lunedì, novembre 28, 2005

Quello che i fumettisti non dicono.

(Rubrica parallela a quella di Simon sul suo blog)

E’ difficile spiegare che alla fine è una questione di muscoli.
Quelli della schiena.
Quelli che dopo otto o nove ore consecutive di fronte al computer iniziano a farti male.
E’ difficile spiegare che sì, lavoriamo un po’ quando ci pare e non abbiamo gli orari di ufficio.
Sì…
Ma questo si traduce nel lavorare 24 ore su 24, perché comunque, è sulle tavole che il proprio pensiero vola anche quando non si sta fisicamente dietro al tavolo.
Scrivere.
L’errore è pensare che l’inizio della scrittura coincida con l’azione fisica di sporcare un foglio bianco.
In verità, se scrivi, lo fai sempre, anche quando aspetti il tram, mangi la minestra o ti fai la doccia.
A volte, scrivi anche quando sogni.
E’ difficile spiegare che non hai scelto questo lavoro.
E’ che non potevi proprio farne a meno.
Allora, magari, ti illudi che non sia così, e quando qualcuno che fa un lavoro simile, ma per un media diverso, ti chiede: “mi fai vedere una tua sceneggiatura, così magari, tra un testo per un cabarettista e l’altro, provo anche io…” tu rispondi di sì, e metti su un dischetto 94 tavole di Napoleone, ti impegni, metti il dischetto nell’albo, e come un ragazzino che ha trovato un compare per condividere una passione, la volta dopo lo porti, e lo consegni con un sorriso.
E’ difficile spiegare lo sguardo che ti rivolgono successivamente.
In quello sguardo, c’è una domanda non fatta: “ Ma tu, davvero, ti fai tutto questo sbattimento, ogni volta, per tutte le volte che scrivi un fumetto?”
La domanda non viene fatta e la risposta non viene data.
E’ la realtà a rispondere, quella realtà che non vede portare a termine il progetto iniziale, e quella sceneggiatura, quel dischetto e quell’albo, rimangono solo un esempio chiuso in un cassetto altrui.
E così ti senti solo.
Ma sei abituato.

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