venerdì, gennaio 22, 2010

Cronache dal pianeta scrivere.



Mi ero inchiodato e ci avevo scritto un post. Nei commenti, Cyan pone alcune domande. Le risposte hanno bisogno di spazio.
Pensando alle risposte, mi è venuto in mente il pezzo di Reyes che ho messo qui sotto.
La faccenda è tutta lì.
L’abitudine è quella di rapportarsi allo scrivere in modo emotivo.
E va bene, sia chiaro.
Va un po’ meno bene se si vuole scrivere per mestiere e l’unico approccio possibile con la propria scrittura rimane quello emotivo e personale.
Lo scrittore, solo soletto, che scrive quello che gli pare, quando gli pare, e poi qualcuno lo paga.
Per qualcuno è sicuramente così, ma per molti altri, me compreso, ci sono dei passaggi ulteriori.
Cyan dice:
L'accenno al fatto che "non piacerebbero al tuo editor" lo trovo interessante - lascia intuire che oltre allo scrivere vero e proprio, c'è anche la necessità di rapportarsi a un team.
Hai centrato il punto, e lo hai centrato in pieno.
Il problema non è trovare uno scrittore. Il mondo è pieno di scrittori. Ci sono più scrittori che lettori.
Quanti coltivano l’hobby della scrittura, e quanti in cantina, si dedicano per passione alla ricerca sui superconduttori?
A quanti ingegneri civili capita di dire che lavoro fanno, e sentirsi rispondere: “Oh, anche io nel tempo libero costruisco ponti a campata unica!”
Questo succede perché, come atto, scrivere è una cosa semplice. Te la insegnano alle elementari.
Poi ci si aggiunge la cattiva informazione su questo tipo di lavoro, il romanticismo, un po’ di puzzetta sotto il naso, e il gioco è fatto.
Il casino è trovare uno scrittore adatto a muovere la propria narrazione in un contesto produttivo.
La regola: “io sono un grande artista, non rompetemi i coglioni”, non può valere per tutti.
E si torna Reyes.
Reyes è la norma percettiva nei confronti della scrittura. Avvezzi al rapporto emotivo con la scrittura, hobby pericoloso che di solito sottintende un estremo desiderio di rivalsa e riscatto, si
tralascia l’aspetto tecnico.
Il concetto: “io scrivo solo per me stesso, il fatto che qualcuno pubblichi la mia roba è un incidente” è davvero romantico, affascinante, da dire con la sigaretta in mano e l’aria da lupo di mare.
Bene. Ma non funziona per tutti. E quando non funziona sono guai, piccati e piccanti.
Muovere la propria narrazione in un contesto produttivo significa capire se l’idea, la storia, il plot è adatto alla casa editrice. Bisogna riferirsi al primo lettore in assoluto: la redazione, l’editor, il redattore di riferimento. Gestire la narrazione conoscendo i gusti, le politiche editoriali, le tempistiche, le tradizioni, i tabù, con cui si entrerà per forza di cose in relazione.
Tutto questo sbattimento, non è minimamente percepito dal lettore.
In un mondo ideale, il lettore dovrebbe essere cosciente che se la storia che ha appena letto gli ha fatto schifo, la colpa è da dividere tra l’autore e l’editor che l’ha approvata.
Dato che questo lavoro è basato sul paradosso, si ritorna ancora a Reyes.
Ovvero: Come faccio a dire quello che voglio dire, mantenere la mia identità, il mio stile, la mia tipicità di autore se devo muovere la mia narrazione in questo modo?
La maggior parte delle volte ci riesco.
Alcune volte ci riesco un po’ meno.
Purtroppo, siccome il lato romantico, emotivo, personale, pesa ancora moltissimo su quello faccio, non riesco a scrivere pensando: “è una vera cagata, ma andrà bene.”
Non scrivo sceneggiati per la televisione generalista. (Uh, che battuta cattivissima!) Presumo che il giorno in cui riuscirò a scrivere ragionando così diventerò ricco.
E’ il mix perverso tra emotività e tecnica che crea blocchi.
Poi:
Una curiosità: per "i diciotto come" intendi che ci sono in effetti un tot di (tuoi) sistemi standard di scrivere una scena di raccordo, o riparti da capo ogni volta?
In altre parole, puoi usare qualcosa dall'esperienza dei blocchi precedenti? Oppure ogni situazione fa caso a sè?
Svelerò un segreto: Il che cosa succede non è un problema. Secondo qualcuno nelle storie possono accadere soltanto 36 cose con una decina di varianti.
Con un po’ di dimestichezza si impara a gestire queste 36 cose in modo organico e naturale. E’ un procedimento narrativo inconscio, come respirare.
Quindi, il vero campo da gioco è sul come. Ovvero su come vengono risolte queste 36 equazioni, per dirla in termini matematici.
Come fai vedere le cose, come le racconti, come sono caratterizzati i personaggi che compiono quei 36 movimenti. Come li inquadri, che stacchi usi, che tipo di sequenza organizzi, che dialoghi componi, eccetera.
Per cui, ogni volta si ricomincia da capo. E’ ogni giorno una nuova sfida.
E confesso, è anche uno dei motivi per cui questo lavoro mi piace da matti.

6 commenti:

Joel ha detto...

Ho riconosciuto qualche concetto, sempre bene rinfrescare la memoria.

Miroku ha detto...

...mmh per caso conosci il blog Gambery Fantasy? Si occupa principalmente di narrativa fantastica -in senso lato- . Potresti trovarlo interessante.

DjJurgen ha detto...

Non è che ti dispiace se questa serie di post me li stampo e me li ripasso almeno una volta a settimana? (escluso il mercoledì, ovviamente! :P )

cyan ha detto...

@Diego
Grazie per le risposte (ancora più apprezzate sapendo che hai i casi tuoi di lavoro e altro).

A conferma di quanto scrivi, proprio nei commenti dei Gamberi citati da Miroku (che al centro delle loro analisi pongono la tecnica, il mestiere, e l'editor), salta sempre fuori qualcuno che "ma non ci sono solo le regole, scrivere è esprimere quello che si ha dentro", eccetera.

Anche Michele Medda ciclicamente torna sull'argomento degli aspiranti autori con una visione romantica della scrittura.

Difficile aggiungere qualcosa al tuo post. Mi limito a un paio di osservazioni (rigorosamente IMHO):

Anche a uno scrittore che scriva "solo per sè stesso", male non farebbe confrontarsi con delle regole.

Dovrebbero servire allo scopo ultimo - che se non è necessariamente vendere, se proprio si vuole ignorare il lato commerciale, dovrebbe essere almeno mettere i propri fruitori in grado di comprendere quello che fruiscono. Di esserne intrattenuti.

Ammesso che lo scopo sia più essere letti, che essere pubblicati.

Tutto questo sbattimento, non è minimamente percepito dal lettore.

Paradossalmente (e anche, tragicomicamente, :) ), credo debba essere proprio così. Per lo meno per quanto riguarda il lettore "medio". Più scrittura e autore sono invisibili, maggiore è l'intrattenimento del lettore.

C'è anche l'altro estremo dello spettro, come scrivere un tanto al chilo brutti sceneggiati per la televisione generalista.

Personalmente, ho più rispetto per chi riesce a seguire un percorso personale, ad avere una propria visione e a rispettare una serie di "paletti", per farsi comprendere dal pubblico. Significa fare il doppio del lavoro.

Presumo che il giorno in cui riuscirò a scrivere ragionando così diventerò ricco.

Non è una gran consolazione, ma io mi auguro che sulla lunga distanza vinca la buona scrittura.


In finale di articolo, presumo ti riferisca alle 36 situzioni drammatiche di Polti. Daniele Barbieri ha scritto tempo fa un articolo intitolato "Le 36 Situazioni da Polti a Palmer".

Un punto interessante è che, in effetti, le situazioni drammatiche vengono divise in tre gruppi, dei quali uno soltanto rappresenta le azioni intraprese dai personaggi: gli altri due ("presupposti drammatici dell'azione" e "impossibilità drammatica dell'azione") sono dedicati alla loro posizione morale, alle ragioni, alle motivazioni.

Risposta lunga, sorry.

Grazie ancora.

Lanterna ha detto...

Posto che l'idea romantica dello scrivere mi ha presa da bambina e mai più abbandonata (credevo di essermi riabilitata facendo figli, ma ci sono ricascata), in quello che dici ritrovo la maggior parte dei lavori in cui ci sia un minimo di creatività.
Ovvio che, al crescere della componente creativa, crescono i limiti che vengono posti.
La differenza è che, quando vai a fare un lavoro "qualsiasi", sei abbastanza consapevole di questo meccanismo.

Alfio Buscaglia ha detto...

Pollice su!