martedì, settembre 27, 2005

Fumetti, fateci caso.

Parlare del venduto, non ci ha fatto notare un gigantesco dettaglio:
Abbiamo a che fare con i numeri di prodotti narrativi che non hanno un prezzo di copertina, perché, se per vedere una puntata di Amici, o di un reality qualunque, lo spettatore dovesse pagare 2 euro e 50 come per un albo a fumetti, le cose avrebbero una dimensione decisamente diversa.

I nostri conti vengono pagati da persone che scelgono di comprare i nostri fumetti, mentre il tenore di vita da Vip dei Vip, lo pagano tutti, indistintamente, comprando i prodotti reclamizzati durante le pause pubblicitarie.
E’ tempo di smetterla di criticare ciò che viene trasmesso in Tv, a loro non importa.
Iniziamo a criticare i prodotti e le merci che con i loro spot finanziano ciò che viene trasmesso, sono sicuro che attaccare Uomini e Donne in quanto tale, non porta a niente, ma se iniziamo a dire: Non compro più il panno Swiffer perché viene reclamizzato all’interno della tal trasmissione, porterebbe a risultati immediati.
Prendiamoli per le palle, per l’unica cosa che a loro importa davvero, il denaro.
Certo, dovremmo essere in tanti a farlo, e non credo più nel risveglio delle coscienze.

Il successo di un fumetto, è generato dal fumetto stesso.
Per tutto il resto, musica, film, personaggi, eccetera, vale unicamente l’applicazione sull’uomo della Teoria dei Riflessi Condizionati di Pavlov.
Come per i cani.
La reiterazione ossessiva è la chiave del loro successo, è il punto di partenza e di arrivo che trasmigra del media originario e condiziona tutti gli altri, nessuno escluso.
Come per i cani, la ripetizione è la forza, è il segreto del successo dei comici, della canzoncina estiva, del singolo per il Festivalbar, fino al paradosso assoluto di quelli Famosi per essere Famosi.
Vedere l’elemento che trasmigra, sui giornali, sui libri, o sui servizi di Studio Aperto, è l’amplificazione pavloviana dell’indottrinamento, e un monopolio mediatico non può che favorire e amplificare questo processo.

Sento spesso dire:
Prima i mass media si occupavano di fumetti, ne parlavano in Tv e sui giornali, ora non lo fanno più, significa che dopo Pazienza, Pratt, Manara eccetera, non ci sono più dei Grandi Autori.
Non è vero.
Semmai è la prova che dopo gli anni ’80 non ci sono più giornalisti.
Mollica non può fare tutto da solo, e il resto della categoria, al di là delle cinque righe di un comunicato stampa fornito da un’agenzia non riesce ad andare.
Non parlare di fumetti in televisione non significa che il fumetto non ha più autori, ma è oltremodo significativo che in piena crisi di governo, la Parodi, al Tg5 delle 20 intervistasse Elisa di Rivombrosa.
Il disagio è tutto nel giornalismo, non nel fumetto.
Infatti, sulla carta stampata, materiale ormai per pochi, di fumetti se ne parla eccome, ma anche lì, il grande Raffaelli non può mica fare tutto da solo.
Poi, onestamente, ve la immaginate la Praderio, con il suo tono da bambina stupita dal mondo, che fa un servizio su Sandman?

I fumetti vengono letti, anche se non illudiamo i nostri lettori.
Noi non diciamo a nessuno: fidati, prima o poi, forse, se ci provi, puoi diventare anche tu un supereroe, o un disegnatore.

Fateci caso...

6 commenti:

borisbattaglia ha detto...

scusami, caro diego
ma le serie a fumetti (dylan dog tex etc.) non basano la propria forza sulla reiterazione? ovvero la ripetizione di una formula standardizzata e codificata che consoli sempre il lettore e le sue certezze?
Mollica e Raffaelli sono due personaggi per i quali rimpiango la rivoluzione culturale maoista.
sciao
boris

Laura Venturini ha detto...

basta considerare solo bonelli quando si parla di fumetti ragazzi, c'è anche dell'altro ve lo assicuro!
Laura

Diego Cajelli ha detto...

Hola, Boris...
So come la pensi, sono un assiduo lettore del tuo blog.
A tuo modo, anche tu consoli le mie certezze di lettore, a tuo modo, anche tu segui una formula standardizzata.
Cosa ci unisce?
L'essere dei lettori.
E lo scegliere che cosa leggere.
Il concetto di reiterazione che intendo è svicolato dalla scelta, si basa sull'imposizione.
Basta mettere il naso fuori, basta accendere una radio, per sentire mille volte lo stesso brano, o lo stesso spot, o la stessa faccia in tv, o i nomi della tv sui libri.
E' di questo che parlo.
Non dirmi che la soluzione è isolarsi, perchè non ci credo.

Laura, infatti non si parla di Bonelli, ma di fumetti in generale.

Diè!

nanni ha detto...

Per boris: la formula della reiterazione può anche essere utilizzata consapevolmente come cifra stilistica, ma questo sono sicuro che tu non lo metti in dubbio. E poi mi pare che Cajelli parli di reiterazione ossessiva che trasmigra dal media originario, infatti non è un caso se dice "il successo di un fumetto, è generato dal fumetto stesso." Mi sembra strano invece che si debbano andare a cercare lettori in televisione. O meglio, mi sembra un poco mal posta la questione da questo punto di vista o forse andrebbe solo approfondita.
ciao

Diego Cajelli ha detto...

Per Nanni:
Provo a spiegarmi meglio...
Questo è il gioco delle differenze, riflettevo sulle macerie, sopra le quali soltanto il nostro media preferito sopravvive nonostante tutto.
Non credo che sia possibile trovare nuovi lettori con la Tv.

Per Boris, again.
Questa notte pensavo al righello.
Il righello è uno standard per eccellenza.
Non c'è niente di male nel righello, tutto sta nel come lo usi.

Diè!

Anonimo ha detto...

borisbattaglia ragiona da veteromarxista,di quelli che hanno fatto dell'aggettivo "consolatorio" una parolaccia. Associare la parolaccia a "reiterazione" e "standardizzazione" significa non avere capito nulla di secoli e secoli di letteratura popolare, non solo della forza di Tex. Che queste critiche, poi, vengano da sinistra, da quelli che dicono di stare dalla parte del popolo, mi fa incazzare, e non poco. Se la sinistra avesse capito qualcosa di letteratura popolare non avremmo avuto gli autori fighetti che hanno affossato il cinema italiano, né i fumettari fighetti che hanno realizzato per anni storie pretenziose per pochi acculturati intimi, lasciando campo libero e nessuna alternativa allo "standardizzato" Tex.
Michele Medda