mercoledì, luglio 20, 2005

Futanazy 3

Visto che a qualcuno piacciono, grazie!... continuano le avventure del prode Giangiben.
Diamogli un contesto storico, valà, queste sono cose che ho scritto più o meno nel 1997.

- ...non vale la pena di piangere per uno come me, dovevo dirtelo prima che sono
un maniaco ossessivo allergico ai preservativi, e che ho parecchi problemi di comunicazione con me stesso, traduco le emozioni in immagini sbagliate, e il mio volermi sentire felice non combaciava con la realtà dei fatti.
Mentre dico tutto questo, in verità penso alle Micro Machines, a come le facevo scivolare lungo il suo seno fin giù verso il pancino, penso al suo odore e al modo che ha di piegare la testa, strozzo un magone nascente, assorbo un litro di dolore puro e lo caccio in fondo alla gamba sinistra, nel pollicione del piede, dove so che rimarrà in agguato fino a stanotte tardi, e allora mi si riproponerà come la polenta taragna.
Poi mi ricordo che sono un bastardo, riportami alla macchina per favore.
Silenzio e tragitto.
Asfalto bagnato e curve.
Dopo un po’ di niente le si riaccende il verbo e dice:
- Hai visto quanto è piovuto nei giorni scorsi?
Collasso nucleico di stelle nane, maccomecazzo può uscirsene con una frase così?
Certo, potrebbe essere un tentativo di tregua, per passare meno gelidamente i prossimi dieci minuti ma nel mio intimo avanza una supernova emotiva che mi prende i busecchi e li rintorcina a mò di treccia, compaiono davanti ai miei occhi i California Dream Men in perizoma che cantano Obladì Obladà, a metà del ritornello mi dicono che il suo è un modo per sdrammatizzare e per portare la discussione su lidi più frivoli.
Allora mi frugo in tasca, ma ho dimenticato a casa gli occhiali con attaccati i baffi di Groucho Marx, ho però un Kazoo rosso con il quale eseguo per intero la sigla di Jeeg Robot d’Acciaio, lei non apprezza e mi guarda malissimo per tutta la seguente discesa.
Il più gonfio dei California mi suggerisce di dire:
- Sì, ha piovuto un casino
Capisco che è l’argomento giusto, rimetto in tasca il Kazoo e aggiungo:
- Ma proprio tanto.
- Ma proprio tanto tanto tanto
E lei allora mi guarda, e ha tutte le ragioni per definirmi imbecille.
Posso fare ben poche cose per peggiorare la situazione, potrei dirle che scrivere lettere d’amore per me è facile come sputare i semini dell’anguria e di non prendere troppo sul serio quelle cose là, potrei dirle che mi piacerebbe per una volta farmi la barba con un coltello Bowie da caccia grossa, potrei dirle che mi dispiace che finisca così tra noi due.
Ma non ce la faccio e dunque non favello.
Rimango silente e allargo la mia aura percettiva, lei sta pensando a come pettinava la sua Barbie quando aveva 9 anni, i lunghi capelli biondoplastica della Barbie e al pettinino verde, pettina pettina e guida verso il postaccio dove ho mollato la macchina.
Io guardo fuori, i California Dream Man sono spariti, ora aggrappato al finestrino come una Remora c’è Paolo Valenti che mi ricorda che siamo alla mezz’ora del secondo tempo e non mi rimane molto per fare goal.
Goal.
Cazzo vuol dire Paolo?
Vuol dire lasciare almeno un buon ricordo di te imbecille!
Ha ragione, mi volto verso Patrizia, che ormai ha messo la freccia a destra e si sta dirigendo verso la mia macchina parcheggiata vicino alle mura della città.
Scendo automaticamente, come in quella puntata di Star Trek in cui rubano il cervello a Spok e il Dott. Mc Coy lo muove col telecomando.
Sbatto la porta pensando ad una frase carina da dirle, un addio carino simpatico da scrivere sul diario di Holly Hobbie.
Giro attorno alla sua macchina, sono di fronte a lei, pronto, riallaccio i contatti con la zona del linguaggio, mi aziono in modalità addio carino e simpatico.
Ma qualcosa non va.
- Peccato, io sono il meglio che ti poteva capitare.
Un esubero di testosterone ha modificato il mio equalizzatore comportamentale, dovevo aspettarmelo e metterci almeno un cazzo di relè, sento la mia voce pronunciare quella frase e non credo alle mie recchie, ho praticamente parlato con la minchia quando dovevo esclusivamente adoperare un normativo verbo celebrale.
Ella si offende, mi fancula e sgomma via.
Rimango a guardare i fanalini di coda della sua macchina che spariscono nella bruma, con lo stesso sguardo di una popolazione tribale del Borneo che vede atterrare un cargo.
Sbuffo, mi guardo attorno ma non c’è nessuno, tantovale non piangere allora.
Salgo sulla mia macchina, c’è odore di patate lesse e metano, metto in moto, frugo tra le cassette per cercare una colonna sonora adatta, infilo un cantautore messicano e ingrano la prima.
Il sole sta tramontando, il soffitto si fa sempre più viola, ne approfitto per fare il punto della situazione.
Ho quasi trent’anni, mi chiamo Giangiben Futanazy, ho incredibili poteri paranormali, sono a 40 km da casa e sono di nuovo senza fidanzata.

(continua)

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