lunedì, agosto 29, 2005

Diario Cubano (4)

Prospettiva.
Il fatto che a l’Havana non ci siamo cartelloni pubblicitari inquieta un pochino gli itagliani a spasso.
I manifesti sono politici, visi del Che, frasi di propaganda, slogan contro gli Stati Uniti.
La nostra guida cubana, dice che gli americani sono dei terroristi e sul pullman cala il silenzio.
Io decido che mi sta simpatica.
Il cambio di prospettiva è radicale.
Dai discorsi, non solo della guida, si avverte tantissimo il loro amore per i leader della rivoluzione, l’affetto per Che Guevara , la nostalgia di Camilo Cienfuegos, il rispetto verso Fidel, sono i loro eroi, eroi assoluti, verso i quali nutrono devozione e ne coltivano la memoria.
Il cambio di prospettiva è radicale, ma forse no, cambiano i contenuti ma non la forma.
Loro coltivano in modo ossessivo il ricordo del sorriso del Che, noi quello dell’urlo di Tardelli ai mondiali dell’82.
Loro sono circondati da manifesti di propaganda politica, noi dalla faccia di Megan Gale che ci propone la tariffa più bassa, la loro propaganda, esplicita, direttamente politica, è comunicata in modo frontale, la nostra propaganda è altrettanto politica, nascosta tra le righe, mascherata da altro, ma propaganda rimane.
I nostri oggetti, le nostre rate a tasso zero, sono la nostra politica, non ideologica ma materialista, diretta non da uno stato, ma da una corporation, qualunque essa sia.
Abbiamo barattato gli ideali politici delle classi, con la politica ideale per il singolo, una politica cucita su misura per il doppiopetto blu di un nanetto sorridente.
La dottrina occidentale è così forte, che quasi tutti su questo pullman credono che se a Cuba si sta male sia colpa di Fidel.
In pochi ricordano l’esistenza di un embargo quarantennale, attuato dai padroni del mondo a stelle e strisce.
Loro hanno il culto della personalità, venerano Castro, i rivoluzionari, persone che comunque, si può essere d’accordo o meno sui risultati finali, hanno lottato per i loro ideali.
Anche noi abbiamo il culto della personalità, da Costantino alle Sorelle Lecciso.

Guarapo.
Lourdes, la guida, che mi è diventata più simpatica nel giro di cinque minuti, propone una bevanda tipica cubana, il Guarapo.
Si prende la canna da zucchero, la si strizza per bene con un macchinario apposito, si mette il liquido in un bicchiere con del ghiaccio, si aggiunge limone e Rum e lo si beve in allegria.
Ci sono dei banchetti per strada che te lo fanno, Lourdes ne decanta le lodi, pare sia energetico, stimolante, meglio del Viagra, un toccasana per i corpi cavernosi pigri, adatto se devi fare all’ammore o dei lavori pesanti a quaranta gradi.
E’ una cosa tipica, non esportabile in lattina perché deve essere fresco, fatto al momento.
Siamo in trenta, chi lo prende?
Federica, la guida e forse un altro paio di coraggiosi.
Io all’inizio declino l’invito, non per timori salutisti, ma perché del Rum alle undici del mattino non so se lo reggo.
Poi Fede insiste, dice che devo assolutamente assaggiarlo, è forte?, no… provalo!
Mi faccio coraggio e mi attacco alla cannuccia.
Buono.
Buonissimo.
Sarà una cosa psicologica, ma vi assicuro che ringalluzzisce di più di quella schifezza della Red Bull.
Improvvisamente non sento più caldo, sento solo Barry White.

Souvenir 1
Sono un turista, per cui, lo sapete già, sono per forza un idiota.
Non ho potuto non compare il berretto verde di Fidel, con tanto di stella.
Giusto per rimarcare la mia idiozia, un cubano mi sorride, mi fa il saluto militare e mi dice: Hola, comandante!

I Cammelli.
Autobus di Havana, la motrice di un camion, con attaccato dietro un cassone adattato al trasporto degli esseri umani, ogni zona della città ha il suo colore.
Si sta in piedi.

Sguardi.
I cubani in giro ci guardano strano, come se non riuscissero a decifrare bene Federica e il sottoscritto.
Io il cappello di Fidel l’ho messo nello zaino, per cui non è quello, deve essere qualcos’altro.
Dopo un po’ Fede ha l’illuminazione.
Siamo gli unici turisti a non essere firmati dalla testa ai piedi.

Parco Macchine.
Sulle strade viaggiano delle auto favolose, ormai anche loro parte del paesaggio urbano, tipiche, tenute benissimo, una serie di macchine che avevo visto solo nei film anni ’50 e nei romanzi di Chandler.

Avanti Savoia.
Il Terzo Reggimento della Cavalleria Savoia, un gruppone di torinesi di mezza età, controlla numericamente questa nostra gita a l’Havana.
Sono molti, tipo una quindicina, a guidarli c’è una virago bionda, un donnone uguale a una campionessa di lancio del giavellotto della Germania dell’Est.
Capelli raccolti, mascella in fuori, con perenne espressione schifata, camicia bianca e pantaloni lunghi neri, il marito è dietro di due passi, è una silente appendice, lei abbaia, lui riporta l’osso.
La sento chiedere alla guida: Ma allora, quand’è che muore Fidel?
La mia stima per Lourdes, vedendo che non estrae un machete come avrei fatto io, e che non le dice: Fidel non lo so, ma tu muori adesso, aumenta moltissimo.
Lo schifo che mi percorre la schiena non nasce da motivi politici, non è una questione ideologica, è una questione di semplicissima educazione.
Quell’educazione che ti insegnano alle elementari.

Fotografie.
Per l’itagliano in vacanza sembra essenziale fotografarsi in primo piano, di fianco a qualcosa di tipico, ma in campo stretto, con sorrisi finti e braccia a cavallo di spalle, oggetti e quant’altro.
Non viene ritratto il luogo, gli abitanti del posto, o ciò che si è visto, ma solo la propria presenza, che presumo verrà spiegata a parole durante la visione domenicale delle foto dell’estate.
Se per strada c’è una Santera, in abiti tipici e sigaro, chiaramente è lì per farsi fotografare in cambio di una piccola mancia, l’itagliano non fotografa la Santera e basta, ma zio Mario che sorride accanto alla Santera.
In questo modo, l’immagine diventa una non immagine, quella stessa Santera potrebbe essere a l’Havana, o a Gardaland, non fa differenza, perché non è lei ad essere fotografata, non è il luogo, il panorama, i palazzi, ma zio Mario.
Zio Mario potrebbe essere ovunque, anche in un teatro di posa.

Regalini.
Da casa mi ero portato un casino di penne e le regalo ai bambini che me le chiedono, avevo letto che le biro sono molto preziose, e me ne sono riempito una tasca.
Me le sono portate da casa, ci ho pensato prima, in modo consapevole, portando degli oggetti miei, perché è troppo comodo rubare le marmellate in albergo.
Federica distribuisce sciampi e bagnoschiuma.
La gente arriva, e con gentilezza ti chiede se puoi dargli qualcosa, non ti chiedono mai soldi, ma oggetti, magliette, penne, eccetera…
Arriva una vecchietta di venti kg, con un collare ortopedico e un Euro in mano, mi chiede se posso cambiarglielo con un Peso.
Io le do un Peso, ma non me la sento di prendergli l’Euro, le dico di usarlo per il prossimo turista, la signora insiste, insiste tantissimo, vuole darmi l’Euro, io resisto.
Lei cede, sorride, ringrazia e ve via.
Dopo un po’, finiamo tutti gli oggetti che ci siamo portati a l’Havana e Fede non sa che cosa dare a una signora piuttosto insistente.Ricompare la vecchietta di prima, dice qualcosa tipo: loro sono buoni…
Ci fa una carezzina, i presenti sorridono, accompagnandoci in coda al gruppo.

(continua)

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