giovedì, ottobre 19, 2006

Io, Den Harrow e gli anni ottanta.

Io, teenager brutto, soprappeso, con il nastro adesivo sulla stanghetta degli occhiali, ero su un tram, tornavo da scuola e leggevo un numero di Tutto.
Mi ricordo un lungo servizio su Den Harrow, sui suoi successi, sulle sue canzoni, illustrato da una decina di foto decisamente glamour.
A me Den faceva incazzare da morire, per un normale teenager era impossibile competere con lui, figuriamoci per uno che aveva il nastro adesivo sulla stanghetta degli occhiali.
Cercai di migliorare il mio look, cercai di infilarmi a forza nell’estetica degli anni ’80, ma il mio parrucchiere sotto casa, anche se forbice d’oro, non riusciva a riplasmare la mia chioma su quel modello, io non avevo quei muscoletti, non avevo quel fascino e assolutamente non possedevo quel background.
Io e gli sciami di ragazzine che per lui si sarebbe buttate in una fornace, credevamo sul serio che fosse ammericano, mai e poi mai avremmo immaginato che si chiamasse Stefano Zandri, nato a Varese, trasformato da un abile manager nella personificazione del cantante perfetto.
Perché Den Harrow, in quel momento era perfetto.
Den era gli anni 80.
Se lo spirito di un decennio può diventare carne, se lo stile, il concetto espresso da un epoca può assumere forma umana, la forma fisica di quel periodo è lui, e su questo non ci piove.
Den era perfetto.
Tanto perfetto che un teenager brutto e soprappeso, ma molto acuto come lo ero io, non aveva minimamente percepito il doppio senso del suo nome d’arte, quell’assonanza con denaro che la dice lunga sulla matrice del progetto che lo ha generato.
Ma fa niente. Non importa.
Anni dopo, poteva essere l’88, feci amicizia con un nuovo compagno di scuola, un ragazzo molto sgamato, uno che frequentava gli ambienti giusti, era bello come un Dio pagano, diciamo la versione milanese e vent’enne di Val Kilmer.
Negli anni 80, valevi e sapevi qualcosa solo se eri bello, punto.
Lui lo era, valeva e sapeva delle cose.
Tra le molte, mi rivelò che Den era italiano e che, leggenda urbana che non sono mai riuscito a confermare, dopo il successo, tornato alla sua vecchia scuola, dei tamarri lo avevano addirittura pestato a sangue nel bagni per ripicca.
Tacitai una vocina che dentro di me sentenziava senza dubbio l’esistenza di una divinità superiore che tutto sovrintende.
Poi gli anni 80 finiscono.
E oggi Den Harrow è su un isola.
Anzi, ha già fatto fagotto e dall’isola se ne è andato.
Den Harrow incarna ancora gli anni ’80, è ancora la versione fisica di quel decennio, è grosso, è enorme, ha delle braccia come le cosce di un prosciutto, parla come se fosse in un costante happy hour, ed è ancora bello a suo modo.
Ma è comunque lo spirito degli anni ’80.
E’ un bicipite gonfio di look, che nasconde la fragilità, il dramma di non potersi chiamare banalmente Stefano, che ti costringe a cantare (o farsi cantare) in una lingua straniera con un altro nome, è ciò che sono stati gli anni ’80.
Facciata.
Guardami, sono ciò che vedi.
Un bel trucco sulle lacrime che prima o poi sgorgano.
Perchè comunque, ti chiami Stefano e sei di Varese.
Poi è Reagan che gonfia i muscoli, agita le truppe, con la voce roca della decadenza di un modo di parlare già vecchio, tanto passato quando impossibile da accettare, nella favolosa illusione dei lustrini, del gel, del trucco da eterna giovinezza di quel periodo.
Confuso, bipolare, incoerente come lo è stato il Mondo da 1981 al 1989.
Ma al tempo stesso grandioso.

Se i concetti espressi in questo articolo, dovessero finire i bocca a Simona & Co, chiederei a una certa persona, in virtù della vecchia amicizia, almeno una foto con dedica di Den come compenso.

5 commenti:

nomad ha detto...

Peccato però che gliv '80 siano finiti in così cattiva luce. E' vero, tanti lustrini e troppe paillets, ma erano anche anni di creatività e immaginazione. Anni che, nonostante le giuste ma impietose critiche, oggi ricordo con una certa nostalgia e un senso di rimpianto per una specie ritrovato candore, poi perso di nuovo e mai più ritrovato.

Diego Cajelli ha detto...

Esatto!
E' proprio la dualità che incarna Den!

Diè!

michele ha detto...

"vent’enne"?

Diego Cajelli ha detto...

X Mik

No?
Non si dice?

Diè!

Fam ha detto...

Grazie, mi hai spiegato perché quel decennio mi ha sempre fatto un po' schifo, soprattutto mentre lo vivevo. E meno male che non portavo ancora gli occhiali!