mercoledì, novembre 16, 2005

(OpSp) ORSON WELLES!

Preso tempo fa da Dagospia, che l'aveva preso a sua volta da La Repubblica




















Estratti dal libro “It’s All True. Interviste sull’arte del cinema”, a cura Mark W. Estrin, con traduzione e postafazione di Serafino Murri, Minimum Fax.

UN DUE PER CENTO DEL MIO TEMPO L´HO IMPIEGATO A FARE FILM, E UN NOVANTOTTO PER CENTO A SBATTERMI QUI E LÀ PER POTERLI FARE
Essenzialmente, credo di aver commesso un errore a restare nel mondo del cinema, ma è un errore di cui non posso rimproverarmi, perché sarebbe come dire che non avrei dovuto restare sposato con una certa donna, ma che l´ho fatto perché la amavo.
Avrei avuto molto più successo se non avessi sposato proprio lei.
Avrei avuto molto più successo se avessi lasciato immediatamente il cinema, se fossi rimasto nel teatro, o se fossi entrato in politica, se avessi fatto lo scrittore o qualsiasi altra cosa.
Ho gettato via gran parte della mia vita nello sforzo di cercare denaro e di cavarmela in qualche modo, per poter fare il mio lavoro usando questa scatola di colori estremamente costosa che è un film. E ho sprecato fin troppa energia dietro a cose che non hanno nulla a che vedere con il fare un film.
Diciamo che un due per cento del mio tempo l´ho impiegato a fare film, e un novantotto per cento a sbattermi qui e là per poterli fare.
Continuerò a essere fedele alla mia ragazza.
La amo.
Mi innamoro così tanto del fare un film che il teatro per me ha perso tutto quel che aveva, davvero.
Amo soltanto fare film.
Non sono un appassionato del cinema.
Non vado spesso a vedere film.
Credo sia perfino dannoso per un regista vedere altri film, perché si finisce sempre o per imitarli, o per preoccuparsi di non imitarli affatto.
Invece bisogna fare il film con innocenza.
Nello stesso modo in cui Adamo diede un nome agli animali il primo giorno nel paradiso terrestre.
E io ho perso la mia innocenza.
Ogni volta che vedo un film perdo qualcosa, non ne guadagno niente.
Non capisco cosa vogliano dire i registi quando si complimentano con me, i giovani registi, quando dicono di aver imparato dai miei film.
Perché io non credo affatto di poter imparare qualcosa da un film altrui.
Credo che bisogna imparare solo dalla propria visione interiore delle cose e scoprire, come ho detto, con innocenza, come se non fossero mai esistiti né David Wark Griffith, né Ejsenstejn, o Ford o Renoir o chiunque altro.

NON MI INTERESSA IL LAVORO ARTISTICO, LA POSTERITÀ, LA FAMA, MA SOLO IL PIACERE DELLA SPERIMENTAZIONE IN SE STESSA
Io cerco sempre la sintesi.
E´ un lavoro che mi affascina perché devo essere sincero riguardo a me stesso, e io sono un puro sperimentatore.
Il mio unico valore ai miei occhi è che non detto leggi, ma sono uno sperimentatore. Sperimentare è l´unica cosa che mi entusiasma.
Non mi interessa il lavoro artistico, capite, la posterità, la fama, ma solo il piacere della sperimentazione in se stessa.
E´ l´unico ambito in cui posso sentire di essere onesto e sincero.
Io non mi consacro a quel che faccio.
Davvero, non ha alcun valore ai miei occhi.
Sono profondamente cinico riguardo al mio lavoro e alla maggior parte delle opere che vedo nel mondo.
Ma non sono cinico riguardo al lavoro sui materiali.
E´ una cosa difficile da spiegare.
Noi sperimentatori di professione abbiamo ereditato un´antica tradizione.
Alcuni di noi sono stati tra i maggiori artisti, ma le nostre muse non sono mai diventate le nostre amanti.
Per esempio, Leonardo si considerava uno scienziato che dipingeva piuttosto che un pittore che faceva lo scienziato. Non voglio certo paragonarmi a Leonardo; sto solo cercando di spiegare che c´è una lunga linea ininterrotta di persone che giudicano il proprio lavoro secondo una diversa gerarchia di valori, che sono quasi valori morali.
Quindi non cado in estasi quando sono di fronte a un´opera d´arte.
Sono in estasi quando mi trovo di fronte alla funzione umana, che è sottesa a tutto ciò che facciamo con le nostre mani, con i nostri sensi, eccetera.
Il nostro lavoro, una volta finito, non ha l´importanza che la gran parte degli esteti gli attribuiscono.
E´ l´atto che mi interessa, non il risultato, e io vengo preso dal risultato solo quando questo sa di sudore dell´uomo, o di pensiero espresso.
Sto pensando seriamente di smettere il mio lavoro nel cinema o nel teatro, smetterla una volta per tutte, dico, perché sono rimasto troppo deluso.
Ci ho investito troppo lavoro, troppo impegno rispetto a quel che ho avuto in cambio... non in termini di denaro, ma di soddisfazione.
Quindi sto pensando seriamente di abbandonare cinema e teatro, perché in un certo senso loro mi hanno già abbandonato.

SOGNATE I VOSTRI FILM
Non ho mai messo piede in una scuola di cinema.
E non avevo mai messo piede su un set prima di girare “Quarto potere”.
Senza dubbio sono stato toccato dalla grazia di una totale ignoranza.
Ho imparato tutto quel c´era da sapere in tre ore, non perché sia particolarmente intelligente, ma perché il cinema è semplice!
Voi di certo avrete passato troppo tempo a guardare film.
Non chiudetevi troppo nell´universo cinematografico, come fosse una scatola d´aringhe.
Sognate i vostri film, piuttosto.
E prestate attenzione all´incanto delle muse più perverse... la decadenza del cinema è il risultato della glorificazione del regista.
Ma l´attore è più importante.
Oggi il regista è l´artista più sopravvalutato del mondo.
Pensate ai grandi momenti del cinema: sono tutti in bianco e nero.
Più avanza il progresso tecnico, più lo spirito creativo va in declino.
E io temo che l´elettronica finirà per aiutare solo i film di terza scelta.

PRENDERE PER IL CULO HEMINGWAY
Il mio rapporto con Hemingway è stato sempre molto divertente.
La prima volta che ci siamo incontrati è stato quando mi hanno chiamato a leggere il commento narrato di un film che lui e Joris Ivens avevano fatto sulla guerra di Spagna; si chiamava “Spanish Earth” (Terra di Spagna).
Appena arrivato mi sono imbattuto in Hemingway, che era tutto intento a tracannare una bottiglia di whisky; mi avevano dato una serie di battute troppo lunghe e vuote, che non avevano niente a che vedere con il suo stile, sempre così conciso e parsimonioso.
C´erano alcune parti pompose e complicate del tipo: «Ecco i volti degli uomini vicini alla morte», e la battuta doveva essere letta in un momento in cui sullo schermo si vedevano volti che erano molto più eloquenti.
Io gli dissi: «Signor Hemingway, sarebbe meglio se si vedessero soltanto i volti, senza nessun commento».
La cosa non gli è piaciuta neanche un po´, e siccome poco tempo prima avevo fatto una regia per il Mercury Theatre, che era una specie di teatro di avanguardia, lui pensava che fossi una specie di finocchio, così mi ha detto: «Voialtri... ragazzini effeminati del teatro, che cosa volete saperne della guerra vera?».
Prendendo il toro per le corna ho cominciato a muovermi con gesti effeminati e gli ho detto: «Signor Hemingway, quanto è forte lei, quanto è grande!».
La cosa lo ha mandato su tutte le furie, al punto che ha afferrato una sedia; io ne ho preso un´altra e lì, di fronte alle immagini della guerra civile spagnola che continuavano a scorrere sullo schermo, abbiamo iniziato una zuffa tremenda.
E´ stata una cosa meravigliosa: due tipi come noi di fronte a quelle immagini che rappresentavano gente nell´atto di combattere e morire... abbiamo finito col brindare insieme con la sua bottiglia di whisky.
Nella nostra vita abbiamo passato lunghi periodi di amicizia e altri in cui a malapena ci parlavamo.
Non sono mai riuscito a evitare di prenderlo garbatamente in giro, e questo nessuno lo aveva mai fatto; tutti lo trattavano con il massimo rispetto.

IL TALENTO DI KUBRICK
Non ho visto niente della generazione più recente, a parte qualche esempio d´avanguardia.
Tra quelli che potrei definire la «giovane generazione», Kubrick mi appare come un gigante.
Non ho visto “Lolita”, ma credo che Kubrick possa fare qualsiasi cosa.
E´ un grande regista che non ha ancora fatto dei grandi film.
Quel che vedo in lui è un talento che i registi della generazione precedente alla sua non possedevano, intendo dire Ray, Aldrich, e così via.
Forse lo dico perché il suo temperamento si avvicina molto al mio.

GLI SFONDI VOGUE DI ANTONIONI
Secondo i giovani critici americani, una delle grandi scoperte della nostra epoca è il valore della noia come tema artistico.
Se è così, Antonioni merita di essere annoverato tra i pionieri della tendenza come padre fondatore.
I suoi film sono sfondi perfetti per mannequins di alta moda.
Forse non ci sono sfondi così perfetti neanche in Vogue, anzi, è così che dovrebbero farli. Dovrebbero ingaggiare Antonioni per progettarli.

FELLINI, UN ARTISTA SUPERLATIVO CHE HA MOLTO POCO DA DIRE
E´ dotato, come tutti quelli che fanno cinema oggi. Il suo limite - che è anche la fonte del suo fascino - è di essere fondamentalmente molto provinciale.
I suoi film sono il sogno della grande città da parte di un ragazzo di provincia.
Le sue sofisticherie funzionano perché sono la creazione di qualcuno che non è sofisticato. Tuttavia mostra spesso segni pericolosi di essere un artista superlativo che ha molto poco da dire.

VIVA DE SICA
Non vi piacerà quello che vi sto per dire, dato che le persone che ammiro non sono affatto stimate dagli intellettuali del cinema; il dramma è tutto qui.
Il cineasta che preferisco è De Sica: so che vi fa star male.
E John Ford.
Ma il Ford di vent´anni fa, il De Sica di dodici anni fa.
Ah! “Sciuscià”: è il miglior film che abbia mai visto.
Dovreste vergognarvi di non amare De Sica: magari potessimo riparlarne fra duecento anni!

1 commento:

foolys ha detto...

vedo ke ti sei rifatto incredibilmente riguardo a post ahha.questo su welles, le cose ke diceva, il suo metodo ed il suo pensiero, mi fa sempre venire la pelle d'oca. una leziona assoluta di pensiero libero ed indipendente,proprio quello che vado cercando ultimamente, e leggere queste cose mi dà grande forza.