venerdì, giugno 27, 2008

Scrivendo due



Il Gabbrio, nei messaggi del post qui sotto, mi chiede di spiegare un po' meglio il mio concetto di scribacchino sfigato, venuto fuori sempre qui sotto, in risposta a The Comedian.
Partiamo dal presupposto che secondo me, se vuoi raccontare una storia devi avere qualcosa da dire, e per avere qualcosa da dire, devi aver vissuto.
Anche se si affronta un universo narrativo il più lontano possibile dalla realtà, tipo il fantasy, la fantascienza estrema, eccetera, il tuo *vissuto* le tue esperienze, positive o negative che siano, influenzeranno moltissimo la tua scrittura, le psicologie dei personaggi, i punti di vista, le azioni, fino ad arrivare addirittura (sempre secondo me) all’uso delle similitudini e i paragoni. (Il vero ring su cui uno scrittore fa a cazzotti, ma questo è un altro discorso)
Questo *vissuto* può essere frutto di esperienze dirette, alla Hemingway, o frutto di esperienze indirette, alla Salgari, ma il risultato non cambia.
Non ci si può prendere il lusso di raccontare qualcosa a qualcuno se non hai il *vissuto* necessario per farlo. Sono gli ottocento libri sul Giappone medioevale che hai studiato per scrivere un fantasy, o gli ottocento giorni che hai passato da teenager difendendoti dai tamarri.
Se la vita l’hai soltanto osservata, facendotela scivolare addosso, o scrivi qualcosa sull’osservazione della vita che scorre davanti alla finestra, oppure, mancando di *vissuto* (qualunque esso sia, diretto o indiretto) la tua scrittura sarà debole.
L’esperienza diretta, secondo me, dona alla scrittura una forza incredibile. Giusto per fare un esempio, è per questo motivo che il racconto di Lollo per la Writers Death Race è pura potenza mentre il mio, nonostante l’esperienza indiretta su cui si appoggia, è molto più debole.
Il diretto, il vero, può diventare finzione e viceversa. I Tamarri possono diventare Troll, oppure una storia percepita come finzione, può essere vera.
Non facendo parte dell’elite di autori riconosciuti per il vero, ogni volta che racconto qualcosa che ho fatto sul serio, viene scambiato per finzione. E’ il caso delle storie brevi apparse sui volumi di Alta Fedeltà. (Ma anche questa è un’altra storia.)
Fine del presupposto.
Per genere, ambientazione, periodo storico, il romanzo che sto scrivendo mi offre la possibilità di inserire molte cose che ho *vissuto* sul serio, in modo diretto.
Immagina una persona del tuo passato (ed è necessario avere un vissuto, giusto?) che va in giro a dire minchiate sul tuo conto.
Telefonargli per metterlo in riga, non fa parte del tuo carattere.
Allora sarebbe facile prenderlo, fargli un ritratto assolutamente riconoscibile, cambiargli il nome, e infilarlo nella narrazione, scatenando su di lui tutta la furia verbale di cui solo uno scrittore è capace.
Questa è: “la rivincita dello scribacchino sfigato”, secondo me.
Perché è comunque è la storia ad essere importante e non le menate di chi la sta scrivendo.
Ne consegue che, sempre secondo me, se il sassolino che ti tiri fuori dalla scarpa ha un valore anche per il romanzo, allora è lecito. Se invece è assolutamente fine a sé stesso, va tolto.
Poi, è chiaro che se il tuo romanzo si intitola “Tutti gli stronzi della mia vita” il discorso cambia.
Ora tu mi chiederai: Ma allora, uno scrittore non sfigato, che tipo rivincita può avere?
Io mi chiedo che cosa voglia dire rivincita e per quale motivo uno dovrebbe vincere, perdere, pareggiare o rimontare. Visto che è di vita che stiamo parlando.
E torno al presupposto.
Secondo me, la “rivincita” dello scrittore non sfigato è proprio nel suo *vissuto*.
In tutto il suo bene e in tutto il suo male.

20 commenti:

Design270 ha detto...

Sante parole, parole sante

Fai un salto da me!!

IL GABBRIO ha detto...

mmm...avevo intuito bene, allora.
Grazie per la delucidazione!
Beh, credo che ad un certo punto al talento ed alla pratica si unisca "il mestiere" e lo scrittore sia in grado, come tu hai detto, di resistere a certe tentazioni che potrebbero essere più indicate per un novellino.
Al riguardo, mi è stato detto di scrivere di quello che conosco...
Poi, sul fatto del tizio che va in giro sparlando e delle opportunità di chiamarlo per metterlo in riga o fare di lui un personaggio su cui scagliare tutte le frasi sferzanti che non gli si sono mai dette, il punto, secondo me, è che il primo caso agisce sulla realtà, il secondo nella nostra mente.
La realtà, il vissuto, influiscono necessariamente su quello che scriviamo, possiamo anche scrivere la realtà che vorremmo a mò di rivincita, ma sarebbe effimera, la realtà non cambierebbe.
Però, se il sassolino che ci leviamo è pregno di sensazioni, si potrebbe dare spessore al personaggio, a patto che sia pertinente alla storia, come dici tu.
Infatti, la stessa persona che mi ha detto di scrivere di ciò che conosciamo, mi ha anche detto di badare sempre alla storia e a quello che vogliamo dire/dimostrare con essa.
Infine, sul concetto di vincita, rivincita, pareggio, io credo che sia lecito parlare in questi termini. Anche se la competizione è completamente assente dal nostro vocabolario, inevitabilmente tendiamo verso qualcosa, abbiamo necessariamente uno scopo,tanti scopi, raggiungerli, non arrivarci, scendere a compromessi rappresenta una vincita, sconfitta, pareggio e la nostra vita è intessuta di questi concetti, trasportarli in quello che si scrive, quando capita, può essere umano. Bisogna vedere se uno lo fa con professionalità o meno.
Scusa la lunghezza e forse la poca pertinenza! : )

Anonimo ha detto...

Grazie, Dieguito!
Sei sempre un signore e un attento demolitore di giocattoli narrativi. Piccolo consiglio: svuota la testa, sii meno consapevole e va' a pesca di emozioni, almeno per un trenta per cento del tempo. Non è un intervento da santone, bada bene, perché il metodo giusto non esiste e io - se esistesse - sarei l'ultimo a venirne a conoscenza. E' solo un modo per dirti che sei bravo e - potenzialmente - bravissimo.
Lollo

Elydon ha detto...

E' vero. E proprio per questo mi sento uno schifo.

Sara

Diego Cajelli ha detto...

Sara!
No!
Che c'è?!

Elydon ha detto...

E' che penso che il tuo discorso sia giustissimo. A me capita spesso di andarmene in giro a visitare posti o conoscere persone, e quando lo faccio è come se la mia scrittura abbia una marcia in più. Sia più dura ed incisiva.

Ma è proprio per questo che la maggior parte degli scrittori che si possono definire tali, hanno sempre una "certa" età.

E ci rosico!

Fabrizio ha detto...

Cavolo, Diego, veramente bello questo post.
E' un piccolo manuale di scrittura in una manciata di parole.

Fab

Hanuman ha detto...

Ma è proprio per questo che la maggior parte degli scrittori che si possono definire tali, hanno sempre una "certa" età

mi intrometto giusto di straforo nell'interessantissimo discorso. Per me, a quel punto, non è tanto una questione di età ma di una certa... uh... attenzione alla propria vita? Nel saperla vedere o ascoltare, insomma. Esercizio che magari riesce invece benissimo a un quattordicenne valido piuttosto che a un quarantenne bovinoide.
Il discorso che fai, Diego, è sacrosanto. Io divido di solito gli autori in "sinceri" e "non sinceri", a seconda di quanto mettano del loro, nelle storie. E come un lettore faccia a capirlo, non lo so razionalmente. Credo però che si sviluppi una sorta di istinto, un allarme che fa un beeep prolungato quando è palese che uno scrittore non c'è, in quello che racconta...

jester24 ha detto...

Parole sacrosante. Vorrei però aggiungere che tutto il vissuto che filtra attraverso la narrazione di scrittori professionisti viene percepito diversamente dai lettori. La potenza di uno scrittore, la sua bravura, il suo talento, la sua sensiblità la misuriamo inconsciamente col nostro vissuto. Per esempio io giudico straordinario nick hornby perchè il suo vissuto assomiglia al mio e lui tocca miei punti sensibli che non ricordavo di avere. Lo stesso scrittore, mia moglie lo giudica sciatto. Ma lei non ha mai saputo cosa si prova quando la propria squadra del cuore perde al novantesimo dopo aver dominato, per dire. Forse il vissuto di tanti scrittori di successo tange le vite di tantissimi di noi e loro sono bravi a farlo trasudare in modo che noi lo cogliamo. Non so. L'importante è che questo accada con apparente semplicità, senza che sia troppo palese, altrimenti quello non è uno scrittore, ma solo uno che scrive. In pratica ci vuole sempre il talento. Penso.

Locomotiva ha detto...

Posso aggiungere un commento?

Se mai vi capitasse di cercare una raccolta di articoli scritti dai corrispondenti di guerra americani durante la seconda guerra, troverete cento articoli di Ernie Pike, Frank Capa, Clark Lee.
Troverete solo un pezzo o due di "papa" Hemingway.

E che l'Ernesto ne ha scritti: si è infiltrato in Francia, operava ospite della Resistenza, era ovunque.
Solo che, dopo Addio Alle Armi e Per Chi Suona La Campana, ormai era inchiodato al suo vissuto.
Ovvero, gli articoli non raccontavano della guerra: raccontavano di cosa Lui stava facendo in guerra.

E fu snobbato: i lettori non volevano la versione a puntate di Addio Alle Armi II, volevano sapere cosa stavano facendo i "loro ragazzi", e Pyle lo raccontava stando in secondo piano.
Non a caso dagli articoli di Pyle è stato tratto The story of G.I.Joe.

Quindi, anche il "vissuto" si deve raccontare in modo coerente.
Perché, se è lo scrittore ha solo da parlare di se, non scrive un romanzo: apre un blog.

Elydon ha detto...

Ogni esasperazione non porta a buoni risultati (a meno che non è quello a cui si punta).
Ed ogni lettore è diverso dall'altro. E' giusto, a mio parere, che se uno scrittore vuole trattare precisi argomenti, deve farlo con cognizione di causa.
E l'aver vissuto determinate esperienze non può che aiutare.

MA! ha detto...

Un consiglio: mai più un post sotto una foto così figa. Da lacrime agli occhi. Pare una puntata di Robot Chicken condensata in un fotogramma!

daniele marotta ha detto...

Contribuisco con una riflessione:
Per trovare sincerità e forza e' importante distinguere tra la parte di noi "lettore" e quella di "autore".
Quello che ci piace leggere, non necessariamente è quello che sappiamo/possiamo scrivere o disegnare.

Magari ai beatles piacevano i rolling stones e viceversa.
Arriva un punto in cui bisogna smettere un po' di guardare fuori (voglio fare come tizio o caio) e iniziare a guardarci dentro. Cercare troppo a lungo di essere come i modelli che ci appassionano da lettori ci distoglie dal riconoscere e sviluppare l'unicità del nostro talento e della nostra sensibilità, frutto storia personale di ognuno.
La sincerità di cui dicevamo è il fatto di essere individui unici e irripetibili e se abbiamo le palle di mettere questo nel nostro lavoro allora forse abbiamo qualche speranza.
Tra l'altro quello che amiamo nei nostri modelli è proprio la loro unicità.

ciao

RRobe ha detto...

Howard muore a trent'anni, senza mai aver vissuto. La sua prosa, se la analizziamo tenendo conto della sua vita e con una pura ottica psicologia, non è altro che una risposta alle sue pulsioni represse.
Ma sapete una cosa? A me della vita di Howard non dovrebbe interessare una minchia.
L'unica cosa che conta è il risultato finale, non i meccanismi che lo hanno prodotto.
I romanzi di Howard sono un inno alla vita.
Il fatto che siano stati scritti da uno che non ha mai vissuto è ininfluente, dal mio punto di vista.

Al contrario, Bunker ha scritto solo di quello che conosceva... e al secondo libro, visto che conosceva solo la prigione e solo di quello o di argomenti correlati ha scritto, mi ha rotto le palle.


Il discorso dello "scribacchino sfigato", invece lo condivido pienamente.
Il punto è che non è un problema prendere uno stronzo reale e usarlo in quello che scrivi... il punto è che ha senso farlo solo se è finalizzato alla narrazione e non perché ci si è costruita la narrazione intorno.

MarcoS. ha detto...

grazie della lezione prof.

giustina ha detto...

non sapevo del tuo romanzo e non avrei mai immaginato la tematica, ma stupirsi è sempre positivo, almeno per me. non vedo l'ora di leggerlo! :)
w le orecchiette con il sugo di carne di cavallo.

Diego Cajelli ha detto...

GRAZIE GIUPPY!
:-)

Per piacere però, non dire "in giro" il genere del romanzo che per ora stiamo zitti zittini!
:-)

Grazie anche tutti gli altri amichetti che sono passati di qui!
Domani aggiorno, forse.

^_____^

giustina ha detto...

certo che non lo dico in giro, non parlo mai se non sono certa di poterlo fare! ;)
buon proseguimento!

daniele marotta ha detto...

Su Howard,

studiando Howard ho trovato una lettera che vi giro per dare un senso del rapporto tra vita e scrittura.
Howard viveva nel Texas della grande depressione.
L'autore di Conan scrive di sè:

"Sono solamente uno di un enorme esercito, ognuno dei quali tira avanti in un senso o nell'altro per avere carne nel suo stomaco, che è principio primo, motore e obbiettivo finale della vita. Di quando in quando qualcuno di noi trova questo andazzo troppo duro e si fa saltare il cervello, ma suppongo che faccia parte del gioco".

Matta ha detto...

Io vorrei sottolineare che io quest'uomo qua, nel lontano 2001, quando era già si autore di Napoleone, ma che io conoscevo dai tempi di Pulp Stories, lo invitai a fare un workshop a Palermo.

Questo per dire soltanto che avevo visto in questo meraviglioso menestrello della stoffa (sempre nera come l'inchiostro, anche nel 2001), quando ancora era solo un nome sopra un colophon, e non il mitico Diegozilla che è ora! Grande Diè!