mercoledì, marzo 01, 2006

Maretta

Ci sono un po’ di malumori ultimamente, nella comunità fumettosa del web e tra gli addetti ai lavori, è periodo di premi e di nomination, e si sta parlando molto dei presenti e degli assenti, di nuovo, si sta presentando una netta contrapposizione ideologica tra il cosiddetto fumetto di genere, il fumetto popolare e il cosiddetto fumetto d’autore, minimalista e slegato dal concetto di genere narrativo.
Tempo fa, ho provato ad analizzare questa questione, ma sono stato frainteso immediatamente, per cui, adesso, per me è essenziale essere chiari.
Io non dico che una cosa sia meglio dell’altra, e non sono io a fare queste distinzioni.
Fondamentalmente, a me non me ne frega un cazzo, uno può fare o leggere quel che gli pare.
Okay?
Ciò non toglie che questa distinzione ci sia.
Ciò non toglie che si stia apparecchiando un tavolo con dei posti segnati, e che i commensali tra loro non vadano d’accordo.
Però, devo dire la verità.
Non ho mai visto un autore Bonelli sputare su un opera autoriale, mentre molto spesso ho visto il contrario, ma si sa, gli artisti amano sempre esagerare un po’.
Gli stessi lettori Bonelli, o comunque, i lettori di fumetti di genere, li ho visti spesso avvicinarsi ad altri tipi di narrazione, mentre i fan del cartonato con copertina ruvida, si avvicinerebbero a Tex soltanto con in mano un cerino.
Ma anche lì, si sa, per essere veramente un tipo cool devi avere delle posizioni un po’ estreme.
Ma perché questo nuovo articolo?
Oggi, riflettevo di fronte al risotto.
L’assenza di un genere narrativo E’ un genere narrativo a tutti gli effetti.
Le “non regole” di un racconto minimalista di stampo letterario, sono in realtà più codificate e precise di un canovaccio per un soggetto di Diabolik.
Mascherare la regola, nascondere il genere, e al tempo stesso strutturare una codifica del linguaggio tanto precisa da essere inconsciamente riconoscibile dal lettore, che la apprezza, credendo di leggere un Non Genere, ma sostanzialmente sta di nuovo leggendo un format.
E’ l’odiato Tex che ha preso altre sembianze, altre forme, è l’applicazione paradossale delle teorie di Syd Field viste attraverso la deformazione dei metatesti.
Ma E’ genere.
Come l’Horror, l’Hard Boiled e il Fantasy.
E come tutti i generi, ha delle regole, dei codici, individuabili e ripetibili all’infinito.
Studierò.
Poi vi dirò che cosa ho intenzione di fare.

9 commenti:

mucio ha detto...

Personalmente dovrei essere uno di quelli del cerino, ma non sono così integralista, sinceramente ci provo, ma è il formato che mi respinge. E dire che leggo Topolino o Trondheim, i manga o gli americani senza problemi, ma ho provato alcune delle ultime proposte formato bonelli e non mi sono piaciute.

E' il formato fisso delle 96 pagine che non mi piace, spesso le storie si devono adattare al numero di pagine, dilatarsi o restringersi per chiudere lì l'episodio. Certo anche i telefilm in tv durano tutti un'ora, ma spesso il lavoro di un team di sceneggiatori è diverso da quello che viene fatto dal singolo sceneggiatore su un bonellide, ma spesso è anche il disegno ad essere di qualità inferiore a quello che si ritrova su altre produzioni.

E non parlo sono dei cartonati, ma anche di produzioni diverse come possono essere i volumi di alta fedeltà o di black velvet. Sbaglio io o è la qualità che mediamente in un bonellide è inferiore?

Marcello ha detto...

Bellissimo, le stesse cose (piú o meno) che ho pensato dalla pubblicazione dei "premi" dello Spazio Bianco. Ora vado al bagno a leggere sangue navajo e poi Rapsodia Ungherese.

Anonimo ha detto...

ma Diego,
non eri tu stesso uno di quelli che da giovane sceneggiatore rampante, pur cominciando a lavorare per la bonelli, ne prendevi vigorosamente le distanze? concordo su tutta la linea, sugli stilemi narrativi del genere "indipendente" e sulla ferocia insensata verso i prodotti popolari. alla bonelli lavorano i professionisti del fumetto, che gli indipendenti sognano di diventare. però è anche vero che gli sceneggiatori bonelliani a volte si annoiano, e si vede.

Anonimo ha detto...

maretta concordo pienamente con quello che dici, tranne per l'ultima parte, cioè quella legata al format del racconto minimalista o d'autore.

certo una volta codificato una narrazione questa diventa una tipologia di uso comune. ci sono molti autori che la utilizzano sfruttandola. ci sono autori seminali e altri che seguono a ruota, riuscendo magari meglio dello stesso autore che ha avuto solo l'intuizione.

sul fumetto d'autore io penso che tu intenda quello "alternativo". il fumetto d'autore, come potrebbe essere quello di un mattotti o di un igort, è appunto la sua personale visione del racconto a fumetti.
il fumetto alternativo, invece, da quello incomprensibile a quello non propriamente bonelliano cerca di trovare un nuovo modo di raccontare, nello stile come nella narrazione.

i problemi di bonelli non sono gli snob che li brucerebbero, i problemi di bonelli sono una formula di produzione vecchia e sterotipata.
non sono le storie che ripropongono un genere, un format che potrebbe essere quello dell'avventura, il poliziottesco, ma piuttosto un problema, quasi, di natura estetica: perchè i personaggi si chiamano sempre con un nome straniero? (tranne eccezioni). perchè non provare un altro formato? perchè non provare a formare degli autori invece che dei manovali del fumetto? perchè non si guarda a cosa sta succedendo in italia?
l'ultimo successo di bonelli è stato dylan dog. successo innovativo nella tradizione e con forte impatto del pubblico.

l'ultimo eroe di casa bonelli invece è brad barron, l'unica novità di brad barron è che tra 16 numeri finisce. per il resto dalla copertina al nome è tutto uguale come prima.

non so se risponderai questo post è un po' vecchio, ma magari ritorni a vedere.

annalisa

Diego Cajelli ha detto...

Per Annalisa:
Non volevo farti arrabbiare o ignorare il tuo post!
Ieri avevo poco tempo per fare tutto, scusa se ti rispondo (qui) oggi.
Dunque...
Concordo molto con te sul problema "estetico", e aggiungo anche che c'è uno strano feedback con il formato bonellico da parte dei lettori.
Dal mio punto di vista, i possibili tentativi di ri-scrittura o di deriva verso altri esperimenti soffrono della logica percettiva: "è l'abito a fare il monaco".
Ma ti assicuro, che si se si levasse questo "doppio petto blu", sotto si vedrebbero i tatuaggi.
:-)
Di nuovo, dal mio punto di vista, la stessa logica "buona" che ti porta a pensare in una certa maniera positiva nei riguardi delle autopro o dei prodotti indipendenti, dovrebbe essere rivolta anche al prodotto bonellifero.
Nel primo caso, di solito la percezione è: "fanno tutto da soli, guarda come sono bravi"
Nel secondo caso, potrebbe essere:
"guarda che cosa riescono a fare, pur rispettando la tradizione e le politiche della casa editrice"
No?
Non si potrebbe?

Per Anonimo:
Gli sceneggiatori bonelliani a volte si annoiano?
Può darsi.
Sicuramente non tutti, anzi, c'è chi vive questa responsabilità con un forte senso del dovere nei confronti di ciò che racconta.

Per Mucio:
E' proprio la qualità media di un prodotto Bonelli ad essere altissima, semmai è la percezione della medesima da parte di un certo tipo di pubblico ad essere "inferiore" rispetto ad altre produzioni.

Diè!

Anonimo ha detto...

grazie per aver risposto al post!

è vero alle volte rispettare una certa tradizione e cercare di essere innovativi attraverso degli schemi bonelliani può essere di per se una sfida (alle volte mal riconosciuta)

nel mio intervento cercavo di porre il problema sul fatto che bonelli non ha fatto più ricerca. se alle volte qualche buona storia si alza sopra la media c'è da urlare al miracolo. ho comprato l'ultimo dylan disegnato da stano e mi sono messo a piangere, vedere un così bravo disegnatore con una sceneggiatura cosi puerile.

mi piacerebbe che quelli come te che possono lavorare all'interno di questa istituzione provassero a fare di più invece di ringraziare il cielo se alle volte riescono a fare qualcosa in più dentro la politica dell'azienda.

in passato ci sono stati spesso "incroci" importanti tra fumetto d'autore e popolare, mi viene in mente la serie de "l'uomo di ...."

ma,forse, oggi, nel 2006 non so se una cosa del genere potrebbe essere fattibile.

a.

Diego Cajelli ha detto...

Sempre per Annalisa:

Eh!
Se si guardasse *bene* all'interno della poduzione bonellifera i tentativi di cui parli si vedrebbero, perchè ci sono, capperi se ci sono!
:-)

Diè!

Anonimo ha detto...

e perchè dovrei guardare bene all'interno?

se questi tentativi di per se non riescono a sfondare il muro, perchè bisogna ritenerli importanti.

mica per remar contro, ma questi piccoli cambiamenti non fanno un fenomeno. non metto in discussione il valore o la tradizione di bonelli.

se tutti questi piccoli segni che dici non cambiano un azienda in "declino" che non riesce più a trovare il suo pubblico, che non sa parlare più alle nuove generazioni, perchè bisognerebbe vedere il cambiamento da piccoli segni?
a.

Anonimo ha detto...

caro diego
non posso non intervenire su questa maretta, anche se purtroppo lo potrò fare in modo veloce.

tu hai scritto, tra le altre cose:
si sta presentando una netta contrapposizione ideologica tra il cosiddetto fumetto di genere, il fumetto popolare e il cosiddetto fumetto d’autore, minimalista e slegato dal concetto di genere narrativo.
poi:
Non ho mai visto un autore Bonelli sputare su un opera autoriale, mentre molto spesso ho visto il contrario, ma si sa, gli artisti amano sempre esagerare un po’.
Gli stessi lettori Bonelli, o comunque, i lettori di fumetti di genere, li ho visti spesso avvicinarsi ad altri tipi di narrazione, mentre i fan del cartonato con copertina ruvida, si avvicinerebbero a Tex soltanto con in mano un cerino.

il tuo atteggiamento è senz'altro equilibrato e la riflessione ci può stare. inoltre non riconosci gerarchie di genere. e fai benissimo.
Non è però vero quello che hai scritto sopra. Ho assistito personalmente a comportamenti esattamente contrari a quelli che descrivi.

Vediamo un po'...
Negli ultimi anni, grazie a Kappa, coconino, hazard, grifo, BD, Pavesio etc etc etc ha rifatto la sua comparsa il libro a fumetti. Che è un prodotto, che si articola in vari formati e vari generi.
Per anni abbiamo dovuto sorbirci una contrapposizione tra seriali da edicola popolari e riviste d'autore. Morte le seconde e rivoluzionati i primi, anche dall'ingresso di segni teoricamente poco popolari come Bacillieri e Rosenzweig (per citarne due - ma anche toppi ha disegnato Julia e nick raider), finalmente ecco IL LIBRO A FUMETTI. un prodotto che consente al fumetto di entrare in libreria, rivolgersi ad un pubblico diverso ed essere persino protagonista di iniziative editoriali, come quella dell'espresso.

Il ritorno del libro ha provocato ricadute anche nei programmi delle manifestazioni e nella strutturazione dei vari premi.

Gli autori di libri conquistano attenzione, sono protagonisti di iniziative, vincono i premi. Tra questi ce ne sono alcuni aguerriti, che hanno dietro editori aguerriti e che fanno polemica e dibattono, come igort e de giovanni. Ovviamente valorizzano le proprie produzioni, non solo perché ne hanno bisogno editorialmente, ma perchè negli anni precedenti sono state sottostimate, emarginate, non considerate.

Se c'è maretta è forse perchè in giro ci sono autori che vorrebbero più attenzioni, che invece vedono riservate a etichette e autori di generi nuovi.
Beh, ci sono anni da recuperare!

Prendiamo il caso di gipi.
Tu stesso hai dichiarato di averlo scoperto ora.
Ma sai da quanti anni circola gipi? Sai che le prime tavole di effetto notte le ha realizzate senza committente, appena prima che nascesse coconino, la quale è stata la prima a dedicargli dei libri, dopo anni di vignette e storie a puntate notevoli eppure ignorate?

A me sembra che troppo spesso ci sia un campanilismo di comodo, esaltato solo per attirare attenzione. Non mi riferisco certo a te, che sei una persona disponibile e curiosa. Ma, per esempio, tra chi fa critica e informazione c'è spesso un atteggiamento da tifoso e non da operatore culturale.

Io, nei limiti del possibile, leggo tutto e cerco di promuovere tutto attraverso il cfapaz.
Ed è importante valorizzare cose diversissime come la scrittra di John Doe, i colori di Igort in Fats Waller, l'autobiografia di Peeters, i dialoghi geniali del gatto del rabbino, la capacità anticipatrice di Pulp Stories, l'attenzione alle persone in Jungle Town...

Non è tutto bello e positivo. Ma tutto va considerato senza pregiudizi.

Non mi piace chi fa maretta.
Così come naturalmente non mi piace ora vedere gipi, suo malgrado, portato come un vessillo e vincitore di ogni premio possibile. Troppo facile, ora...

MicGin