lunedì, novembre 15, 2004

Fuori dal Limbo

Nel mio computer ci sono delle storie.
Alcune crescono, evolvono, diventano grandi ed escono di casa, portandosi dietro un senso più o meno compiuto, un inizio e una fine, magari alcune delle storie che escono dal mio computer qualcuno le legge e gli piacciono anche.
Altre rimangono dentro, a volte si trasformano in qualcos’altro, regalano parti di loro ad altre storie, perché buttare via la roba è un peccato, altre storie invece, non c’è proprio verso di farle crescere, non si riesce a portarle ad una degna conclusione.
Allora rimangono dentro al mio computer, mi osservano con i loro occhioni tristi e mi fanno sentire in colpa.
Ieri notte nel mio computer c’è stata un assemblea, le storie nel Limbo hanno formato un collettivo, e dopo un corteo di protesta dalla loro cartella al desktop un loro delegato è venuto a parlarmi mentre bevevo il caffè.
Vogliono uscire, farsi vedere, sono stufe di rimanere in archivio, io ho cercato di spiegargli che era impossibile, perché non avevano una fine, non avevano una parte centrale, e molte di loro non avevano nemmeno un plot, ma il loro delegato mi ha esposto una tesi di fronte alla quale sono ceduto.
Il delegato mi ha detto: “ L’assenza di una fine, la mancanza di un plot, l’essere incompiute creano paradossalmente gli elementi che mancano, ovvero, nella nostra incompletezza c’è la nostra coerenza, bastardo!”.
Vediamo se è vero, ne ho unite un paio, senza aggiungere nulla, cambiando un po' i caratteri quando cambia la storia, il risultato è strano, sembra quasi un lavoro metatestuale fatto apposta, tipo che se fossimo negli anni '60 forse, qualcuno comprerebbe un libro scritto così...
Ma io poi dovrei sparare a mia moglie in Messico.


Era successo e io non potevo farci niente.
Il Capitano Kirk mi guardava con aria severa dalla porta della cucina, manifestava il suo disappunto scuotendo il capoccione, sapevo quello che avrebbe voluto dirmi, me lo diceva sempre in casi come questo, anche se era la prima volta che la situazione assumeva toni tanto gravi.
Conoscevo il mio capitano, avrebbe esordito dicendo che era il responsabile della vita di quattrocento persone a bordo dell’Enterprise e che lui, mai e poi mai avrebbe permesso una cosa simile, avrebbe tirato dentro la pancetta con un respiro, si sarebbe lisciato la sua uniforme verdina e poi, contro il parere di tutti, Bones compreso, sarebbe andato avanti a testa bassa.
Lui si.
Ma io no.
La disapprovazione di Kirk mi bruciava sulla nuca assieme al suo sguardo, io andavo avanti ad avvitare la mia Moka senza avere il coraggio di rivolgermi al capitano, potevo cercare di scusarmi in qualche modo, dicendogli che io sono soltanto un normalissimo trentenne e non ho mai partecipato al rito del Fal Tor Pan, non ho mai comandato un’astronave di classe Galaxy e soprattutto non ho mai limonato con una centralinista spaziale di colore.
Sapevo che non mi avrebbe ascoltato, allora avvitavo la Moka in silenzio, preparandomi il primo caffè del giorno, non uno qualsiasi, ma il giorno che io stesso avevo battezzato Giorno della Bandiera Bianca nel momento stesso in cui avevo messo il mio piedino giù dal letto.
Quel giorno avevo deciso di arrendermi, questo era il motivo dell’incazzatura di Kirk.
Prima o poi quel momento arriva, quanto ti senti più stanco di un Legionario che ha attraversato il deserto a piedi nudi, camminando al contrario, cantando a ripetizione una vecchia canzone di Gianni Togni, facendo un saltino ogni tre passi e con da bere solo e soltanto l’acqua dei broccoli.
Basta.
Fine.
Avevo deciso di sventolare la bandierina bianca, fottendomene dei ponti e sventolandola dove mi capitava.
Andrea andò a dormire, e come tutte le notti sognò Lee Harvey Oswald.
Si ritrovarono insieme, di fronte alla finestra del deposito di libri della Texas School, e parlarono un po’ dei bei vecchi tempi andati
.
Demetrios Fuller si svegliò alle undici e mezza di mattina con la bocca piena di sabbia, a svegliarlo fu un pallone rosso e giallo che lo colpì in testa.
Demetrios Fuller si svegliò, scoprendo di essere a Maritaba Beach di fronte a un bambino di otto anni con un costumino blu.
Il pupo voleva il suo pallone, ci mise un po’ per capirlo, grugnì e con il dorso della mano spinse la palla verso il ragazzino, il marmocchio la prese e corse via, tirando poi calci al suo pallone sulla spiaggia deserta.
Demetrios Fuller si mise a sedere, sputò un po’ della sabbia che aveva in bocca e si guardò intorno massaggiandosi il collo indolenzito, vide la sua macchina
parcheggiata lungo la strada, scosse la testa cercando di svegliarsi e di ricordare come mai aveva passato la notte in spiaggia, si alzò da terra non trovando risposte.
Non bastava uno stuzzicadenti per muovere il fango.
Ci voleva una bomba.
Quel giorno, Dio, Satana, Gianni Pavia e Maciste decisero di attaccare la Kamchakta dalla Cita.
Lo so che è assurdo, ma come diceva Orwell, In un periodo di falsità universale, dire la verità è un'azione rivoluzionaria.


2 commenti:

Anonimo ha detto...

Com'è bello girare per la tua testa, Zio Diego. Fai delle capriole così belle, nel blog come nella tua carriera, che capisco le radici profonde della mia ammirazione per te.
Questo Venerdì ci riuscirà finalmente di pranzare con i soci, e di parlare di AW?

michele.

Anonimo ha detto...

chi è Gianni Pavia?