la società segreta a cui si devono tutti i mali del mondo.
Uno dei loro simboli, che puoi trovare un po’ dappertutto, è quello che vedi qui sopra.
Testo fondamentale imprescindibile: The Illuminati Saga di Shea e Wilson. Qui da noi è pubblicato dalla Shake Edizioni.
Basta guardare un paio di foto e di video di Lady GaGa per notare come uno dei suoi gesti rituali più tipici sia quello di coprirsi un occhio.
Magari qualcunouno pensa che sia soltanto un gesto cool, o una movenza alla base della sua costruzione come personaggio.
Invece siamo di fronte all’evocazione di uno dei simboli occulti più potenti, l’occhio di Horus, l’occhio onniveggente degli Illuminati.
















Questa ultima immagine è molto significativa, conferma il fatto che l'occhio chiuso è utilizzato in un contesto di simbolismo esoterico.
Il suo occhio sinistro è tenuto sulla mano, facendo riferimento alla mano di Fatima.
Inoltre, non si può ignorare la somiglianza di composizione dell’immagina con l’iconografia classica del buon vecchio Bafometto:



Qui, nell'articolo originale, trovi anche tutta la sezione video analizzata nel dettaglio.

The Vigilant Citizen, in sintesi, chiude con queste riflessioni:
Lady GaGa incorpora nei sui video, foto e spettacoli simboli che si riferiscono agli Illuminati e al controllo della mente.
Questo aspetto paradossale di Lady GaGa è qualcosa che merita di essere analizzato e capito.
Lady GaGa è un “fame monster” che sta facendo tutto il necessario per essere una superstar internazionale, un vero e proprio un burattino nelle mani degli Illuminati.

Io dico che è tutto molto interessante, però non mi ha spiegato come mai è da ieri mattina che vado in giro canticchiando: roma roma roma gu gu gu trullallà ullallà.
Se mi cresce una frangetta bionda, comincio a preoccuparmi seriamente.

martedì, gennaio 26, 2010

Il meccanico dei rasoi è un filosofo.



Nella mia televisione c’è un tizio che va nell’officina dei rasoi perché il suo rasoio non va più bene come prima.
- Qualche idea?
Chiede tizio.
Sì, rispondo io. Sei un imbecille.
Poi, lo spot raggiunge livelli ineguagliabili di deficienza verbale.
Dice il meccanico dei rasoi che quando la lama si consuma, testuale:
- La rasatura non è più confortevole...
Non direi che usare un rasoio consumato non è confortevole. E’ proprio che non taglia più un cazzo e ti sbreghi la faccia.
Non c’entra l’agio o la comodità, è una questione di affilatura e di capillari.
La chiusura è filosofia pura.
- Dovresti pensare di cambiare lama.
Qui si ritrova il senso della vuotezza dell’uomo moderno. Uno che riflette, si cruccia, pensa e ripensa se è il caso o meno di cambiare la lama di un rasoio che non taglia più.
Comunque non è un’azione obbligatoria, è un gentile suggerimento.
Dovresti.
Pensarci.
Riflettere attentamente se è il caso o meno di compiere un azione ovvia.
Ora scusami, ma visto che il mio stomaco non è più in uno stato confortevole, vado a pensare di introdurre del cibo.

Ipno GaGa



Sto aspettando conferme da un gruppo anticospirazionista.
La faccenda è questa: nei pezzi di Lady GaGa sono presenti delle tracce audio ultrasoniche ipnotiche, forse anche dei comandi post ipnotici.
La tecnologia, sviluppata dal KGB durante la guerra fredda, deve essere finita nelle mani della signorina Germanotta.
Altrimenti non si spiega come mai ho sentito un pezzo di una sua canzone al bar questa mattina, ed è tutto il giorno che emetto strani versi gutturali seguiti da ullallà trallallà.

lunedì, gennaio 25, 2010

Mad Men!




Don Draper che poi non è Don Draper. New York, i pubblicitari di Madison Ave, gli anni sessanta, JFK e Nixon, i missili cubani, i capelli incollati, i vestiti classici, le auto giganti, le cose che costano poco, una tonnellata di sigarette ed ettolitri di cicchetti.
Insomma.
Non ho mai vissuto negli anni ’60 a New York, però, stando a quanto vedo nella serie, questi bevono più di Liza Minelli in divisa da alpino e fumano invece che respirare.
Forse, tra cinquant’anni, mio nipote vedrà un telefilm ambientato negli anni duemila e dirà che usavamo il cellulare in modo sconsiderato. Forse.
Fatto sta che Mad Men, oltre a farmi capire come rotea e roteava un certo tipo di mondo, mi diverte molto con il gioco delle differenze. La ricostruzione degli anni ’60 è basata sull’evocazione di quello stile di vita e non sull’effetto nostalgia. Mostra come si pensava, come si parlava, gli atteggiamenti e il modo di comportarsi, normale, di allora. Anche se è tutto da interpretare con la lente delle fiction, sono cambiate molte cose. A New York.
Da noi è cambiato pochissimo. Quasi niente. E’ ancora estremamente avventuroso ed esotico andare a mangiare in un ristorante cinese, o mollare i rifiuti nel parco, o chiamare “abbronzato” qualcuno con la pelle di un colore diverso dal rosa pallido.
L’intreccio è intreccioso. Un po’ telenovela messicana, un po’ soap opera politicamente scorrettissima, con parentesi sul marketing, la pubblicità, il fare carriera e bricioli di storia reale su veri prodotti.
Lui, Draper, secondo me è un po’ stronzo. Però sono soltanto all’inizio della terza stagione.
Di sicuro non è un personaggio fatto a tavolino per piacere a tutti tuttini. Altra cosa molto interessante, è un uso molto maturo della sceneggiatura. Stacchi molto ampi tra il finale di una stagione e l’inizio dell’altra e gestione dei flashback non ad uso e consumo dei celenterati.
Hanno capito che non è più necessario evidenziare i flashback con una maestra di sostegno narrativa che te lo spiega.
Qui, nei perenni anni sessanta narrativi italici, bisogna zoommare verso il volto di chi ricorda, farlo guardare nel vuoto con espressione sognante per un paio di secondi, sfuocare il volto, dissolvenza, aprire il flashback. Anzi guarda, se puoi, mettici una dida, valà.
Sono le nove e mezza del mattino.
Mi faccio un Jack Daniels, mi fumo otto sigarette e inizio a lavorare.
Effetti collaterali di Mad Men.

venerdì, gennaio 22, 2010

Ispettore Callaghan, il caso Leprotto è tuo!



Vado a fare la spesa. Cerco lo zafferano.
Nella sua solita zona non lo trovo, e allora chiedo informazioni al simpatico addetto, e lui mi fa:
- Guarda, lo zafferano devi chiederlo in cassa. Siccome lo rubano, allora te lo portano direttamente quando fai lo scontrino.
Sono rimasto molto sorpreso. Ho risposto: apperò. E l’addetto a riso con me.
Rimangono comunque degli inquietanti interrogativi…
Rubano lo zafferano, e poi?
C’è un mercato nero dello zafferano?
Una tratta del risotto alla milanese?
Il racket del pistillo?
Tipo che ti fermano dei loschi individui nel parcheggio e ti sussurrano:
- Capo… Ho robbabbuona! Serve Zaffe? Ho il 3 Cuochi! Nonn'andare da quello... Tira pacchi. Vende lo Zafferano Leprotto tagliato con la tempera... Capo!
Devo proprio indagare su questa catena di furti zafferanosi.

Cronache dal pianeta scrivere.



Mi ero inchiodato e ci avevo scritto un post. Nei commenti, Cyan pone alcune domande. Le risposte hanno bisogno di spazio.
Pensando alle risposte, mi è venuto in mente il pezzo di Reyes che ho messo qui sotto.
La faccenda è tutta lì.
L’abitudine è quella di rapportarsi allo scrivere in modo emotivo.
E va bene, sia chiaro.
Va un po’ meno bene se si vuole scrivere per mestiere e l’unico approccio possibile con la propria scrittura rimane quello emotivo e personale.
Lo scrittore, solo soletto, che scrive quello che gli pare, quando gli pare, e poi qualcuno lo paga.
Per qualcuno è sicuramente così, ma per molti altri, me compreso, ci sono dei passaggi ulteriori.
Cyan dice:
L'accenno al fatto che "non piacerebbero al tuo editor" lo trovo interessante - lascia intuire che oltre allo scrivere vero e proprio, c'è anche la necessità di rapportarsi a un team.
Hai centrato il punto, e lo hai centrato in pieno.
Il problema non è trovare uno scrittore. Il mondo è pieno di scrittori. Ci sono più scrittori che lettori.
Quanti coltivano l’hobby della scrittura, e quanti in cantina, si dedicano per passione alla ricerca sui superconduttori?
A quanti ingegneri civili capita di dire che lavoro fanno, e sentirsi rispondere: “Oh, anche io nel tempo libero costruisco ponti a campata unica!”
Questo succede perché, come atto, scrivere è una cosa semplice. Te la insegnano alle elementari.
Poi ci si aggiunge la cattiva informazione su questo tipo di lavoro, il romanticismo, un po’ di puzzetta sotto il naso, e il gioco è fatto.
Il casino è trovare uno scrittore adatto a muovere la propria narrazione in un contesto produttivo.
La regola: “io sono un grande artista, non rompetemi i coglioni”, non può valere per tutti.
E si torna Reyes.
Reyes è la norma percettiva nei confronti della scrittura. Avvezzi al rapporto emotivo con la scrittura, hobby pericoloso che di solito sottintende un estremo desiderio di rivalsa e riscatto, si
tralascia l’aspetto tecnico.
Il concetto: “io scrivo solo per me stesso, il fatto che qualcuno pubblichi la mia roba è un incidente” è davvero romantico, affascinante, da dire con la sigaretta in mano e l’aria da lupo di mare.
Bene. Ma non funziona per tutti. E quando non funziona sono guai, piccati e piccanti.
Muovere la propria narrazione in un contesto produttivo significa capire se l’idea, la storia, il plot è adatto alla casa editrice. Bisogna riferirsi al primo lettore in assoluto: la redazione, l’editor, il redattore di riferimento. Gestire la narrazione conoscendo i gusti, le politiche editoriali, le tempistiche, le tradizioni, i tabù, con cui si entrerà per forza di cose in relazione.
Tutto questo sbattimento, non è minimamente percepito dal lettore.
In un mondo ideale, il lettore dovrebbe essere cosciente che se la storia che ha appena letto gli ha fatto schifo, la colpa è da dividere tra l’autore e l’editor che l’ha approvata.
Dato che questo lavoro è basato sul paradosso, si ritorna ancora a Reyes.
Ovvero: Come faccio a dire quello che voglio dire, mantenere la mia identità, il mio stile, la mia tipicità di autore se devo muovere la mia narrazione in questo modo?
La maggior parte delle volte ci riesco.
Alcune volte ci riesco un po’ meno.
Purtroppo, siccome il lato romantico, emotivo, personale, pesa ancora moltissimo su quello faccio, non riesco a scrivere pensando: “è una vera cagata, ma andrà bene.”
Non scrivo sceneggiati per la televisione generalista. (Uh, che battuta cattivissima!) Presumo che il giorno in cui riuscirò a scrivere ragionando così diventerò ricco.
E’ il mix perverso tra emotività e tecnica che crea blocchi.
Poi:
Una curiosità: per "i diciotto come" intendi che ci sono in effetti un tot di (tuoi) sistemi standard di scrivere una scena di raccordo, o riparti da capo ogni volta?
In altre parole, puoi usare qualcosa dall'esperienza dei blocchi precedenti? Oppure ogni situazione fa caso a sè?
Svelerò un segreto: Il che cosa succede non è un problema. Secondo qualcuno nelle storie possono accadere soltanto 36 cose con una decina di varianti.
Con un po’ di dimestichezza si impara a gestire queste 36 cose in modo organico e naturale. E’ un procedimento narrativo inconscio, come respirare.
Quindi, il vero campo da gioco è sul come. Ovvero su come vengono risolte queste 36 equazioni, per dirla in termini matematici.
Come fai vedere le cose, come le racconti, come sono caratterizzati i personaggi che compiono quei 36 movimenti. Come li inquadri, che stacchi usi, che tipo di sequenza organizzi, che dialoghi componi, eccetera.
Per cui, ogni volta si ricomincia da capo. E’ ogni giorno una nuova sfida.
E confesso, è anche uno dei motivi per cui questo lavoro mi piace da matti.

giovedì, gennaio 21, 2010

A proposito di scrittura



Introduzione al prossimo post sulla scrittura.
Evoco Efraim Medina Reyes, che dice:

"Uno si mette a scrivere perchè non è stato capace di picchiare un autista che l'ha reso ridicolo, perchè non ha fracassato i piatti in un ristorante, perchè non ha affrontato un poliziotto fuori di testa che insultava la sua ragazza, perchè non ha detto a sua madre quanto l'amava e la detestava, perchè non ha sputato in faccia ad un professore che diceva che la terra è rotonda, perchè si è fatto fregare il posto nella fila per il cinema, perchè non ha arte nè parte, perchè pensa che è un modo facile di diventare famoso e fare soldi, perchè se lo fanno buffoni come Garcìa Marquez e Mutis può farlo anche lui, perchè con i numeri non ci sa fare, perchè non vuole fare nè il medico nè l'avvocato, perchè è incazzato, perchè odia la gente e vuole insultarla. Uno si mette a scrivere perchè una ragazza carina gli ha detto che le piacevano gli scrittori, perchè ha bisogno di un alibi per non lavorare, perchè lo fa sentire superiore, perchè ha letto un paio di romanzi sul Far West e vuole entrare in concorrenza, perchè è un cowboy senza cavallo, perchè lo fanno scribacchini come Vargas Llosa, perchè non ha voce, perchè non ha senso del ritmo, perchè è stufo di farsi le seghe, perchè vuole portarsi a letto una donna ma non c'è verso, perchè pensa di avere qualcosa da dire, perchè scopre che le ragazze carine dicono che gli scrittori sono teneri ma poi escono con i mafiosi, perchè non gli lasciano mettere le mani addosso alle reginette di bellezza, perchè è magro come un chiodo e non c'è niente da fare, perchè ha paura di morire senza essersi scopato una ragazza carina, perchè se uno stronzo ipocrita come vargas Llosa scrive può farlo chiunque, perchè sa che perde il suo tempo, perchè invidia quelle bertucce che appaiono in tivù e guadagnano milioni, perchè in mancanza di meglio vuole essere come Bukowsky. Uno si mette a scrivere perchè non sa tirare di boxe e non ha fegato, perchè ha i denti storti e non può sorridere come vorrebbe, perchè per gli impotenti d'ogni sorta non c'è altra strada, perchè tutti i brutti sono scrittori o assassini e lui non è capace di far male a una mosca, perchè scrivere lo fa sentire importante, perchè per essere chiamati scrittori non c'è bisogno di scrivere bene e per essere chiamati figli di puttana fa lo stesso se si ha una madre che è una santa, perchè ha paura di andare alla deriva senza far nulla, perchè non può bere ogni sera, perchè ama Dio ma odia le associazioni senza fini di lucro, perchè non ha una ragazza, perchè non ci sono emozioni ma insulti, perchè a casa sua non c'è la televisione e la radio si è rotta, perchè la moglie del vicino è un bon bon, perchè ha paura di restare calvo e per questo evita gli specchi. Uno si mette a scrivere perchè non osa rapinare un supermercato, perchè ama la donna e lei è la fidanzata del gallo del quartiere, perchè non ci sono abbastanza riviste porno, perchè vuol fare qualcos'altro oltre a cagare e masturbarsi, perchè non è il gallo del quartiere e non è neppure il più forte o il più spiritoso, perchè non è niente di niente, perchè non vale un cazzo, perchè se esce di casa lo fanno a pezzi, perchè sua madre urla tutto il tempo, perchè non ci sono nè illusioni nè luce alla fine del tunnel , perchè la sua mente vola basso e non sarà mai un altro Cioran, perchè non ha il coraggio di saltare, perchè non vuole la moglie brutta che si merita, perchè ha paura di morire senza avere assaggiato un bel culetto, perchè non ha padre nè amici nè fortuna, perchè non sa sputare come Clint Eastwood, perchè rimane impantanato tra una intenzione e l'altra, perchè c'era una volta l'amore ma ho dovuto ammazzarlo. Il bello è che scrivere non serve a nulla di ciò che uno vuole. Scrivere è un limite, un dolore, un difetto in più. Il bello è che dopo averlo fatto stai malissimo. Niente è cambiato, tutto rimane al suo posto (tranne i tuoi fottuti capelli)"

Efraim Medina Reyes
C'era una volta l'amore ma ho dovuto ammazzarlo.
Feltrinelli.

Non tutto quello che dice Efraim è giusto. Non tutto quello che dice Efraim è sbagliato.
Ma è un buon punto di partenza per riflettere sullo scrivere.
E ci sto pensando, cercando di dare risposte.

Varie, eventuali, collaterali...



Ok, ci sono.
Mi danno ancora un po’ fastidio la pagina bianca e i caratteri neri, ma tenendo il tutto al 200% e con la luminosità dello schermo al minimo, riesco a scrivere.
(leggi: lavorare, mantenermi, pagare le bollette, recuperare ritardi, evitare il plotone di esecuzione)
Se hai qualche suggerimento sui setting di word per Mac, lo accetto volentieri!
Il mese prossimo capirò se la grappolosa ha cadenza mensile oppure è random.
Preferirei mensile. Così faccio finta di avere il ciclo e mi regolo di conseguenza.
- fine del bollettino medico -

E’ chiaro che non ci poteva essere un momento più incasinato per rimanere in panne, vista la quantità di carne sul fuocherello.
Tra le altre cose sono diventato un po’ Carrie Bradshow.
Scaramanzia mi permette di dire che:
E’ alquanto probabile che con lo stile e il linguaggio delle rece di XFactor terrò una rubrica fissa su un mensile. Parlerò di programmi tivvù.
Su carta patinazza.

Ora faccio un punto della situazione sul blogghe e concludo gli argomenti lasciati in sospeso, tipo la risposta alle domande sulla scrittura che mi ha fatto Cyan.
Magari domani o più tardi...
Invece, alla domanda di Monello Vianello non rispondo!
Dove prendo le gif?
Segreto!
Gna gna gna!

E poi ci sono i fumetti.
Anzi, guarda, vado a scriverne uno che sono le 10 passate.

venerdì, gennaio 15, 2010

Problematico!



Tipo che lo sciamano mi ha diagnosticato l'emicrania grappolo.
Non ha niente a che fare con l'uva, però dopo l'attacco rimango notevolmente fotosensibile.
Tipo che davanti allo schermo mi si cuociono i bulbi.
Per cui, mi sa proprio che dovrò dare la precedenza ai lavori (per cui sono già in ritardo) piuttosto che al blogghe.
Comunque, mi ero schiodato, eh!...

lunedì, gennaio 11, 2010

Inchiodarsi.



A volte capita. Scrivendo, mi ritrovo davanti un muro che nemmeno i Metallica a tutto volume riescono ad abbattere.
Il problema è che se mi inchiodo su una storia, mi ci inchiodo per bene. Non parzialmente inchiodato, o inchiodato a metà. In quel muro mi ci infilo dritto dalla testa ai piedi e annaspo tra i mattoni.
Spesso succede quando sono alle prese tra una scena di collegamento avendo già in mente la sequenza successiva, di solito fighissima.
Uno scrittore intelligente, scriverebbe direttamente la scena successiva. Poi collegherebbe il tutto con calma, scrivendo al contrario, la scena che manca.
Io invece, dato che non sono intelligente per niente, mi ci incaponisco.
La conseguenza è che fumo tantissimo e mangio come un grizzly.
Il problema, a dire il vero è semplice. Siamo nel campo dove conta moltissimo come succedono le cose, e quando i diciotto come che mi sono venuti in mente mi sembrano tutti delle stronzate, o non vanno bene per il personaggio, o so già che non piacerebbero al mio editor, mi inchiodo.
E’ il momento di un nebuloso esempio.
La questione non è quasi mai : l’assassino è il maggiordomo.
(Quello si racconta in fase di soggetto, e se hai problemi ad arrivare al maggiordomo assassino, è meglio cambiare lavoro.)
Quindi non è quasi mai un problema di logica narrativa, ma di corretta trasmissione al lettore delle informazioni sul plot.
La questione è: come fa Johnny Johnson a scoprire che l’assassino è proprio il maggiordomo? Senza cadere nel banale, nel già visto, nello scontato, nel didascalico, eccetera ecceterone.
Secondo me lo scopre mentre fanno all’ammore.
Mi sa che non va bene.
Ci deve essere da qualche parte un interruttore da schiacciare. Non ho capito dov’è e non ho capito chi lo schiaccia. Però, so che a un certo punto, dopo ottocento sigarette e sei confezioni di pasta, sento un click.
E quella scena di collegamento va via liscia, come se non fosse mai stato un problema.

Sono un uomo egoista.



La cosa bella di un rapporto duraturo è che se a lei fanno un regalo figo, per natale o per il suo compleanno, ne usufruisco un po' anche io.

(Quando sarà operativo il regalo che la Fede ha ricevuto per il suo compleanno, ci faccio una foto così ci capiamo.)

venerdì, gennaio 08, 2010

Super Album!

Cliff Chiang ridisegna le copertine dei 33 giri in chiave supereroistica!
Lo so. E' roba da nerd. Ma a me mi piace.
Beccato qui.
















giovedì, gennaio 07, 2010

DiecifilmDUE(4)



Dovevano essere dieci, ma dieci non bastano. Allora, sporadicamente, vado avanti.
C'è stato un periodo in cui il film in questione dovevo vederlo almeno una volta al mese, e la frase: Io sono Godzilla, tu sei il Giappone! era entrata di prepotenza nel mio linguaggio quotidiano.

Cosa fare a Denver quando sei morto.
di Gary Fleder
Con Andy Garcia, Christopher Walken, Christopher Lloyd, Steve Buscemi, Jenny McCarthy
USA, 1995

A Wong Foo, grazie di tutto, Julie Newmar.



In effetti, mi sono reso conto di non rispondere molto ai commenti sotto i post. Intervengo se ci sono domande dirette, qualche volta ringrazio, tutto qui. Magari qualcuno può pensare che non ci faccio caso, o che non leggo tutti i commenti.
Invece no.
E' che dire sempre grazie, mettere sorrisini, salutare, ringraziare sotto ogni singolo commento mi sembra un po' esagerato. Un po' che me la canto e me la suono.
E chi si loda si imbroda. Come diceva mia nonna.
Allora facciamo che vi ringrazio tutti tuttti con questo post qua.
Grazie.
Grazie per l'apporto, il supporto, l'affetto e gli affettati.
Grazie a chi scrive sempre e a chi scrive ogni tanto.
Grazie per la puntualità con cui le mie cose vengono rimbalzate in giro. Grazie tumbleri!
Grazie per le dritte, i commenti, e per avermi regalato un po' del vostro tempo.

mercoledì, gennaio 06, 2010

Tavole Rubate!



Se ti capitano in mano delle tavole originali di Spiderman: "Il segreto del Vetro", di Tito Faraci e Giorgio Cavazzano, sappi che si tratta di materiale rubato.
Qualcuno, in visita allo studio di Cavazzano, ha rubato la valigetta che conteneva tutte le tavole originali.
Diffondi la notizia e tieni gli occhi aperti.
Maggiori info, cliccando qui.

Nuove vie di Milano!



Non è giusto dedicare una via soltanto a lui!
E' arrivato il momento di cambiare un po' di nomi alle vie milanesi!

(Se li riconosci tutti, hai la mia stima. Senza usare Google però!)

martedì, gennaio 05, 2010

Recensionismo!



Fumetti
La Rivincita del Muggine di Caucciù
di Gallo
Double Shot
Seconda e ultima parte dell’avventura iniziata con Muflone Insano contro Pecora Mutante.
C’è parecchio Douglas Adams e parecchio Mark Leyner, ma lo dico nel senso buono. L’immaginario sardo-oriented di Gallo è fortemente personale, derivativo soltanto dal mirto Zedda Piras.
Avercene di fumetti così.

Stalag XB
di Marco Ficarra
Becco Giallo
E’ che ci dovrebbe essere tipo una sirena antinebbia.
Un coso che suona, HOOOOONK HOOOOOONK mettendoti in allarme quando come autore non sei ancora pronto per affrontare certi temi.
Per il resto, ho pagato il riscatto e Becco Giallo non mi tiene più in ostaggio dei suoi contenuti.

Periodici
Il Monitore del regno della giustizia.
Opuscolo comparso misteriosamente nella mia buca delle lettere.
Ho scoperto che il cospirazionismo cristiano surclassa quello dei miei amichetti che combattono contro i rettiliani.
Lettura notevole, soprattutto per l’uso favoloso degli aggettivi.
Ora non mi resta che scoprire chi lo ha messo nella mia casella e se ne arriveranno altri numeri.

L’Oroscopo di Astra 2010
Mi accontenterei della metà di quanto è previsto per il mio segno.
Le pubblicità dei maghi, di cui è composta l’80% della pubblicazione, valgono da sole l’acquisto.
(Una volta, tra le “Veggenti in ascolto” c’era anche una mia ex. Giuro.)

Libri
Il Morandini 2010.
I tempi cambiano. Così, il mio amico Giuliano mi ha regalato il Morandini per l’IPhone.
Appartengo alla tribù del Mereghetti, ma è stato un regalo mooooolto apprezzato.
Ora vado a spasso portandomi dietro un dizionario, e nessuna può dirmi: sei solo contento di vedermi o hai un dizionario in tasca?
Funzionale. La consultazione diventa rapida e indolore.
Mi piace questa editoria digitale.

Serie Tv
Greek.
Se, e bada bene se, da un certo punto di vista le avventure delle confraternite dei maschietti risultano abbastanza simpatiche, le cose cambiano quando entrano in campo le ragazze.
Spero sempre che prima o poi arrivi il protagonista di uno Slasher Movie, irrompa nella sede delle Zeta Beta Zeta e ne faccia uno scempio con armi casuali.

Film
Christmas Carrol 3D.
di Robert Zemeckis
con Jim Carrey, Gary Oldman, Colin Firth, Robin Wright Penn e tanta tanta RAM.
Primo film che vedo in 3D. Tutto molto bello, sì, però…
Però dopo il sessantesimo ribaltamento dell’asse di inquadratura, l’ottantesima quinta di nuca, le centomillesima mano che esce, il quattrocentottantesimo elemento verticale che passa da frontale a dall’alto a piombo, mi è sembrato un po’ ripetitivo.
Li fanno in porno in 3D?

Come eravamo.
di Sidney Pollack
con Robert Redford e Barbra Streisand e un James Woods praticamente bambino.
Come sempre, anche se ci sono abituato, tutte le volte che vedo un film degli anni ’70 mi meraviglio di tutto quello che è andato perduto da un punto di vista narrativo.
La possibilità di un finale che non sia zuccherino, di un protagonista che non sia il ritratto del politicamente corretto, l’eventualità di non dare continuamente di gomito allo spettatore, e così via…
I punti di contatto, visivi, estetici e di ritmo con Sex & The City sono parecchi. Forte.

Cibo
Panettone Le Grazie.
Esselunga.
Costa poco ed è eccezionale.
Vivamente consigliato se ti piace il panettone classico con i canditi che sanno un po' di plastica.
(Ma i canditi sanno sempe un po' di plastica, è parte del loro fascino)

lunedì, gennaio 04, 2010

Diegozilla sfida il Durian!



Ringrazio subito Danielle e Davide che mi hanno regalato una favolosa confezione di budino al Durian, esaudendo così uno dei miei desideri in fatto di cibo.
Il Durian, mitico frutto asiatico famoso per il suo odore pestilenziale, l’avevo cercato senza successo a New York l’ultima volta che ci sono stato. Quel frutto, mi è stato evocato dal programma Orrori da Gustare.
Pare che il Durian, sia l’unica cosa che Andrew Zimmern non riesca a mangiare. Non ha proprio lanciato il guanto di sfida, ma quasi. Se non riesce a mangiarlo lui, devo proprio provarlo!
Ed eccomi qui. Con il mio budino al Durian.
Avevo promesso a Federica di mangiarlo sul balcone, per ovviare rapidamente al problema della leggendaria puzza di piedi andati a male che emana il caro Durian. Ma fuori nevica.
Perdonami. E per questioni legate a cavalletti e autoscatti, ho mangiato il budino nel posto più vicino al balcone e con la finestra aperta. In cucina.

Sono dotato di cucchiaino per mangiarlo.



Ho un sacchetto per rinchiuderlo subito se si ribella.
Indosso degli occhiali da sole per non rimanere abbagliato dall’afrore e un cappello per non spettinarmi. Ho deciso di mettere una camicia texana, che mi da coraggio.





Il budino ha una doppia confezione sigillata, e nonostante contenga una parte di cocco, aprendo il primo strato dell’involucro già si sente un odorino strano.





Le cose peggiorano notevolmente quando si apre il coperchio del vasetto.



L’odore è ragguardevole.
Un misto tra pattumiera acida e calzini tubolari in acrilico dopo una partita a basket di undicenni scalmanati. Punge in fondo al naso.



Un tempo collezionavo i Puzzolones, e anche odorando quelle meraviglie, non avevo mai sentito una fentenzia simile.



Ma come fa a puzzare così tanto?
E' un'accidente di budino. Chissà come "si comporta" il frutto originale.
Magari bello maturo.



Mi faccio un'altra sniffata per capire con chiarezza che tipo di odore ho sotto il naso.
Non mi stupisce che in alcuni paesi asiatici sia proibito mangiarlo in albergo o portarlo sull'autobus.
Il contraccolpo odorifero è simile a quando usi tanto il Silicone e ti prende alla gola.
Però è più monnezzoso/piedoso/umanoide e non chimico.
Vabbè.
Ormai siamo qui.



Assaggio.






Il grosso problema è che mangiandolo, l’odore ti avvolge completamente. E’ molto difficile concentrarsi sul gusto e non sull’esplosione atomica di strapuzza che ti esplode in bocca.
Faccio appello a tutte le mie forze. Isolo l’olfatto ed esploro solamente usando il gusto.
Non è male, a dire la verità.
Il sapore è quello della vaniglia, mescolato al cocco con un retrogusto di uva molto zuccherina.
La consistenza però è vomitevole.
Viscidino lumachino.
Un'ostrica lasciata al sole.
Non ce la faccio ad andare oltre il primo cucchiaino.



Credo che l'orrido viscidume sia un problema del budino, non del frutto.
La giuria internazionale decide che questa volta finisce pari.
Durian 1
Diegozilla 1.
La rivincita si terrà quando troverò il frutto vero e proprio.
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