mercoledì, aprile 23, 2014

Una domanda...


Una volta...


Una volta, la prima volta che sono andato ad Angoulême, ho incontrato Moebius in cartoleria. Comprava dei pennelli.

Una volta, la prima volta che sono andato a Lucca Comics, ho incontrato Milazzo in cartoleria. Faceva delle fotocopie.

Una volta, a Londra, ho aiutato un tassista abusivo a programmare il navigatore perché non sapeva le strade.

Una volta, quando si usava ancora la carta, è venuto un corriere della casa editrice a prendere la sceneggiatura che dovevo consegnare. Avevo fatto nottata, non ero ancora andato a letto e la casa era uno schifo. Non dimenticherò mai lo sguardo carico di rimprovero e disappunto di quel signore.

Una volta, conoscevo uno che veniva chiamato: Lo Scienziato, per dei motivi penalmente perseguibili che qui non dirò.

Una volta suonavo il basso.

Una volta avevo una Vespa. Una delle prime con il cambio automatico, comprata usata.
La partenza da fermo era così problematica che dovevo spingere con i piedi.

Una volta, era forse il 93 o il 94, sono andato a trovare un amico e gli ho riempito una parete di Post It su cui avevo scritto dei memo surreali tipo: ricordati di cambiare l’acqua all’ippogrifo, o: dopodomani cade la scacchiera. Ho consumato un blocchetto intero.

Una volta mi sono addormentato al decollo al JFK e mi sono risvegliato a Madrid, con una fame titanica, incazzato nero perché non mi avevano svegliato per la cena.

Una volta ho trovato per terra cinquemilalire e le ho spese tutte in sala giochi con Operation Wolf. Anni dopo, ho giocato ancora a Operation Wolf e l’ho terminato con un unico gettone.

Una volta ho mangiato quello che a me sembrava un barattolo di trippa del discount, ho notato dopo il pastore tedesco che c’era sull’etichetta.

Una volta una che filavo ha preferito limonare con uno che di cognome faceva Gobbo.
Ha condizionato parecchio la mia adolescenza.

Una volta avevo un soprannome e in pochissimi conoscevano il mio nome e tantomeno il mio cognome. Ecco perché ho la fedina penale pulita.

Una volta, la mia macchina preferita, quella che avrei voluto comprarmi da grande, era la Ford Capri.

Una volta, a militare, ho massacrato di botte uno perché, per noia, aveva ucciso un cagnolino randagio usando una pala.
Programmai l’agguato con cura e il bastardo non fu mai in grado di riconoscere il suo aggressore.

Una volta ho accettato un lavoro dicendo di sapere benissimo l’inglese.
L’inglese l’ho imparato facendo quel lavoro.

Una volta ho tenuto un segreto così a lungo che alla fine non me lo ricordo neanche più.

Una volta dormivo di giorno e lavoravo e vivevo di notte. Dicevo di seguire il fuso orario indonesiano.

Una volta, per scherzo, ho abbonato un mio compagno di classe a tutto quello a cui potevo abbonarlo inviando cartoline prestampate, indicando il suo nome, il suo cognome e il suo indirizzo.
Sono passati quasi trent’anni e spero che sia riuscito a disdire tutto.

Una volta, io e altri due, accettiamo un invito e andiamo a un rave party illegale poco fuori Milano. Ci dicono più o meno dove si terrà, e partiamo. Nella notte, senza sapere la destinazione esatta, solo un: “più o meno laggiù”.
Niente cellulari, niente navigatori, non esistevano ancora.
Percorriamo la strada nottetempo, guardandoci in giro. Attorno a noi la campagna lombarada.
Capannoni, cascine, posti giusti per un rave. A destra, scorgiamo delle luci e una stradina sterrata che conduce dove ci sono quelle lucine. Blu.
- saranno le luci del rave!
Dice uno.
Ci infiliamo nella stradina e ci avviciniamo.
Una stradina stretta, buia, nessuna luce in giro, tranne quelle lucine blu che si vedevano all’orizzonte.
Erano le luci delle camionette dei Carabinieri che portavano via la gente.
Ho spento al volo i miei fari, e ho fatto la stradina in retro, a tutta velocità, con il rischio di finire nei fossi.

Una volta, ero sinceramente convinto che due ragazze mi avessero invitato a casa loro per coinvolgermi in un ménage à trois.
Invece, avevano dei mobili da spostare.

martedì, aprile 22, 2014

T-Shirt del Lunedì, 18.


Questa l'ha fatta Officina Infernale!
E con questa maglietta, una volta, ho anche cuccato. A Londra.
Ovviamente era una signora di una certa età che mi ha detto:
- non ho mica paura della tua maglietta!
Il mio appeal verso le sicure valica anche i confini nazionali.






Su Garden.


Il posto è fighissimo. Con i jeans sdruciti e la maglietta di Spider-Man, forse puoi sentirti un po’ a disagio.
Dato che sono un fottuto esterofilo, l’arredamento e l’atmosfera in generale mi ha ricordato parecchio il Thai Square di Londra. Il che è un bene, dato che quel locale londinese ha vinto un botto di premi per il design degli interni.
Lo dico subito, il conto che ti portano a fine pasto al Su Garden non è economicissimo. Quindi è un locale dove andare una volta ogni tanto, mica sempre. Comunque sia, sono fermamente convinto che non si possa sempre mangiare lammerda delle wokkerie all you can eat. Va bene, sì, è divertente mangiare secchi di roba a nove euro e novanta più le bevande, ma lo sappiamo tutti (forse) quello che stiamo mangiando e la sua conseguente qualità. Spero di non essere il primo a dirti che in quei posti siamo molto vicini ai confini dei limiti legali. Semmai un giorno, sotto falsa identità, ti dirò tutto quello che so.
L’importante è sapere quello che si sta mangiando. Io per primo devo essere portato via dalle forze speciali quando vado in un all you can eat, ma sono consapevole di quello che sto mangiando.
Fatto sta che ogni tanto devi trattarti bene. Ogni tanto devi mangiare bene. Ogni tanto devi mangiare benissimo, come si mangia al Su.
Il Su Garden è un ristorante asian fusion. Piatti cinesi, tailandesi, asiatici nel senso più ampio, cucinati e serviti come si deve. La cucina giapponese non è presente. Niente sushi, sashimi e via discorrendo. (Se sei in quella zona e vuoi mangiare del sushi, consiglio di fare cento metri a piedi e andare all’Endo in via Vittor Pisani)
Il Su Garden è il posto dove porterei qualcuno che vuole assaggiare per la prima volta la cucina asiatica.
La differenza tra la galassia degli all you can eat a novenovanta è tutta nella qualità degli ingredienti e nel modo in cui i piatti sono cucinati e serviti.
Non serve un esperto in cucina asiatica per avvertire la differenza abissale tra quello che si mangia al Su Garden e quello che si fagocita negli altri posti. Basta avere un palato medio per sentire i sapori degli ingredienti freschissimi e non congelati, dei piatti cucinati al momento e non riscaldati nel microonde, delle combinazioni originali, delle spezie vere e delle proposte non standardizzate per lo italico gusto.
Quando ci sono andato, per un pranzo con Ladyzilla, ho preso:
Zuppa Agropiccante.
Un trionfo. Un piatto difficile e molto complesso per le papille gustative. Il sapore cambia ogni otto secondi, passando dall’agro, al piccante, al dolce al piccantissimo. Quanto piccante? Da goccioline sulla fronte. Temperatura lavica, una zuppa che ti farebbe passare l’influenza. Ne avrei mangiate due.
Tagliatelle saltate Phai Thai.
Il piatto forte del locale, e con ragione. Fettuccine di riso fatte a mano con verdurine fresche, pollo, gamberetti e condimento piccantino. Attenzione per gli allergici: ci sono degli anacardi tritati sopra.
Spettacolare, per il gusto e la freschezza del piatto.
Pollo: ci ha pensato lui.
Volevo un altro piatto, ma il cameriere mi ha detto che mancava uno degli ingredienti e il cuoco non lo poteva fare. Ecco. Se in un ristorante ti dicono così, soprattutto se sul menù non ci sono settanta piatti diversi, significa che non hanno il congelatore pieno di roba che scaldano quando serve.
Mi ha portato un pollo saltato con pak choi e altre verdure. Il pollo era stato marinato ed era morbidosissimo.
Taro alla piastra.
Il Taro è tipo una patata. L’avevo assaggiato in versione dolce, nel bubble tea. Fatto alla piastra è altrettanto buono, sembrano delle crocchette, impanate e ripassate alla piastra, con dentro un purè di Taro.
Abbiamo speso un po', se vuoi sapere quanto, il menù on line del ristorante ha i prezzi. Cosa rara per il webbe italiano che merita un applauso, a parer mio.
Ricapitolando:
Locale consigliato per quando ci si vuole trattare bene e mangiare ancora meglio.


Su Garden
Via Carlo Tenca, 12
20124 - Milano (Mi)
http://www.sugarden.it


venerdì, aprile 18, 2014

Quando mi chiamano i Call Center



- Salve, casa Cajelli?
- Sì?
- Qual è il suo operatore telefonico?
- Omni Consumer Product
- Come?
- La Ocp.
- Eh?
- Stanno a Detroit, hanno costruito anche Robocop.

- Buongiorno, chiamo da GasFree, conosce le nostre offerte?
- Sono azionista di Gazprom (imitando un forte accento russo)

- Buongiorno, vuole risparmiare sulla bolletta telefonica?
- No.
- Quanto paga ora?
- Seicento euro al mese.
- Come mai così tanto?
- Sono un miliardario eccentrico

- Salve, la chiamo per le nuove opportunità della rete elettrica libera.
- Sono Amish, non usiamo la tecnologia.

- Buongiorno, chiamo da Telecom
- Ecco perché la sento così male!

- Buongiorno, chiamo da Telecom, lei che in passato è stato nostro cliente…
- No, mi dispiace, ma non sono mai stato vostro cliente…
- Come si trova con il suo attuale operatore?
- Benissimo. Ma se la pagano al minuto, possiamo stare al telefono un po’… Mi sento così solo…

- Buongiorno, ha mai pensato di usufruire di una casa in multiproprietà?
- No. Però penso spesso se il cavallo è davvero contento di portare qualcuno sulla groppa.

- Ma le nostre offerte sono davvero vantaggiose!
- Capisco, ma non mi interessa!
- Ma perché?!
- E’ la vita… Che cosa ci vuole fare…

- Buongiorno, chiamo da Telecom, lei che in passato è stato nostro cliente…
- No, mi dispiace, ma non sono mai stato vostro cliente…
- L’offerta è valida lo stesso!
- Ma se è un offerta di rientro per i vecchi clienti, come fa a essere valida anche se non sono mai stato vostro cliente?
- Un modo lo troviamo.
- Allora ve bene. Voglio tutto gratis.
- Non si può.
- Vedrà che con un po’ di impegno un modo lo troviamo.

- Buonasera, chiamo da...
- Shalamacookie!
- Scusi?
- Shalamacookie!
- Io non...
- Shama lama ding dong! Avanti, tutti assieme!

- Chiamo da Enel...
- Conosce Mario?
- Mi scusi?
- Conosce Mario? Lavora lì anche lui?
- Ma...
- Si, su una piattaforma offshore al lago del mare del Nord... Se lo vede ne lo saluti!

- Buonasera! Lei tiene sotto controllo la sua forma?
- Che forma?
- Quella fisica!
- Oh, sì. La tengo sempre sotto controllo, non cambia mai. Sono sempre rotondo.

- Salve, vuole aggiungere al suo abbonamento anche tre SIM e tre cellulari nuovi?
- No. Però se si può aggiungere un volo per Londra lo prendo volentieri.
- Eh.... Anche io.
- Hai vinto.

giovedì, aprile 17, 2014

La storia della mia storia su Splatter.


Due premesse.
Uno: la foto vale anche come tardiva maglietta del lunedì.
Due: Non so quando uscirà questa storia, è appena appena stata messa in lavorazione.

Splatter, la rivista horror che più horror non si può, è tornata alla luce. Nello specifico il nuovo numero 1 è stato presentato alla scorsa Lucca Comics, e l’avventura editoriale della mitica rivista Nu Horror italiana sta procedendo con la sua consueta scia di sangue e frattaglie.
Tra il 1989 e il 1991 Splatter (e l’empio gemello: Mostri) erano le letture obbligate per tutti gli sbarbi come me appassionati di fumetti.
Ai tempi furono un grande successo editoriale, con tanto di cloni scarsetti, penetrazione maiuscole nell'immaginario collettivo e interrogazioni parlamentari per interrogarsi sugli aspetti più violenti presenti in quelle pagine.
Se vuoi fare fumetti, prima, i fumetti devi leggerli. E io li leggevo, a tonnellate.
Poi, destino mannaro, con un numero di Splatter nello zainetto, nel 1990 frequento un corso di sceneggiatura alla Scuola del Fumetto, capisco che cosa voglio fare da grande e poi il resto della mia biografia diciamo che più o meno lo sai.
Quando Splatter riapre, il suo oscuro curatore: Paolo Di Orazio, mi chiede se voglio collaborare con loro. E a me si apre un file di memoria nel mio cerebro.
Nel 1991 io avevo scritto delle storie per, definiamolo così, lo Splatter che fu.
Erano le prime sceneggiature che facevo, subito dopo il corso della Scuola.
Le inviai alla redazione e mi chiamarono anche.
Mi dissero che erano buone, ma purtroppo, stavano chiudendo i battenti.
Da un lato ero contento, dall’altro ero parecchio incarognito. Chiudeva una delle mie riviste preferite che avrebbe pubblicato un mio fumetto.
Dopo un pomeriggio di sbuffi e depressione, andai avanti a tentare di fare il lavoro che avevo scelto di fare.
Passano più di vent’anni e mi ritrovo a parlare di nuovo di Splatter, di una mia possibile collaborazione.
A Paolo dico: Sai che ai tempi avevo scritto delle sceneggiature per Splatter? Sono sicuro di averle ancora da qualche parte. Le trovo, le rileggo, se le reputo ancora valide, te le mando!
Nel 1991 avevo vent’anni vivevo ancora a casa con i miei. Per scrivere usavo una archeologica macchina da scrivere, questa qui:


Analogico assoluto. Carta, nastro di inchiostro e bianchetto per correggere.
Io non butto via (quasi) niente. Per cui, da qualche parte, in qualche scatolone, in qualche archivio, quelle storie ci sono. L’unico problema è capire dove.
In questi mesi ho esplorato cantine e solai. Ho infilato la testa tra la polvere e le ragnatele, al buio. Sia a casa dei miei, sia a casa mia, tra cantina box e magazzini.
Niente.
Quelle storie lì, quelle scritte con l’Olivetti Lettera 35 non le trovavo.
Avevo ritrovato tutto il cartaceo che avevo prodotto negli anni.
I racconti horror scritti a mano alle medie, quelli scritti a mano alle superiori, tutto quello che avevo scritto con la macchina da scrivere elettrica, nell’interegno tra la Olivetti e il mio primo Pc. Un Compaq Presario arrivato nel 1995.
Niente.
Le storie per Splatter non le trovavo.
Poi, un bel giorno, in uno scatolone senza etichette…
Eccole.


Sono quattro. Le rileggo, secondo me di buone ce ne sono due.
Anzi. Seccondo me  a vent'anni scrivevo meglio di adesso.
Decido di tenerle così come sono. Non cambio nulla, non correggo, mi limito a fotocopiarle.
Le porto a Paolo quando vado a Romics per le questioni di Rubio.
Lui, felice, riceve il plico con gli occhi che gli brillano.
Delle storie per Splatter, inedite, originali degli anni '90. Scritte nel pieno del mood splatteriano, originali negli itenti, figlie di quel periodo lì e di quello che si respirava e viveva in quel periodo lì.
Ne è felicissimo.
Gli piace un sacco anche tutta la la storia che c'è dietro a quelle storie, insomma le leggerà e mi farà sapere.
Mi chiama il lunedì successivo.
Non ti dico che cosa ci siamo detti in quella telefonata, sono cose personali, sono questioni di stima reciproca, di cose che fanno benissimo all'ego. Parole che ogni tanto serve sentire, per poter andare avanti a fare questo lavoro con animo più sereno.
Si dice stupefatto, ma nanche tanto, visto quello che ho fatto dopo, di come scrivevo a vent'anni.
Fatto sta che di quelle due storie abbiamo deciso di metterne in lavorazione una, con variazioni minime.
In un certo senso è un cerchio horror che si chiude.
Quindi, a breve, potrai leggere una delle primissime storie a fumetti che ho scritto nella mia vita, uno spaccato del Cajelli vent'enne e di tutto quello che mi si muoveva dentro.
E fa paura, per tantissimi motivi diversi, ma avremo tempo di parlarne quando l'avrai letta.

martedì, aprile 15, 2014

Manu Chao mi fa male.


È successo ancora. Un paio di giorni fa. Nell’autoradio parte Bongo Bong e io mi ritrovo con gli occhi pieni di lacrime. Mi ritrovo a dover combattere contro un feroce groppo alla gola.
Ho messo la freccia, ho accostato. Mi sono asciugato le guance, ho tirato un sospiro e ho spento la radio.
Non riesco più ad ascoltare Manu Chao.
Non resisto con quella vaccata di Me Gustas Tu, figurati con Welcome to Tijuana.
No, non ce la faccio, fa troppo male.
Manu Chao, una volta, era sempre nell’aria. Manu Chao, una volta, quando credevamo che un altro tipo di mondo fosse possibile era suonato ovunque. Tra la fine degli anni novanta e i primi anni del duemila. Si sentiva nei concerti prima che salissero i gruppi, ai festival, nei centri sociali, a Radio Popolare, nelle cascine, in Scaldasole, nei mercatini...
Clandestino, tutto l’album a ruota. Più volte. Manu Chao e infradito, mariagiovanna, pantaloni corti e le zanzare sataniche di Monluè.
Si sentiva così tanto che, alla fine, mi stava anche un po’ sul cazzo perché il troppo storpia.
Adesso invece, magone e dolore pantagruelici.
Manu Chao, per me, è la colonna sonora del massacro di Genova.
Manu Chao, per me, è la musica del Titanic che affonda, è il soundtrack di tutto quello in cui credevamo, giusto o sbagliato che fosse, fatto poi a pezzi e trasformato in quello che abbiamo adesso.
Il suono, profondo, ipnotico e devastante di una sconfitta totale, senza aver ottenuto nemmeno l’onore delle armi.
La resa, la fuga, il raccogliere i pezzi. L'adattarsi, il digitalizzarsi, il cercare e il non trovare.
Mai.
Non è la melanconia di quanto era bello quando eravamo giovani, apperò, musica come testimone della trasformazione da idealisti cenciosi in borghesotti urbanizzati.
Per niente.
Sono le note di una marcia che diventa oscena e funebre, che passa per Genova, attraversa l’undici settembre, e rotola per i dieci anni successivi. Anni che, mentre ascoltavamo Manu Chao, non immaginavamo così.
Proprio per niente.
Nobody'd like to be in my place instead of me.
Cause nobody go crazy when I'm bangin' on my boogie.

Sono il sogno proibito delle signore di una certa età.


Chi mi segue da un po' di tempo lo sa. Spesso vengo importunato dalle sciure.
L’ho raccontato qui, qui e anche qui.
Dato che in casa quello che porta la gonna sono io, la spesa e l’approvvigionamento viveri sono a carico del sottoscritto. Quindi sono io che, settimanalmente, mi reco al super rendendomi vulnerabile al marpionaggio delle signore.
L’ultima volta, l’altro giorno, galeotte furono le zucchine.
Seguendo il manuale del cuoco perfetto, le zucchine le scelgo sempre piccole. Più piccole sono meglio è, perché contengono meno acqua, e il sapore è più zucchinoso.
(Parentesi: le zucchine grosse le prendo solo e soltanto se devo scavarle, trasformandole in pseudo-maki da farcire.)
Sono metodico nella scelta delle zucchine. Indosso il mio guanto e mi metto lì, con calma, a sceglierle una per una.
Anche l’altro giorno. Come sempre quando si tratta di zucchine, ero lì che svolgevo la mia operazione con la necessaria lenta precisione.
- Come mai le sceglie così piccole?
Dice una voce alla mia destra.
Mi volto. Di fronte a me c’è Catwoman. O meglio, c’è la zia di Catwoman che nel frattempo lavora alle giostre come bigliettaia.
Sciura tra i sessanta e i sessanta cinque, inguainata in una gonna in similpelle e una camicetta nera. Aperta con consapevole dolo sul petto. Forse ha sbagliato le taglie perché i vestiti le calzano come la buccia di un Brätwurst.
Trucco nero, labbroni, orecchini penduli. Mi scappa lo sguardo nella scollatura, dove intravedo un tatuaggio non ben identificabile sbucare dai pizzi della lingerie. Nera come la camicia.
- Scusi?
Rispondo, immemore delle mie esperienze precedenti.
- Le zucchine. Come mai le prende così piccole?
- Ah. È che più sono piccole, più sono buone…
Sto per spiegare le regole del manuale del cuoco perfetto in materia di zucchine, ma la Catwoman delle giostre mi sorride, allunga una mano dotata di artigli e prende una zucchina fasato plasma calibro 40-0.
- A me piacciono grosse.
Ha in mano una zucchina mutante, grossa come l'avambraccio di un ragazzino.
La soppesa, la stringe, e mi guarda.
- Mi sono sempre piaciute quelle grosse.
Fossimo in un film dei fratelli Farrelly farebbe un pompino alla zucchina, ma in realtà fa di peggio. Non lo fa, ma è come se lo facesse.
Lo sottointende.
Mi lancia quell’immagine mentale e sta lì, a guardarmi negli occhi con un sorriso appoggiato sui labbroni e la zucchina in mano.
Io vorrei dirle che, comunque sia, il mio attrezzo non ha le dimensioni di quella zucchina gigante. Vorrei dirle che se ce l’avessi davvero così grosso farei il pornodivo e non i fumetti.
Consapevole di tradire le sue aspettative, la saluto e scappo in silenzio, pavido, verso il banco dei latticini.
Però mi riprometto una cosa. La prossima volta che vengo abbordato al super andrò fino in fondo.
Voglio vedere che cosa succede.
Sono stufo di raccontare il pre, voglio raccontare il post.
Tutto sta nell'ottenere il permesso di Ladyzilla.


lunedì, aprile 14, 2014

House of Cards, i primi due episodi.


C’è Kevin Spacey che fa Kevin Spacey. E va bene, eh, ci mancherebbe.
C’è anche Robin Wright non più Penn, che fa sua moglie. E poi ci sono gli altri, tra cui Fincher che produce e dirige i primi due episodi. La serie è scritta da Beau Willimon, che mi dicono essere drammaturgo e non semplice sceneggiatore.
E si vede.
Prima cosa: Kevin Spacey rompe la quarta parete e si rivolge al pubblico, televisivamente è molto Brecht e molto poco: La casa di Topolino. Accettare la metafinzione della rottura della quarta parete, un luogo narrativo-televisivo dove Kevin che parla con me coesiste con le risate registrate di Big Bang Theory, se ci pensi, è roba da far saltare i neurorecettori.
Seconda cosa: la politica americana. Come mi è già successo vedendo Lie To Me, la gestione dell’opinione pubblica, del giornalismo e di tutti gli annessi e connessi alla politica americana, vista da me, italiano post bunga bunga, fa ridere un sacco.
In modo amaro.
Siamo in un contesto politico dove basta dire la parola sbagliata in pubblico per giocarsi completamente la carriera.
Io, italiano post fuga in Libano, post servizio qualunque di Report, post olgettine, post scandalo quello che ti pare, la politica americana delle serie televisive la percepisco come un fantasy per 12enni.
Credo che per loro sia una questione di credibilità con l’elettorato ammerigano.
Mi rendo conto ora che: “credibilità con l’elettorato” in un contesto politico come il nostro dove ci sono i grillini vada oltre il fantasy. Siamo, più o meno, nella fantascienza sperimentale, ma tipo che Greg Egan in confronto è un banalotto romanziere cyberpunk da self publishing.
House of Cards, sulla carta, parla degli intrighi e dei complotti della politica. Dei giri e degli intrallazzi che ci sono dietro, davanti, di fianco, sopra e sotto la politica. Quella vera.
La politica deve proprio essere una brutta bestia, visto che questa è la versione americana di una serie inglese. Una bruttabestia adattabile e franchisabile.
Ma la vera forza della serie non sta nello scoprire l’acqua calda. Non è nell’intrallazzo, nei giochi di potere o nel mondo delle strette di mano, dei sorrisi e delle pugnalate.
House of Cards muove delle leve molto più psicologiche che politiche. Lavora su un aspetto universale, umano, quasi quotidiano.
Lascia perdere il contesto, dimenticati i partiti, il presidente, il congresso e Washington DC.
House of Cards parla di un uomo che non ha avuto ciò che gli era stato promesso.
La promessa può essere fatta dalla vita o dalle persone, non importa.
Quello che conta è la mancata realizzazione.
House of Cards parla di quello che ti succede dentro quando viene scelto un altro al tuo posto. Per fare qualsiasi-cosa, non soltanto il segretario di stato.
Parla delle tue aspettative che vengono tradite, del successo ottenuto da qualcuno che non sei tu.
Questa situazione è capitata a tutti. Nessuno escluso.
Ecco perché l’immedesimazione con Spacey-Perdente è così forte. Trascende il contesto narrativo, è una partecipazione empatica, umana, umorale e intima.
Poi, ovviamente, come è giusto che sia, arriva il lato aspirazionale.
Perché Spacey è si un perdente, come uno di noi, ma è al tempo stesso anche un uomo di potere e di grande esperienza.
Spacey decide di riversare la sua tremenda vendetta contro chi l’ha tradito.
Ma no, non è esatto. Non è nemmeno un tradimento vero e proprio. Hanno scelto un altro, tutto qui. Hanno cambiato idea. Capita. No?
Eh, sì, che ci vuoi fare, sarà per un'altra volta.
Un'altra volta un cazzo.
Spacey decide di riversare la sua tremenda vendetta contro chi ha scelto di mettere un qualcun’altro nel posto che voleva lui.
E anche qui. Fai tu i tuoi parallelismi. Politica, vita, professione, carriera, quel che ti pare.
Nella serie l’elemento aspirazionale diventa colossale perché, se è vero che tutti noi ci siamo trovati nella posizione di Spacey, è anche vero che in pochi o nessuno avevano il potere necessario per vendicarsi.
Spacey ce l’ha. Eccome se ce l’ha.
Inizia a farlo, con risultati immediati, a metà del primo episodio.
Sono curioso di vedere che cosa combina nei 13 episodi che compongono la prima stagione.
Comunque, non mi si dica che basta mettere una star di Hollywood per fare una buona serie televisiva. C'è Robin Williams in The Crazy Ones a dimostrare l'esatto contrario.


Alcuni tipi di Ford.



Devo sbrigarmi a postare queste cose prima che finiscano nella homepage del Corrierone.