giovedì, marzo 13, 2008

Non posso mica capire tutto...

Mi piace molto quello che scrive Paolo, prima su Spari di inchiostro, ora su Le figure e le cose.
Mi fa incazzare o sorridere, posso essere d’accordo o meno con lui, possiamo pensarla in modi radicalmente opposti, ma sono comunque un suo lettore assiduo.
Voglio più bene a Boris Battaglia, ma questa è un’altra storia…
Fatto sta che gli ultimi articoli di Paolo, proprio non riesco a capirli.
Se mi piacesse la matematica userei le equazioni come esempio.
Se mi piacesse la matematica, direi che Paolo si sta chiedendo se il nove ha veramente voglia di essere elevato alla terza. Mi sta dicendo che il quattro, sotto sotto, non è giusto che sia diviso per due e che soprattutto, la radice quadrata limita la libertà del cinquantacinque fratto sette.
Mi diverto, ma non capisco, e non capisco perché non mi spiega il risultato della sua equazione e la seconda parte del suo ragionamento: L’alternativa all’equazione messa in dubbio.
La cosa che lui “auspica” come fumetto, che credo di aver capito io dai suoi ragionamenti, non è più fumetto.
E’ un serendipico e del tutto casuale spettacolino artistico da teatrino di strada.
A lui staranno sul cazzo i sistemi e le norme, a me stanno sulle palle il Diablo e le Bolas.
Sorrido quando scrive:
“Ora, però, vorrei farti osservare una cosa. Le idee da sottoporre al direttore editoriale della casa editrice sono fatte di parole. “Devi essere capace di sintetizzarle in poche righe”, dice l’insegnante dell’accademia. E io ci credo. Il soggetto è ancora fatto di parole. Nella sceneggiatura, qualcuno si aiuta con rapidi schizzi, ma, ancora una volta, si tratta soprattutto di parole.
Esiste un allontanamento coatto e irrisolvibile dal momento in cui la storia viene ideata in forma di parole e quello in cui finalmente trova disegni che vogliono raccontarla. E questa distanza è insanabile tanto nel processo quanto nei mestieri.”
Questo non è un problema dell’editoria, delle arti, delle redazioni o dei mestieri.
Questo è la fondamentale differenza tra un essere umano e i miei amici alieni che provengono da Zeta Reticuli.
Dal momento in cui non ci è consentito comunicare in modo telepatico, trasmettendo direttamente la forza del nostro pensiero nel pensiero altri, siamo condannati alla mediazione dei linguaggi.
Ogni pensiero, ogni idea, ogni concetto che formuliamo deve essere mediato attraverso un sistema di comunicazione. E sempre, il pensiero originale, viene tradito.
Per alcune forme di vita aliene non è così. Nel continuum psicodinamico le loro essenze sono collegate tra loro, i concetti che esprimono, le loro idee e le loro comunicazioni viaggiano da cervello a cervello, senza mediazioni, senza parole, senza filtri. Senza la difficoltà di esprimere a parole un pensiero che, per tutti, è composto da elementi in movimento.
(Test: Pensa a una casa, a una villetta vista da fuori, la “vedrai” cambiare forma mano a mano che ci pensi)
Ecco perché l’essere umano, è considerato alla stregua di un virus.
Immagina che cosa può significare entrare in contatto diretto con i pensieri formulati da un bel tamarro di periferia.
Non posso imprimere nella mente dei miei lettori la storia nel momento stesso in cui la creo nel mio immaginario, devo fare i conti con la distanza tra il mio pensiero e la mia lingua se la racconto a voce, o le mia dita sulla tastiera se la scrivo.
Il mio talento, la tecnica, o la mia padronanza di linguaggio mi aiutano ad accorciare quella distanza.
Rimane il fatto che, comunque sia, nel momento stesso in cui io ti racconto qualcosa che ho visto, sto già tradendo e mediando l’elemento originale del mio racconto.
Perché i miei occhi e la mia voce influiscono sulla realtà del fatti.
Così come le tue orecchie e i tuoi pensieri, interpreteranno, tradiranno e medieranno ciò che ti sto raccontando.
E poi c’è di nuovo l’alternativa che manca. E io non capisco.
Come dovrebbero essere le cose, allora?
Così: Un editore, illuminato e folle, che non vuole sapere quello che farò, che non gli importa sapere come lo farò, che non vuole sapere quando lo farò, che non ha elementi per codificare in alcun modo quello che farò, ma che mi dice di farlo.
E’ questo il risultato dell’equazione?

32 commenti:

ausonia ha detto...

concordo pienamente con te, diego.
però il problema esiste. voglio dire, se avessi spiegato a parole, al mio editore, l'idea di p-hpc... mi avrebbe preso non per pazzo, ma per coglione. avrebbe esclamato: "fotofumetto cosa?! no, grazie".
il fatto di essermi presentato nel suo ufficio col mio libro quasi ultimato mi ha facilitato (non poco) nel proporglielo.

"Così: Un editore, illuminato e folle, che non vuole sapere quello che farò, che non gli importa sapere come lo farò, che non vuole sapere quando lo farò, che non ha elementi per codificare in alcun modo quello che farò, ma che mi dice di farlo.
E’ questo il risultato dell’equazione?"

e questo che scrivi è esattamente il tipo di rapporto che ho con marco belotti. tutto basato sulla fiducia e sulla stima. tanto che più che editore comincio a considerarlo il mio magnate.
:)

ausonia ha detto...

ma siamo sicuramente due alieni. si sa.

DIFFORME ha detto...

le ultime 5 righe fotografano perfettamente anche il mio rapporto con Coniglio Editore: Francesco (Coniglio) non sa letteralmente cosa gli consegnerò tra un paio di mesi per FEMDOM, semplicemente si fida,
e ausonia mi conferma che questo vale per molto fumetto "autorale"
certo ben diverso è mettere in piedi una lunga serie strutturata o lavorare su un personaggio preesistente e codificato come un Bonelli...

Davide ha detto...

il fatto di essermi presentato nel suo ufficio col mio libro quasi ultimato mi ha facilitato (non poco) nel proporglielo.

quanti possono lavorare gratis sperando che il lavoro sia pubblicato da qualcuno?

è bello che per te funzioni così... ma non è la prassi (non ti voglio mica offendere paragonandoti alla "prassi", eh :-D )

davide

ausonia ha detto...

guarda davide, se lo faccio io (che ho un contratto da precario in una scuola e nessun "papi" alle spalle) lo possono fare tutti. e il resto sono solo scuse.

dipende solo dalle tue priorità. dipende da quante volte vuoi cambiare cellulare in un anno. da quante vacanze ti vuoi fare eccetera eccetera.

la mia priorità, è esprimermi attraverso i libri che faccio. il resto non mi interessa proprio. meno che mai i discorsi fatti tanto per fare.

Davide ha detto...

guarda davide, se lo faccio io (che ho un contratto da precario in una scuola e nessun "papi" alle spalle) lo possono fare tutti. e il resto sono solo scuse.

serve più spazio e più tempo per discutere di queste cose

ma, come sempre, lasci spunti interessanti sui quali si potrebbe discutere

(a partire anche dal fatto che non tutti sono autori "completi" e magari hanno bisogno di trovare anche un buon disegnatore/scrittore per poter fare tutto ciò e che quindi a lavorare "gratis" sarebbero in due...)

ausonia ha detto...

vero. ma poi sai... non è che quando firmi un contratto con un editore diventi milionario... insomma, i sacrifici li fai prima e li fai anche dopo. il segreto sta nell'avere un bassissimo tenore di vita. essere autore unico, in italia, consiste nel fare la fame col sorriso sulle labbra. :)

Davide ha detto...

sì...
non sarà impossibile (visto che succede, direbbe Lapalisse)

ma neanche così facile come (con molta arguzia e spirito) vuoi far apparire tu

alex crippa ha detto...

per quasi 10 anni ho fatto lo sceneggiatore a singhiozzo, alternando la scrittura al lavoro di commesso part-time o full-time a seconda della carenza di liquidi.

da un paio d'anni, grazie a dio o satana, vivo solo grazie alla scrittura.
sì, con grandi sacrifici, ma preferisco mille volte tutte le attese-di-risposta-dagli-editori, i pagamenti a rate, le "incomprensioni d'autore", i crampi dello scrittore...alle 10 ore al giorno, festivi compresi, dietro il bancone.

max rispetto per tutti i commessi del mondo, ma potendo scegliere (grazie a dio o satana) scelgo di scrivere.

Davide ha detto...

da un paio d'anni, grazie a dio o satana, vivo solo grazie alla scrittura.
sì, con grandi sacrifici, ma preferisco mille volte tutte le attese-di-risposta-dagli-editori, i pagamenti a rate, le "incomprensioni d'autore", i crampi dello scrittore...alle 10 ore al giorno, festivi compresi, dietro il bancone.

ma lavori sempre scrivendo sceneggiature complete già deisegnate da qualcuno e proponendole all'editore?

Diego Cajelli ha detto...

Per tutti:
Io non volevo polemizzare sui "sistemi di lavoro", è chiaro che non mi ha ordinato il dottore di ingoiare ciò che ingoio e che la mia è una scelta...
Io sono molto contento per Ausonia e per Giorgio, e lo dico sinceramente, senza alcuna polemica o sarcasmo.
Il mio pezzo era sul questo stabilire "il sesso degli angeli", che rende il modus criticandi avulso da ogni realtà effettiva.

Baci,
Diè!

DIFFORME ha detto...

ma il sesso degli ancgeli è noto: sono ermafroditi proterandri che si riproducono per partenogenesi arrenotoca ,
mi stupisco che tu non lo sappia...

RRobe ha detto...

Diego, per me tocchi il punto e -al tempo stesso- lo manchi.
Ora, è chiaro che per uno sceneggiatore puro, che scrive e basta, il compromesso del linguaggio che trasforma le idee nella testa in qualcosa di spiegabile è inevitabile... ma per un autore che se la disegna anche, allora il discorso cambia.
Ha ragione Ausonia quando dice che lui, volendo, può presentarsi da un editore con l'idea in mano.
Non con "il racconto dell'idea" ma proprio con l'idea stessa, priva di mediazioni e compromessi tra chi scrive e chi disegna.

In realtà, la differenza sull'autore completo e la classica squadra sceneggiatore-disegnatore è l'unico discorso sensato che andrebbe fatto per distinguere un tipo di fumetto da un altro.

Diego Cajelli ha detto...

@Rrobe!
Cacchio sono d'accordo!
Adesso, con calma, dopo che hanno finito di discutere degli alluci, aspettiamo che ci arrivi anche la critica.
:-)

Diè!

ausonia ha detto...

guardate, io credo che la cosa abbia un senso se hai in mente di proporre qualcosa di artistico (nel senso di qualcosa che trascende - nel nostro caso - i canoni dell'editoria di genere) a un editore. difficile raccontare o spiegare un'idea.

del resto quando lavoravo nella pittura il mio gallerista col cavolo che mi avrebbe ascoltato nello spiegargli la mia idea pittorica. lui, i quadri, li voleva vedere. e dopo averli guardati bene capiva se farmi fare una personale, una collettiva, o di non prendermeli proprio.

pensiamo a una band esordiente che va da un discografico e gli racconta la propria visione che ha della musica, il discografico gli dice: spediscimi una demo, che è meglio.

quindi non vedo stranezza nel ragionamento di spari. e se molti artisti hanno fatto la fame è proprio perché dovevano produrre cose per loro conto prima di essere presi in considerazione da qualcuno...

alex crippa ha detto...

davide: no, propongo dei "demo", è l'esempio più azzeccato.
in pratica propongo all'editore un soggetto sintetico (3-4 pagine) ma il più possibile esauriente e 2-3 tavole disegnate dal disegnatore che ho scelto (ma spesso ci scegliamo a vicenda) da me sceneggiate.
tieni conto però che + o - su una decina di demo che propongo ne accettano un paio...quindi ne ho da scrivere prima di avere un contratto.
questo in Francia.

in Italia invece mi sta capitando di sceneggiare praticamente UN INTERO albo prima dell'approvazione.

Diego Cajelli ha detto...

@Ausonia!
Il punto di partenza del ragionamento di Spari, però, era l'editoria commercialosa e nello specifico la Disney, mi pare.
Non mi ha fatto una distinzione, anzi il suo pepperepè parte proprio da una sua analisi sui paperi e i topi.
Che poi voglia dire che per lui è meglio l'editoria più artistica, è un altro discorso, che lui, per ora non ha ancora fatto.
Per come sono fatto io, preferirei dicesse: Se è seriale mi fa cagare. E punto.
Ma non può dire che gli fa cagare perchè nel seriale ci sono dei sistemi e delle norme di produzione.
Sarebbe bello, bello e impossibile, che magari dedicasse uno sguardo alle differenze che ci sono nell'uso delle regole e dei sistemi all'interno del seriale.
Perchè qualcuno fa merda e qualcuno no?
Ma se a prescindere, la norma regolamentata del seriale gli fa cagare, è un discorso che non si farà mai.
E' meglio occuparsi delle eccezioni e non delle regole.
Occhio però, non sto dicendo questo perchè ti "accuso" di qualcosa eh!
:-)
Semmai accuso lui...
Ma poi gli voglio bene e lo abbraccio comunque.

Design270 ha detto...

alla facciazza dell'onanismo!

boris battaglia ha detto...

raccontami un po' la storia del perchè vuoi più bene a me...
intendiamoci: sono d'accordissimo, anch'io voglio più bene a me, che a Spari... mi stupisco quando capita a qualcun'altro... sai, non sono una bella persona, è difficile non dico volermi bene, ma solo sopportarmi, soprattutto dopo il terzo margarita; la prima volta che hai voglia di sbronzarti ti faccio cambiare idea sul volermi bene.
scrivimi.
sciao.

daniele marotta ha detto...

Credo che sia difficile usare categorie assolute.
Ognuno scrive e recepisce in modo diverso.
E' davvero possibile dire prima se a colpire un particolare editor in un dato incontro sia tale passaggio del soggetto o un particolare disegno?
Giustamente abbiamo dei parametri: qualche tavola, soggetto, trattamento, ma poi ogni lavoro è diverso e ci fa battere il cuore in modo diverso.
Così come i rapporti che si generano sono unici, (vedi l'esperienza Ausonia-Belotti).
Secondo me a parte gli standard di una casa editrice o di un altra, quello che conta è che da qualche parte tra le parole o tra i disegni ci sia qualcosa che arrivi in pancia dell'editore/lettore e gli faccia suonare la campanella.

sparidinchiostro ha detto...

Sono un vulcano di contraddizioni. Avevo deciso di non rispondere.
Poi però ho postato - di là - una cosa che risponde punto punto al tuo discorso.
E ancora sentivo la necessità di fare chiarezza ulteriore. E allora, eccomi.

La faccio semplice perché è semplice
Mi interessano i racconti con le figure. Mi interessano quando parole, immagini e supporto (lo chiamo così e non “piattaforma”, così ci perdiamo un pezzo di senso ma ci capiamo meglio) interagiscono al meglio – nel modo più efficace – per raccontarmi una storia.
Questa efficacia (o la sua assenza) è indipendente dal processo produttivo.
Possiamo trovarla (o rilevarne l’assenza) in albi seriali, in autoproduzioni o in libri; in prodotti che hanno coinvolto più autori o uno solo.
Purtroppo trovare questa fottutissima efficacia è difficile. Perché la maggior parte di quello che chiamiamo fumetto è merda (nelle produzioni seriali, nelle autoproduzioni e in quei cosi chiamati graphic novel).
Credo che la convivenza inefficace sia connessa alla pochezza narrativa della gran parte dei narratori visuali. Narratori che, appoggiandosi su un processo devisualizzante, hanno perso (o non hanno mai conquistato) la capacità di tenere insieme parole e immagini.

Diego, ti augura che un giorno io possa dedicare “uno sguardo alle differenze e che ci sono nell’uso delle regole e dei sistemi all’interno del seriale”.
Significa: “Ma lo sai a che ora mi sono svegliato stamattina? Faccio una fatica becca a fare ‘sto mestiere e tu mi tratti così”.
Sarò senza cuore, ma della fatica di chi racconta storie me ne fotto..

“Il fumetto è un linguaggio” è la frase potentissima che l’autore di fumetti brandisce per significare “il fumetto è tutto ciò che facciamo noi che facciamo fumetti, esprimendoci in quel linguaggio”.
Ma se tentassimo di spostare il punto di equilibrio? Se provassimo ad affermare: “il fumetto è tutto ciò che noi lettori leggiamo come fumetto”?

Sparidinchiostro

Diego Cajelli ha detto...

@Spari
(e in parte anche per Boris)
Vi ho "uniti" nello stesso pezzo perchè, parlando di critica, siete i miei due pezzi da 90. Sì, è un attestato di stima, sincero.
Boris mi piace di più, per temi e linguaggi, ed è una questione di percezioni mie, credo...
Non volevo creare nemici o schieramenti, non ho intenzioni virali nei confronti di nessuno.
Ho letto quello che hai scritto qui e quello che hai scritto da te.
C'è un problema, ed è un problema di approccio nei miei confronti.
Sbagliando quel tuo approccio, sbagli completamente il rapporto con me e con quello che faccio.
Perchè parli di "fatica" di "mestiere" di "lavoro", dando per scontato che su un seriale siano unicamente quelle le cose a cui io do un valore?
Io non sto mettendo avanti un lavoro, del denaro, della faaatica o la nottata. Non c'è un "tengo famiglia" dietro al quale mi nascondo.
Oppure, sei tu a dirmi che nel momento stesso in cui prendo dei soldi per fare un fumetto, non sono più autorizzato a pensare in termini di narrazione, di arte, di passione o di comunicazione?
Il tuo disagio, verso quella grande parte di fumetto seriale che reputi merda, l'hai attribuito alla presenza di schemi e di regole.
Io ti dico che non è così.
Ma fino a quando sbaglierai il punto di vista verso il seriale, non potrai mai capire quel disagio.
Ora tu mi dirai che non te ne frega un cazzo di capirlo, e pace.
Di nuovo, dal mio punto di vista, è "facile" per un critico del tuo (del vostro) spessore, analizzare un opera nata in assenza di "regole" e "schemi", e il contrario?
Quali strumenti usi per guardare dove regole, schemi, politiche e sistemi sono presenti?
Ora tu mi risponderai che non ti frega un cazzo di quelle cose e pace.
Ma, se fumetto è tutto quello che il lettore reputa tale...
Ti rendi conto che per guardare Naruto o Blanketts ti servono due paia di occhiali diversi?
Vogliamo usarli?
O vogliamo continuare a prendere per il culo chi fa i clean up?

Diè!

daniele marotta ha detto...

Buona domenica, sto appunto a disegnare e per staccare un attimo mi inserisco.
Provo a lanciare un'altra angolazione.
Credo che bisogna differenziare la merda dal commericale/seriale. A mio parere è merda tutto quanto fatto senza sincerità; con l'atteggiamento furbino di chi scrive disegna e produce cose già fasulle e morte prima di nascere.
Il commericale e il fumetto d'autore fatti da professionisti che ci credono, possono piacere o non piacere ma hanno grande dignità.
Poi ci sono cose con cento livelli di lettura e cose che ne hanno mezzo, ma non scordiamoci mai che i film di Fellini venivano pagati dai film di Franco e Ciccio.
Se gli eserciti di adolescenti invece di leggere manga leggessero gli stessi fumetti per loro, fatti in italia, non staremmo qui a fare le nozze coi fichi secchi e andare in Francia per avere un contratto degno, sbaglio?.
Torno a piegarmi sul mio tavolo,

Buona domenica a tutti.

sparidinchiostro ha detto...

(rispondo anche di là)
Credo di aver capito. Dici che c’è un problema di approccio e punto di vista nei tuoi confronti.
Credo di aver capito e credo di avere una risposta semplice. Molto semplice.

Il mio punto di vista sul fumetto seriale non può essere sbagliato. Per il semplice fatto che è il mio e che è un punto di vista.

Poi, siccome non mi piace lasciar cadere il discorso (e – sfortuna – sono anche logorroico), chiarisco usando più frasi, ma dovrebbe bastare quella.

Stai cercando un critico capace di storicizzare, capire le esigenze di produzione, analizzare i contesti di fruizione e guardare anche le storie montando connessioni pericolose ma stabili.
Io non sono quella roba là.
Non ne ho lo spessore, la gamma di competenze e la voglia.
Conosco uno (uno solo) che assomiglia molto a quella strana bestia che vai cercando e mi pare che la sua capacità di mettere insieme la storia, l’industria, i modi espressivi e la società non vada d’accordo con l’abilità di leggere le storie. Anzio, ho proprio la sensazione che questo mio amico, che capisce benissimo il contesto di produzione e quello di fruizione, non capisce né il racconto visuale che ha letto né come si relaziona con gli atri racconti.

Credo di saper leggere i fumetti, Anzi, fanculo l’understatement!, credo di saperlo fare proprio bene. Ma non sono interessato alla storia dell’umanità filtrata da quell’industria. Probabilmente non sono neanche capace di conquistarla quella vista d’insieme.

Prendo Naruto e ci vedo un character cross mediale straordinario. Riesco a intuire come possa essere utilizzato per fumetti, cartoni animati, videogiochi, cards, … Mi sembra una property sviluppata meravigliosamente.
Se leggo il fumetto (ne ho letti solo tre episodi – ché fortunatamente Chiara, 8 anni, sa leggere e ha continuato lei a raccontarlo a Davide, 5 anni), scopro il lavoro di un autore immaturo, poco capace di sostenere il racconto, giocato su trovate banali e spesso grevi. Magari poi migliora, ma ho poco tempo e non ho alcuna pulsione alla comprensione di tutto ciò che è fumetto.
Mi dico che di Naruto non me ne frega niente. Non sto dicendo che è sbagliato che l’autore di Naruto sia ricco e spietato come il Conte di Montecristo (anche perché, visto che a Davide piace, contribuisco alla sua ricchezza). Sto dicendo che quell’ottimo prodotto, che si innesta meravigliosamente nell’industria dell’intrattenimento, dà luogo a un fumetto che è merda: non merita la mia attenzione,

Quanto alla tua retribuzione, mi è indifferente.

Quando leggo un fumetto (seriale, episodico, d’autore, autoprodotto, graphic novel, manga, patim e patapà), l’autore non c’è. Il suo mestiere l’ha già fatto. Avesse la decenza di togliersi dai coglioni. Perché ora fatica e mestiere da mettere in scena sono miei.
Io, il lettore, mi sovrappongo – con tutto ciò che mi appartiene – alle intenzioni dell’opera e dell’autore.

Leggo! Connetto! Interpreto! Uso! Abuso!
E, siccome gli autori non sono mai i tuoi amici alieni che provengono da Zeta Reticuli, il racconto è una macchina colma di buchi da riempire. E in quella finestra d’ambiguità intrinseca a ogni forma di comunicazione (è proprio grazia agli errori occorsi copiando le informazioni che evolviamo), ci sguazzo. Si chiama cooperazione interpretativa o – come dice Jane Yolen – saku taku no-ki.

Poi, occasionalmente, gli autori di molti dei miei racconti preferiti producono o hanno prodotto decine di pagine al mese e vivono o hanno vissuto molto bene del proprio lavoro. Magari lavorando per Disney, Bonelli, Marvel, DC; Kodansha, Shueisha, ... Ma questo non mi riguarda.

Diego Cajelli ha detto...

@Spari
Vedi?
Riusciamo a non capirci benissimo anche oltre le 15 righe.
La forma mi piace da matti, la costruzione del plot/periodo pure, è il messaggio che non riesco a capire.
O meglio, capisco, come avevo capito anche prima del tuo ultimo messaggio.
Comunque, non è detto che un punto di vista, in quanto proprio, non possa essere sbagliato.
Mi dicono che le linee Inca-Nazca si vedono meglio a 800 metri di altezza, e che se ci si passeggia sopra non si vede un bel niente.
Per cui, si torna al punto che non ti interessa.
Vabbè, pazienza.
Pace.
Ora ho capito che non avevo capito molto più di quello che pensavo di non aver capito.

Diè!

DIFFORME ha detto...

i disegni di nazca a terra si vedono male, a 800 metri si vedono bene, a 800 km non si vedono per niente...


viva la fica

MicGin ha detto...

appunto... avete un approccio completamente diverso, però mi colpisce il tuo atteggiamento, diego. ti senti in qualchhe modo coinvolto, senti di dover reagire. ma a cosa? a chi?
un'altra dicotomia che vi separa sta nel processo produttivo. paolo ne è fuori. tu ne sei all'interno.
ovvio che i punti di vista siano così diversi.
aggiungo che non è la prima volta che questi discorsi saltano fuori. non vorrei che ci fosse una sorta di vittimismo da parte di chi fa fumetto seriale (non mi danno i premi, la critica non si interessa etc etc etc).

Diego Cajelli ha detto...

@MicGin
Ciao caro, mi conosci bene e da un sacco di tempo, per cui, dovresti sapere che il vittimismo non è compreso nel mio pacchetto emotivo!
:-)
Mi sento coinvolto sì, perchè il fumetto MI riguarda, e ho la presunzione di "farmelo" rigardare in toto, e non soltanto quando si discute se è più forte Hulk o Cico.
Comunque, alla fine, tramite ciò che hai scritto tu e ciò che ha scritto (da lui) Boris, credo di aver capito la linea di Spari.
La conclusione del tuo messaggio però, mi apre un nuovo interrogativo.
Il mistero di un dibattito critico al quale si può accedere solo se si è esterni ai processi produttivi, e in cui l'intervento di autore viene letto come illegittimo e vittimista.
;-)

Diè!

alex crippa ha detto...

da sceneggiatore dico che è MOLTO più difficile esprimersi all'interno di un seriale, per regole, personaggi non tuoi, tempistica, eccetera.
più facile, ma più rischioso sotto certi aspetti, farlo quando hai (quasi) carta bianca.
Diego è un buon esempio di crossover: io ritrovo il suo stile sia nel serial che nell'indy. e mi piace, in tutta onestà e senza voler prendere le parti di nessuno.

da lettore ammetto una tendenza verso il non-seriale, ma se dovessi stilare una mia top-ten penso che "Verso la tempesta" di Eisner e "Memorie dall'invisibile" di Sclavi-Casertano convivrebbero benissimo.

MicGin ha detto...

No!
Non ho detto che esiste un dibattito riservato a chi è interno ed un altro a chi è esterno.
Ho detto che i rispettivi punti di vista sono condizionati dall'essere dentro o fuori. Per cui, voi due in particolare, non vi intendete e forse non vi potete intendere.
Il lavoro di Spari mi interessa perché è un lavoro di ricerca e di intepretazione. Certo ci gioca dentro e basta vedere come scrive, in modo brillante e anche compiaciuto. Ma mi fa ragionare su molte cose.

Il fumetto è un linguaggio!
Questa frase mi è servita per legittimare il mio lavoro di promozione del fumetto e dei suoi autori. Ho mantenuto questa opinione nonostante il libro di Barbieri (i linguaggi del fumetto) avrebbe dovuto farmi riflettere.
Ora, in piena era multimediale, mi chiedo anch'io se il fumetto possa essere considerato un linguaggio.

Tu invece sei un protagonista del mestiere. Sei quello che fa i fatti. E come sai ti seguo da sempre. Però devi tenere presente che il tuo modo di lavorare e creare è uno di quelli possibili, non l'unico possibile. D'accordo, non sei vittimista. Ma non capisco molto la contrapposizione/discussione/riflessione che proponi.

La distinzione tra fumetto seriale e non seriale è utile. Ma il problema è molto più ampio. Però si può centrare un punto fondamentale. Non esiste il fumetto ma i fumetti: seriale, strisce-sindacate, d'autore anni 70/80, graphic novel 90/2000, comic book, manga...
Dobbiamo cominiciare ad ammettere che ognuno di questi insiemi fa genere a sé. Non si tratta di contenitori tra loro impermeabili, ma ognuno è caratterizzato da un sistema di valori, modalità produttive, codici, modalità di consumo e fruizione...

I discorsi di Spari mi stimolano a queste riflessioni.

sparidinchiostro ha detto...

Sorry. Mi sono accorto di non aver cross-commentato.

Mi dicono che le linee Inca-Nazca si vedono meglio a 800 metri di altezza, e che se ci si passeggia sopra non si vede un bel niente.

Me lo ricorderò la prossima volta che mi viene in mente di aprire il pacco di amazon usando le chiavi di casa. Anche se rompono il nastro adesivo, non sono state progettate a quello scopo. Le intenzioni dell'autore (e del fabbro) prima di tutto. Terrò a freno la fregola e ricercherò lo strumento più idoneo: il cutter.
Non vorrei macchiarmi del crimine "PdV errato".

Sai che c'è, Diego? Ho la sensazione che la frequenza troppo serrata con la sceneggiatura ti abbia indotto un male professionale (io ne ho diversi). Il mio PdV non è una MdP (come amano scrivere i critici cinematografici). La mia vita non è un piano-sequenza.

In più, sono orbo

RRobe ha detto...

Strano a dirsi, ma concordo il larga parte con Spari.
E capisco perfettamente tanto il suo discorso sul fumetto e la sottoutilizzazione delle sue potenzialità da parte dei fumettari, quanto il discorso che una vlta che un'opera è finita, l'autore si deve togliere dalle palle e far fare il suo "mestiere" a chi quell'opera la fruisce.