venerdì, aprile 18, 2014

Quando mi chiamano i Call Center



- Salve, casa Cajelli?
- Sì?
- Qual è il suo operatore telefonico?
- Omni Consumer Product
- Come?
- La Ocp.
- Eh?
- Stanno a Detroit, hanno costruito anche Robocop.

- Buongiorno, chiamo da GasFree, conosce le nostre offerte?
- Sono azionista di Gazprom (imitando un forte accento russo)

- Buongiorno, vuole risparmiare sulla bolletta telefonica?
- No.
- Quanto paga ora?
- Seicento euro al mese.
- Come mai così tanto?
- Sono un miliardario eccentrico

- Salve, la chiamo per le nuove opportunità della rete elettrica libera.
- Sono Amish, non usiamo la tecnologia.

- Buongiorno, chiamo da Telecom
- Ecco perché la sento così male!

- Buongiorno, chiamo da Telecom, lei che in passato è stato nostro cliente…
- No, mi dispiace, ma non sono mai stato vostro cliente…
- Come si trova con il suo attuale operatore?
- Benissimo. Ma se la pagano al minuto, possiamo stare al telefono un po’… Mi sento così solo…

- Buongiorno, ha mai pensato di usufruire di una casa in multiproprietà?
- No. Però penso spesso se il cavallo è davvero contento di portare qualcuno sulla groppa.

- Ma le nostre offerte sono davvero vantaggiose!
- Capisco, ma non mi interessa!
- Ma perché?!
- E’ la vita… Che cosa ci vuole fare…

- Buongiorno, chiamo da Telecom, lei che in passato è stato nostro cliente…
- No, mi dispiace, ma non sono mai stato vostro cliente…
- L’offerta è valida lo stesso!
- Ma se è un offerta di rientro per i vecchi clienti, come fa a essere valida anche se non sono mai stato vostro cliente?
- Un modo lo troviamo.
- Allora ve bene. Voglio tutto gratis.
- Non si può.
- Vedrà che con un po’ di impegno un modo lo troviamo.

- Buonasera, chiamo da...
- Shalamacookie!
- Scusi?
- Shalamacookie!
- Io non...
- Shama lama ding dong! Avanti, tutti assieme!

- Chiamo da Enel...
- Conosce Mario?
- Mi scusi?
- Conosce Mario? Lavora lì anche lui?
- Ma...
- Si, su una piattaforma offshore al lago del mare del Nord... Se lo vede ne lo saluti!

- Buonasera! Lei tiene sotto controllo la sua forma?
- Che forma?
- Quella fisica!
- Oh, sì. La tengo sempre sotto controllo, non cambia mai. Sono sempre rotondo.

- Salve, vuole aggiungere al suo abbonamento anche tre SIM e tre cellulari nuovi?
- No. Però se si può aggiungere un volo per Londra lo prendo volentieri.
- Eh.... Anche io.
- Hai vinto.

giovedì, aprile 17, 2014

La storia della mia storia su Splatter.


Due premesse.
Uno: la foto vale anche come tardiva maglietta del lunedì.
Due: Non so quando uscirà questa storia, è appena appena stata messa in lavorazione.

Splatter, la rivista horror che più horror non si può, è tornata alla luce. Nello specifico il nuovo numero 1 è stato presentato alla scorsa Lucca Comics, e l’avventura editoriale della mitica rivista Nu Horror italiana sta procedendo con la sua consueta scia di sangue e frattaglie.
Tra il 1989 e il 1991 Splatter (e l’empio gemello: Mostri) erano le letture obbligate per tutti gli sbarbi come me appassionati di fumetti.
Ai tempi furono un grande successo editoriale, con tanto di cloni scarsetti, penetrazione maiuscole nell'immaginario collettivo e interrogazioni parlamentari per interrogarsi sugli aspetti più violenti presenti in quelle pagine.
Se vuoi fare fumetti, prima, i fumetti devi leggerli. E io li leggevo, a tonnellate.
Poi, destino mannaro, con un numero di Splatter nello zainetto, nel 1990 frequento un corso di sceneggiatura alla Scuola del Fumetto, capisco che cosa voglio fare da grande e poi il resto della mia biografia diciamo che più o meno lo sai.
Quando Splatter riapre, il suo oscuro curatore: Paolo Di Orazio, mi chiede se voglio collaborare con loro. E a me si apre un file di memoria nel mio cerebro.
Nel 1991 io avevo scritto delle storie per, definiamolo così, lo Splatter che fu.
Erano le prime sceneggiature che facevo, subito dopo il corso della Scuola.
Le inviai alla redazione e mi chiamarono anche.
Mi dissero che erano buone, ma purtroppo, stavano chiudendo i battenti.
Da un lato ero contento, dall’altro ero parecchio incarognito. Chiudeva una delle mie riviste preferite che avrebbe pubblicato un mio fumetto.
Dopo un pomeriggio di sbuffi e depressione, andai avanti a tentare di fare il lavoro che avevo scelto di fare.
Passano più di vent’anni e mi ritrovo a parlare di nuovo di Splatter, di una mia possibile collaborazione.
A Paolo dico: Sai che ai tempi avevo scritto delle sceneggiature per Splatter? Sono sicuro di averle ancora da qualche parte. Le trovo, le rileggo, se le reputo ancora valide, te le mando!
Nel 1991 avevo vent’anni vivevo ancora a casa con i miei. Per scrivere usavo una archeologica macchina da scrivere, questa qui:


Analogico assoluto. Carta, nastro di inchiostro e bianchetto per correggere.
Io non butto via (quasi) niente. Per cui, da qualche parte, in qualche scatolone, in qualche archivio, quelle storie ci sono. L’unico problema è capire dove.
In questi mesi ho esplorato cantine e solai. Ho infilato la testa tra la polvere e le ragnatele, al buio. Sia a casa dei miei, sia a casa mia, tra cantina box e magazzini.
Niente.
Quelle storie lì, quelle scritte con l’Olivetti Lettera 35 non le trovavo.
Avevo ritrovato tutto il cartaceo che avevo prodotto negli anni.
I racconti horror scritti a mano alle medie, quelli scritti a mano alle superiori, tutto quello che avevo scritto con la macchina da scrivere elettrica, nell’interegno tra la Olivetti e il mio primo Pc. Un Compaq Presario arrivato nel 1995.
Niente.
Le storie per Splatter non le trovavo.
Poi, un bel giorno, in uno scatolone senza etichette…
Eccole.


Sono quattro. Le rileggo, secondo me di buone ce ne sono due.
Anzi. Seccondo me  a vent'anni scrivevo meglio di adesso.
Decido di tenerle così come sono. Non cambio nulla, non correggo, mi limito a fotocopiarle.
Le porto a Paolo quando vado a Romics per le questioni di Rubio.
Lui, felice, riceve il plico con gli occhi che gli brillano.
Delle storie per Splatter, inedite, originali degli anni '90. Scritte nel pieno del mood splatteriano, originali negli itenti, figlie di quel periodo lì e di quello che si respirava e viveva in quel periodo lì.
Ne è felicissimo.
Gli piace un sacco anche tutta la la storia che c'è dietro a quelle storie, insomma le leggerà e mi farà sapere.
Mi chiama il lunedì successivo.
Non ti dico che cosa ci siamo detti in quella telefonata, sono cose personali, sono questioni di stima reciproca, di cose che fanno benissimo all'ego. Parole che ogni tanto serve sentire, per poter andare avanti a fare questo lavoro con animo più sereno.
Si dice stupefatto, ma nanche tanto, visto quello che ho fatto dopo, di come scrivevo a vent'anni.
Fatto sta che di quelle due storie abbiamo deciso di metterne in lavorazione una, con variazioni minime.
In un certo senso è un cerchio horror che si chiude.
Quindi, a breve, potrai leggere una delle primissime storie a fumetti che ho scritto nella mia vita, uno spaccato del Cajelli vent'enne e di tutto quello che mi si muoveva dentro.
E fa paura, per tantissimi motivi diversi, ma avremo tempo di parlarne quando l'avrai letta.

martedì, aprile 15, 2014

Manu Chao mi fa male.


È successo ancora. Un paio di giorni fa. Nell’autoradio parte Bongo Bong e io mi ritrovo con gli occhi pieni di lacrime. Mi ritrovo a dover combattere contro un feroce groppo alla gola.
Ho messo la freccia, ho accostato. Mi sono asciugato le guance, ho tirato un sospiro e ho spento la radio.
Non riesco più ad ascoltare Manu Chao.
Non resisto con quella vaccata di Me Gustas Tu, figurati con Welcome to Tijuana.
No, non ce la faccio, fa troppo male.
Manu Chao, una volta, era sempre nell’aria. Manu Chao, una volta, quando credevamo che un altro tipo di mondo fosse possibile era suonato ovunque. Tra la fine degli anni novanta e i primi anni del duemila. Si sentiva nei concerti prima che salissero i gruppi, ai festival, nei centri sociali, a Radio Popolare, nelle cascine, in Scaldasole, nei mercatini...
Clandestino, tutto l’album a ruota. Più volte. Manu Chao e infradito, mariagiovanna, pantaloni corti e le zanzare sataniche di Monluè.
Si sentiva così tanto che, alla fine, mi stava anche un po’ sul cazzo perché il troppo storpia.
Adesso invece, magone e dolore pantagruelici.
Manu Chao, per me, è la colonna sonora del massacro di Genova.
Manu Chao, per me, è la musica del Titanic che affonda, è il soundtrack di tutto quello in cui credevamo, giusto o sbagliato che fosse, fatto poi a pezzi e trasformato in quello che abbiamo adesso.
Il suono, profondo, ipnotico e devastante di una sconfitta totale, senza aver ottenuto nemmeno l’onore delle armi.
La resa, la fuga, il raccogliere i pezzi. L'adattarsi, il digitalizzarsi, il cercare e il non trovare.
Mai.
Non è la melanconia di quanto era bello quando eravamo giovani, apperò, musica come testimone della trasformazione da idealisti cenciosi in borghesotti urbanizzati.
Per niente.
Sono le note di una marcia che diventa oscena e funebre, che passa per Genova, attraversa l’undici settembre, e rotola per i dieci anni successivi. Anni che, mentre ascoltavamo Manu Chao, non immaginavamo così.
Proprio per niente.
Nobody'd like to be in my place instead of me.
Cause nobody go crazy when I'm bangin' on my boogie.

Sono il sogno proibito delle signore di una certa età.


Chi mi segue da un po' di tempo lo sa. Spesso vengo importunato dalle sciure.
L’ho raccontato qui, qui e anche qui.
Dato che in casa quello che porta la gonna sono io, la spesa e l’approvvigionamento viveri sono a carico del sottoscritto. Quindi sono io che, settimanalmente, mi reco al super rendendomi vulnerabile al marpionaggio delle signore.
L’ultima volta, l’altro giorno, galeotte furono le zucchine.
Seguendo il manuale del cuoco perfetto, le zucchine le scelgo sempre piccole. Più piccole sono meglio è, perché contengono meno acqua, e il sapore è più zucchinoso.
(Parentesi: le zucchine grosse le prendo solo e soltanto se devo scavarle, trasformandole in pseudo-maki da farcire.)
Sono metodico nella scelta delle zucchine. Indosso il mio guanto e mi metto lì, con calma, a sceglierle una per una.
Anche l’altro giorno. Come sempre quando si tratta di zucchine, ero lì che svolgevo la mia operazione con la necessaria lenta precisione.
- Come mai le sceglie così piccole?
Dice una voce alla mia destra.
Mi volto. Di fronte a me c’è Catwoman. O meglio, c’è la zia di Catwoman che nel frattempo lavora alle giostre come bigliettaia.
Sciura tra i sessanta e i sessanta cinque, inguainata in una gonna in similpelle e una camicetta nera. Aperta con consapevole dolo sul petto. Forse ha sbagliato le taglie perché i vestiti le calzano come la buccia di un Brätwurst.
Trucco nero, labbroni, orecchini penduli. Mi scappa lo sguardo nella scollatura, dove intravedo un tatuaggio non ben identificabile sbucare dai pizzi della lingerie. Nera come la camicia.
- Scusi?
Rispondo, immemore delle mie esperienze precedenti.
- Le zucchine. Come mai le prende così piccole?
- Ah. È che più sono piccole, più sono buone…
Sto per spiegare le regole del manuale del cuoco perfetto in materia di zucchine, ma la Catwoman delle giostre mi sorride, allunga una mano dotata di artigli e prende una zucchina fasato plasma calibro 40-0.
- A me piacciono grosse.
Ha in mano una zucchina mutante, grossa come l'avambraccio di un ragazzino.
La soppesa, la stringe, e mi guarda.
- Mi sono sempre piaciute quelle grosse.
Fossimo in un film dei fratelli Farrelly farebbe un pompino alla zucchina, ma in realtà fa di peggio. Non lo fa, ma è come se lo facesse.
Lo sottointende.
Mi lancia quell’immagine mentale e sta lì, a guardarmi negli occhi con un sorriso appoggiato sui labbroni e la zucchina in mano.
Io vorrei dirle che, comunque sia, il mio attrezzo non ha le dimensioni di quella zucchina gigante. Vorrei dirle che se ce l’avessi davvero così grosso farei il pornodivo e non i fumetti.
Consapevole di tradire le sue aspettative, la saluto e scappo in silenzio, pavido, verso il banco dei latticini.
Però mi riprometto una cosa. La prossima volta che vengo abbordato al super andrò fino in fondo.
Voglio vedere che cosa succede.
Sono stufo di raccontare il pre, voglio raccontare il post.
Tutto sta nell'ottenere il permesso di Ladyzilla.


lunedì, aprile 14, 2014

House of Cards, i primi due episodi.


C’è Kevin Spacey che fa Kevin Spacey. E va bene, eh, ci mancherebbe.
C’è anche Robin Wright non più Penn, che fa sua moglie. E poi ci sono gli altri, tra cui Fincher che produce e dirige i primi due episodi. La serie è scritta da Beau Willimon, che mi dicono essere drammaturgo e non semplice sceneggiatore.
E si vede.
Prima cosa: Kevin Spacey rompe la quarta parete e si rivolge al pubblico, televisivamente è molto Brecht e molto poco: La casa di Topolino. Accettare la metafinzione della rottura della quarta parete, un luogo narrativo-televisivo dove Kevin che parla con me coesiste con le risate registrate di Big Bang Theory, se ci pensi, è roba da far saltare i neurorecettori.
Seconda cosa: la politica americana. Come mi è già successo vedendo Lie To Me, la gestione dell’opinione pubblica, del giornalismo e di tutti gli annessi e connessi alla politica americana, vista da me, italiano post bunga bunga, fa ridere un sacco.
In modo amaro.
Siamo in un contesto politico dove basta dire la parola sbagliata in pubblico per giocarsi completamente la carriera.
Io, italiano post fuga in Libano, post servizio qualunque di Report, post olgettine, post scandalo quello che ti pare, la politica americana delle serie televisive la percepisco come un fantasy per 12enni.
Credo che per loro sia una questione di credibilità con l’elettorato ammerigano.
Mi rendo conto ora che: “credibilità con l’elettorato” in un contesto politico come il nostro dove ci sono i grillini vada oltre il fantasy. Siamo, più o meno, nella fantascienza sperimentale, ma tipo che Greg Egan in confronto è un banalotto romanziere cyberpunk da self publishing.
House of Cards, sulla carta, parla degli intrighi e dei complotti della politica. Dei giri e degli intrallazzi che ci sono dietro, davanti, di fianco, sopra e sotto la politica. Quella vera.
La politica deve proprio essere una brutta bestia, visto che questa è la versione americana di una serie inglese. Una bruttabestia adattabile e franchisabile.
Ma la vera forza della serie non sta nello scoprire l’acqua calda. Non è nell’intrallazzo, nei giochi di potere o nel mondo delle strette di mano, dei sorrisi e delle pugnalate.
House of Cards muove delle leve molto più psicologiche che politiche. Lavora su un aspetto universale, umano, quasi quotidiano.
Lascia perdere il contesto, dimenticati i partiti, il presidente, il congresso e Washington DC.
House of Cards parla di un uomo che non ha avuto ciò che gli era stato promesso.
La promessa può essere fatta dalla vita o dalle persone, non importa.
Quello che conta è la mancata realizzazione.
House of Cards parla di quello che ti succede dentro quando viene scelto un altro al tuo posto. Per fare qualsiasi-cosa, non soltanto il segretario di stato.
Parla delle tue aspettative che vengono tradite, del successo ottenuto da qualcuno che non sei tu.
Questa situazione è capitata a tutti. Nessuno escluso.
Ecco perché l’immedesimazione con Spacey-Perdente è così forte. Trascende il contesto narrativo, è una partecipazione empatica, umana, umorale e intima.
Poi, ovviamente, come è giusto che sia, arriva il lato aspirazionale.
Perché Spacey è si un perdente, come uno di noi, ma è al tempo stesso anche un uomo di potere e di grande esperienza.
Spacey decide di riversare la sua tremenda vendetta contro chi l’ha tradito.
Ma no, non è esatto. Non è nemmeno un tradimento vero e proprio. Hanno scelto un altro, tutto qui. Hanno cambiato idea. Capita. No?
Eh, sì, che ci vuoi fare, sarà per un'altra volta.
Un'altra volta un cazzo.
Spacey decide di riversare la sua tremenda vendetta contro chi ha scelto di mettere un qualcun’altro nel posto che voleva lui.
E anche qui. Fai tu i tuoi parallelismi. Politica, vita, professione, carriera, quel che ti pare.
Nella serie l’elemento aspirazionale diventa colossale perché, se è vero che tutti noi ci siamo trovati nella posizione di Spacey, è anche vero che in pochi o nessuno avevano il potere necessario per vendicarsi.
Spacey ce l’ha. Eccome se ce l’ha.
Inizia a farlo, con risultati immediati, a metà del primo episodio.
Sono curioso di vedere che cosa combina nei 13 episodi che compongono la prima stagione.
Comunque, non mi si dica che basta mettere una star di Hollywood per fare una buona serie televisiva. C'è Robin Williams in The Crazy Ones a dimostrare l'esatto contrario.


Alcuni tipi di Ford.



Devo sbrigarmi a postare queste cose prima che finiscano nella homepage del Corrierone.

Ristabilire un certo ordine.



Io ci ho provato. Giuro. Sono mesi che provo a fare quello serio, quello che non perde tempo e si concentra sulle priori priorità.
Sono mesi che ho mollato il blog, a favore delle scadenze lavorative, dei triboli e degli altri impegni.
Il risultato?
Sono comunque in ritardo su tutte le consegne, sono circondato da triboli e rimbalzo tra gli impegni come una trottola pazzerella.
Quindi non aggiornare il blogghe non serve. Servirebbe altro, tipo che vi fermate tutti per un po’ e mi date il tempo di finire le cose che devo finire, così poi posso raggiungervi.
Un topolino che nuota freneticamente nel latte fino a trasformarlo in burro.
Ecco come mi sento.
In altri momenti mi ricorderei anche da quale film è presa la citazione qui sopra, ma adesso la mia memoria è intasata da altri elementi.
Però mi sono accorto di una cosa.
Mi sono accorto che, tempo fa, quando avevo altre priorità, scrivere il blog era un po’ come scaldare i motori. Era come fare un giro di pista prima della gara.
Scrivevo, entravo in modalità writing e dopo aver scritto il post mi buttavo sul da fare con vigore e diti supersonici sulla tastiera.
In questo periodo di non-blog carburare sul lavoro è stato un impegno titanico.
Quindi, la decisione è semplice.
Ristabiliamo un certo ordine.
Se scrivere il pezzo per il blog mi serve per scrivere tutto il resto, quell’esercizio, quello scaldare i motori della scrittura diventa una sorta di priorità.
Tanto, ritardo per ritardo, è meglio essere in ritardo raccontando qualcosa a qualcuno che esserlo e basta.

martedì, marzo 11, 2014

T-Shirt del LuneMartedì,16



Ieri ero incasinato, quindi... Facciamo il lunemartedì.
Questa è facile facile.
Però, non è una bella maglietta perchè la stampa è cialtrona. L'ho fotografata al volo perchè tra un paio di giorni si smonta da sola.

venerdì, marzo 07, 2014

Un paio di cose sul fumetto di Chef Rubio...


Prima di tutto, segnati questo appuntamento per Sabato 8 marzo.
Mantova Comics e Games
Sala conferenze
Ore 12.00: STAR POWER
Star Comics presenta le ultime novità manga e l’imminente graphic novel di Chef Rubio: Food Fighter.
Parleremo del volume, eccetera ecceterone.

Poi…
Di questo mio nuovo progetto se ne sta parlando un bel po’, se ne sono occupate sia le testate specializzate in fumetti, sia quelle no. Ne hanno parlato nei forum dedicati ai fumetti e anche in quelli no.
Sorpresa!
Pare che questo progetto interessi di più quelli che di solito i fumetti NON li leggono, piuttosto che i lettori/critici/appassionati/esperti di fumetto.
Vedremo se questo interesse si tradurrà in qualcosa di più di un semplice: “figo, mi piace!”
Per quanto riguarda la storia, senza spoilerare nulla, posso dirti che:

Non sarà la versione a fumetti di Unti e Bisunti.

Come sempre, dato che mi piace complicarmi la vita, ho fatto un esperimento narrativo.
Ho trattato il personaggio di Chef Rubio come se fosse un archetipo letterario coniugabile.
L’ho inserito su una trama originale e inedita, di genere, con tutte le connotazioni del caso.
Un personaggio già ben caratterizzato, ben connotato, avviato e riconoscibile come Chef Rubio, può reggere sulle sue spalle una storia avventurosa, una storia tipicamente da comics?
Secondo me si.
Ecco perché, da un certo punto di vista, allargando la fruizione di quello che vedi in tivvù, questo fumetto è paragonabile ad un what-if.
Che cosa succederebbe se il personaggio/persona Chef Rubio fosse coinvolto in una tremenda cospirazione industrial/alimentare?
La risposta è nelle 142 pagine di Chef Rubio-Food Fighter.

Il fumetto, come toni e mood narrativo, è a metà tra 007 e Zoolander.
Il che non significa che dentro ci sono delle scene copiate da Zoolander o da 007. E’ bene evidenziarlo, visti i tempi idioti in cui viviamo.
Ho detto toni.

Le 4 ricette presenti nel volume le ha indicate espressamente Chef Rubio.

Alcune caratteristiche e alcuni “rapporti” del suo alter ego di carta, li ha indicati proprio Chef Rubio.

Io ho in tasca un diploma da Chef Amatoriale. L’ho conseguito un paio di anni fa.
Con Rubio ci siamo capiti al volo, parliamo più o meno la stessa lingua.

Oggi, nel 2014, il cibo, l’alimentazione, la cucina, sono al centro dell’attenzione culturale di questo paese. Ti pare che un fumetto sulla cucina, il cibo e l’alimentazione sia da prendere sottogamba o da fare così, tanto per fare?

Il cibo è racconto. Lo è sempre stato.
Attraverso il cibo puoi raccontare tutto quello che vuoi.

La trama di Chef Rubio- Food Fighter è forse il plot più socialmente critico che io abbia mai scritto.
Non verrà mai capito perché uso l’ironia.

Attenzione!
Sto per darti una chiave di lettura.
Il cattivo della storia si chiama: Erich Luigino Canfora.
Ed ecco che il volume diventa un meta fumetto sul meta meta fumetto.

La cover l’ha realizzata il prode Andrea Meloni, ne abbiamo discusso parecchio assieme e alla fine, con lo zampino dell’altrettanto prode grafico della Star Comics è uscita proprio come a volevo: in stile manifesto cinematografico di 007 anni 70/80.

Ai disegni c’è Enza Fontana, erano parecchi anni che volevamo lavorare assieme.

Le 4 ricette sono disegnate con un stile diverso dal resto del fumetto e sono opera di Giuseppe Lo Bocchiaro.

Squadra che vince non si cambia, a darmi una mano con la sceneggiatura c’è il mio fido braccio destro Stefano Ascari.

Se ti interessa, clicca qui che c'è una mia intervista su RDS dove parlo del progetto.