lunedì, maggio 24, 2010

Diegozilla a New York (due)



Tenement Museum
108 Orchard Street
La faccenda è andata così: C’era una palazzina di tre piani, chiusa e abbandonata da un botto di anni. Quando è stata rilevata dalla nuova proprietà, dentro ci hanno trovato praticamente una capsula del tempo. Non è stata demolita o ristrutturata, è stata trasformata in un museo. Dopo aver ricostruito le storie degli abitanti che ci hanno vissuto dall’ 800 agli anni ’20 del novecento.
E’ una fetta di storia dell’immigrazione newyorkese, che parte da una famiglia emigrata dalla Prussia, fino ad una famiglia siciliana. Tutto è rimasto esattamente com’era, e “sfogliando” il palazzo sono emersi gli strati più antichi. Quello che non c’era è stato ricostruito con esattezza storica. E’ un vero viaggio nel tempo, con tanto di foto di famiglia, oggetti, suppellettili, storie.
Il tour guidato dura circa un oretta, e aprendo quella porta, si entra in una sorta di dimensione parallela.
Di sicuro, a noi italici, alcune cose fanno meno impressione.
I ferridastiro in ghisa che si scaldano sul fuoco, per esempio. Gli ammericani odierni non li hanno mai visti, ma noi si. Mia nonna lo aveva ancora, e i miei lo usavano come fermaporta.
Riman il fatto che è un angolo di New York molto particolare, che vale assolutamente la pena di visitare.
La guida parla “piano” in un inglese da documentario, e non è difficile da capire.

Eleven Madison Park
Ristorante di super lusso. Nell’episodio 18 della seconda stagione di Sex & The City, Carrie ci va a pranzo con Big, facendo un figura barbina.
E’ uno di quei posti in cui hai otto camerieri, posate d’argento, menù sopraffino e in cucina quello che viene recensito come il migliore chef di tutta New York.
Cosa pazzesca per il nostro mondo: a pranzo offrono un menù speciale. Due portate, 26 dollari. Però, non è che scegliendo il menù da poveretti ti trattano in modo diverso da quelli che, nei tavoli a fianco, stanno facendo pranzi di lavoro da cento e passa dollari.
E’ un esperienza da fare. Assolutamente. Giusto per vedere nel proprio piatto, e mangiare, quel tipo di cucina che si vede solo nelle riviste.
Iniziano portandoti degli stuzzichini, gentilmente offerti dal signor Undici Madison.
Tipo dei bignè, morbidissimi, al gusto di emmenthal. Seguiti da un crostino quadrato con patè e gelatina di asparagi. Autentiche mini opere d’arte. Seguono dei marshmallow alla carota, delle mini baguette e dei mini panini alle olive e rosmarino. Dato che lì si usa così, ti portano anche il burro da spalmare sul pane. Due. Uno di mucca e uno, sorpresa, di capra. Il burro di capra è eccezionale.
Poi arrivano le portate che hai ordinato, scegliendone due su una vastissima scelta del loro menù.
Di nuovo: non è che scegliendo il menù economico, ti fanno scegliere tra la pasta al sugo e la fettina panata.
Io ho preso degli tagliolini al granchio reale dell’Alaska. Favolosi. Ora, se cucini, sai meglio di me quanto sia difficile gestire la cottura dell tagliolino fresco all’uovo. Bene. Quelli erano perfetti. Nei ristoranti italici ho mangiato raramente una pasta cucinata così bene.
Per secondo mi sono deliziato con un piatto di agnello, accompagnato da spinaci freschi, un raviolino, una salsina che ti mette il cameriere e un salsiccino piccante per spezzare.
La salsina aveva dei semi di senape, per l’alternanza sul palato di morbido e croccantino.
Ci voleva un caffè. Espresso. Buono.
In accompagnamento ai caffè, sempre gentilmente offerti dal signor Undici, dei biscottini. Tipo dei baci di dama, però morbidi, dai gusti diversi.
Era tutto curato nei minimi dettagli. Il gusto, la vista, la disposizione dei cibi nei piatti, il servizio.
Una vera esperienza. Non tanto un pranzo, quanto una gita nella gita.
Arriva il conto. Commentando il totale, Danielle sentenzia:
- Quei tre caffè ci sono costati come se con noi ci fosse stata una quarta persona.
Ma ne valeva la pena. Almeno una volta nella vita, devi vedere l’addetto alle briciole.
Passa con un “coso” di argento, tipo una squadretta, e ti pulisce il tavolo.
Attorno a noi, erano in corso un sacco di pranzi di lavoro. Però non ci guardava male nessuno, anche se ero vestito da sbarco e avevo ai piedi un paio di Vans demolite dal camminare.



Zacky’s
686 Broadway.
Devi comprare delle All Star? Vai da Zacky. E’ in assoluto il posto con i prezzi migliori. Hanno un fantastiliardo di modelli, i commessi sono gentilissimi e hanno imparato a memoria le conversioni tra i numeri ammericani e i numeri europei.

Fishs Eddy
889 Broadway angolo 19esima.
Vendono piatti, bicchieri, pentole, stoviglie, servizi interi, piattini, piattoni, zuppiere e tutto quanto.
Roba piuttosto difficile da mettere in valigia. Ma se vuoi te la spediscono, dice un cartello.
I prezzi partono da 99 cent e vanno in su. Hanno delle cose bellissime. Impedibile l’angolino con le stoviglie acquisite dai servizi di ristoranti che hanno chiuso o cambiato gestione, o dei vecchi alberghi. Costano pochissimo e hanno tutti il logo, la grafica e i colori dell’hotel o del ristorante da cui provenivano in origine.
Ecco, se abitassi a New York, mi comprerei lì i piatti. Altro che Ikea.

Perché ci meritiamo la situazione in cui siamo.
Per fare una pista ciclabile a Manhattan, basta avere un bel po’ di vernice. Nottetempo gli addetti del comune tracciano una bella striscia continua a lato della carreggiata, e con uno stencil disegnano ogni tre metri la sagoma di una bicicletta. Basta, finito, il gioco è fatto.
Le auto, non oltrepassano la linea continua, e non invadono la pista ciclabile.
E’ sufficiente
una
cazzo
di linea.
Fai una cosa così da noi e otterrai due cose: Un parcheggio, o una corsia per la marcia veloce.

Regalo di benvenuto.
L’ottimo Davide mi accoglie con un favoloso regalissimo di ben atterrato a New York.
Una spilla della campagna elettorale di Nixon, originale, presa a un mercatino delle pulci.
Bellissima. Laggiù mi vergognavo un po’ a indossarla. La sfoggerò qui a Milano, bullandomi.

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